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Nuove scommesse africane dell’Eni

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Eni ancora a caccia di barili in Africa. Il nuovo accordo per l’acquisizione del 55% del blocco Ndunda in Congo crea nuovi spunti di crescita nell’Africa Occidentale dove (tra Nigeria, Gabon, Congo Brazzaville, Angola, Ghana e Mozambico) il Cane a sei zampe produce 450 mila barili di petrolio equivalente (boe) l’anno su una produzione complessiva annuale pari a quasi 1,77 milioni di boe l’anno. Insomma questa parte d’Africa per Eni è strategica e l’incontro dell’ad Paolo Scaroni con il presidente nigeriano Jonathan Ebele Goodluck di venerdì scorso lo conferma.

La ripresa dei prezzi del greggio incoraggia nuovi investimenti, anche perché l’obiettivo dei 2 milioni di boe al giorno è ancora una volta slittato e si pone oggi al 2013. D’altra parte lo scenario produttivo del colosso petrolifero italiano è per forza di cose globale. Fra le notizie più recenti sono da ricordare ancora le pressioni del ministro del petrolio kazako Sauat Mynbayev per il contenimento dei costi del giacimento del Kashagan che già in passato ha dato diversi grattacapi alla società. Né bisogna dimenticare l’Italia dove il gruppo prevede lo start up di nuovi giacimenti entro il 2012 in località che spaziano da Cervia a Ragusa, da Cerro Falcone a Val D’Agri: l’accordo con le comunità locali spesso impegnate nel settore turistico non sarà sempre semplice, ma le prospettive in molti casi sono interessanti.

D’altra parte per un gruppo verticalmente integrato (a differenza di molte altre major del greggio) come Eni i problemi si possono presentare un po’ in tutti i livelli della scala di valore. Per esempio Transitgas, la società che controlla una condotta petrolifera che taglia verticalmente la Svizzera ha annunciato che difficilmente prima della fine del mese sarà riattivato il lato meridionale della condotta danneggiato da massi in caduta e smottamenti. Della società Eni controlla il 46% e questa condotta, come le più importanti Tenp e Tag, rientra nel pacchetto di gasdotti europei che il gruppo dovrà cedere per non incorrere nelle sanzioni dell’Antitrust europea. L’operazione dovrebbe fruttare tra gli 1,5 e gli 1,7 miliardi di euro e potrebbe in parte comportare il trasferimento di asset alla Cassa Depositi e Prestiti.

Insomma questo autunno rischia di essere caldo per Scaroni che dovrà anche convincere diverse amministrazioni locali che nel Canale di Sicilia o nell’Adriatico non si rischiano disastri come quello di BP nel Golfo del Messico. Allo stesso tempo il disimpegno dai gasdotti europei richiederà molto lavoro per ridurre i danni nel rispetto delle indicazioni di Bruxelles.

Nuove scommesse africane dell’Eni é stato pubblicato su finanzablog alle 00:00 di martedì 30 novembre 1999.


   

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