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Wall Street : un’altra seduta interlocutoria


Svetta Alcoa sulle attese per la trimestrale, bene il comparto bancario. Sul Nasdaq vola ancora Netflix, mentre in calo Google.

 

Ancora una seduta con variazioni contenute per Wall Street, ma hanno prevalso di nuovo  i segni più, e già questo è un segnale di forza in attesa della stagione delle trimestrali che inizia proprio oggi con i dati di Alcoa.

 

Nessun dato macro a far da market mover , sul lato dei cambi, detto di un leggero ritracciamento della moneta verde nei confronti dello yen, a dispetto della seduta borsistica è stato l’euro a muoversi al rialzo tornando in area 1,2770 guadagnando così quasi una figura rispetto alla chiusura di venerdì  scorso.

 

Il 2012, per quanto riguarda il mercato americano, si è aperto all’insegna della calma piatta, il mercato vuole conoscere i dati micro, i bilanci aziendali, prima di prendere una direzione, nel Vecchio Continente, invece non ci si aspetta nulla di buono ed il sentiment risulta decisamente peggiore.

 

Proprio guardando all’economia reale ci sono negli States segnali di “risveglio”, ad esempio qualche operazioni di M&A di un certo peso, è stato oggi il caso di Inhibitex che ha guadagnato il 140% dopo l’annuncio della sua acquisizione, per 2,5 miliardi di dollari, da parte del colosso Bristol Myers Squibb.

 

In Europa sotto questo punto di vista tutto tace, chi ha soldi se li tiene ben stretti, ad investire, di questi tempi, non ci pensa nessuno.

 

Dow Jones (+0,27%) miglior titolo di giornata Alcoa (+2,95%) sulle attese per la trimestrale che dovrebbe evidenziare un eps leggermente negativo (-3 cent). Torna a salire Bank of America (+1,46%) che ricordiamo guida il consorzio di garanzia per l’aumento di capitale Unicredit. Quindi Caterpillar (+1,40%).

 

Qualche presa di beneficio su Microsoft (-1,28%), ribassi anche per McDonald’s (-0,95%) e IBM (-0,52%).

 

S&P500 (+0,23%) il comparto bancario la fa da padrone nei rialzi odierni Capital One Financial (+2,41%), Comcast (+2,15%), Bank of New York Mellow (+2,10%), Morgan Stanley (+1,89%) e Citigroup (+1,86%).

 

Sul fondo della classifica titoli quotati sul Nasdaq, Google (-4,24%) dopo il profit warning di Motorola Mobility, a seguire Costco Wholesale (-2,61%) e Amazon (-2,22%).

 

Nasdaq (+0,09%) ancora una seduta boom per Netflix (+13,78%) insomma questo 2012 è davvero straordinario. Ottima seduta anche per Green Mountain Coffee Roasters (+7,16%), quindi Vertex Pharma (+4,79%).

 

Detto di Google, Costco e Amazon in fondo alla classifica troviamo anche Ctrip.com (-2,22%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Piazza Affari, i titoli bancari precipitano


MPS riesce a far peggio di Unicredit i cui diritti perdono oltre il 65% nella prima giornata di contrattazione. Si salvano Diasorin, Saipem e Luxottica.

 

Doveva essere la giornata di Unicredit (-12,81%), e lo è stata, disintegrato il record di azioni scambiate stabilito soltanto venerdì scorso, ma il ribasso del titolo, seppur a due cifre non è stato il peggiore dell’indice principale.

 

C’è infatti chi è riuscito a fare peggio, con l’intento di evitare un bagno di sangue per un aumento di capitale, Banca MPS (-14,38%) ha varato un piano che prevede dismissioni e cartolarizzazioni, come lo abbia accolto il mercato è riassunto dalla performance del titolo.

 

Ma anche titoli che in giornata erano arrivati a guadagnare diversi punti percentuali, come ad esempio Banca Intesa (-3,17%) al termine han fatto segnare ribassi consistenti, così è accaduto anche al Banco Popolare (-5,36%), Ubi Banca (-3,01%), la Banca Popolare di Milano (-3,25%), aveva invece viaggiato sempre in territorio negativo ed ha terminato con un forte ribasso Mediobanca (-6,87%) che, ricordiamo guida con BofA Merrill Lynch il consorzio di garanzia dell’aumento di capitale Unicredit.

 

Insomma gli aggettivi, per definire quanto da tempo sta accadendo al settore bancario sono stati esauriti, si è andati in prestito anche dall’estero (debacle, sell-off), ma nulla riesce a descrivere appieno la gravità della situazione.

 

Noi ribadiamo a più riprese che occorre evitare il panico, unico vero grande pericolo dal quale probabilmente non ci sarebbe ritorno, ma occorre capire e soprattutto chiarire come possa oggi il Banco Santander annunciare di aver raggiunto con largo anticipo l’obiettivo del core capital al 9% senza ricorrere al mercato quando l’Eba richiedeva una ricapitalizzazione di 15 miliardi di euro. Sono vicende che meriterebbero approfondimenti.

 

Torniamo a guardare in casa nostra e rivolgiamo lo sguardo alla parte alta della classifica odierna, in vetta ai rialzi giornalieri troviamo Diasorin (+3,83%) seguita da Saipem (+2,00%), Luxottica (+1,24%) e Campari (+1,06%).

 

Fa inoltre un certo effetto, in una simile giornata, vedere in positivo un titolo del risparmio gestito come Mediolanum (+0,94%) che precede Terna (+0,90%), Finmeccanica (+0,51%), Snam Rete Gas (+0,36%), e Impregilo (+0,17%).

 

Da rimarcare anche il calo di Fiat (-6,23%) nonostante Marchionne abbia poi rettificato che resterà alla guida dell’azienda del Lingotto almeno fino al 2015, pesante anche il calo di Exor (-3,11%).

 

Non possiamo terminare il commento alla nostra Borsa senza citare i Diritti Unicredit (-65,42%) terminati, dopo un bagno di sangue, a 47 centesimi di euro.

 

Difficile, se non impossibile, prevedere cosa ci attende domani, inutile e banale continuare a parlare di volatilità.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit: non è il momento di lasciarsi prendere dal panico


Diritti in calo di oltre il 50% e azione a -12%, ma non è questo il momento di lasciarsi prendere dal panico.

 

Non è questo il momento di dire, io lo sapevo, me lo sentivo, era ovvio che sarebbe successo e cose di questo tipo. Togliersi dalla mente tutti questi pensieri.

 

E’ questo invece il momento della freddezza,  della razionalità c’è un pool di 26 banche che garantisce 7,5 miliardi di euro, e che stanno pensando in questo momento?

 

Che per loro se l’azione scende sotto quota 1,943 euro è il disastro? Secondo voi sono terrorizzate dal rischio  di dover essere costrette a sborsare tutti quei soldi? Oppure sono allettate dalla possibilità di acquisire i due terzi di Unicredit pagandola 1,943 euro per azione?

 

Unicredit non è sull’orlo del fallimento, però è una Banca, cioè un’azienda fragilissima. Eh sì, la storia che le Banche siano Istituti solidi e che guadagnano sempre è sempre stata una barzelletta, forse si poteva dire quando il comparto era “protetto”, ma ormai da vent’anni non è più così.

 

Quando con l’inizio degli anni novanta, le Banche hanno cominciato ad aprire sportelli ad un ritmo impressionante, sotto la spinta della liberalizzazione, quando vedendo chiudere un negozio il pensiero comune era “aprirà una Banca, solo loro hanno i soldi”, non si teneva conto di una cosa, che anziché essere un segnale di forza, quello era un segnale di debolezza.

 

E’ tipico mostrare i muscoli quando si ha paura di essere aggrediti, ma le Banche sono e resteranno aziende speciali ed assolutamente particolari dalle quali il sistema economico non può prescindere, anche se fragili e facilmente aggredibili.

 

In questo momento Unicredit è sotto attacco, quindi, la cosa da evitare è proprio il panico. Occorre far capire all’aggressore che a bordo non ci sono scialuppe di salvataggio, corre il rischio quindi di affondare con noi.

 

Ma Unicredit non affonderà, questo è il momento della fiducia.

 

Certamente la Unicredit che uscirà da questo aumento di capitale sarà qualcosa di diverso da quella che conosciamo, ma avrà comunque un valore.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit: aumento di capitale e diritti, come evitare ustioni


Il commento di un lettore (grazie Marco) mi ha fatto scaturire delle riflessioni per cui è nato questo nuovo articolo, direi che sono considerazioni di buon senso che possono aiutare i tanti azionisti di Unicredit perlomeno ad evitare ulteriori scottature.

 

Nel mio articolo paventavo la possibilità che possibili ulteriori “scottature” potessero tramutarsi in qualcosa di ancor peggiore, sono arrivato infatti ad usare il termine “ustioni”, riferendomi non tanto alle azioni, quanto ai diritti.

 

E’ infatti connaturato nell’animo umano il  rischio, spesso, e giustamente, associato al termine opportunità e questi due concetti  diventano così ancora più “attraenti” in presenza di alta volatilità.

 

Vedete, però, un conto sono gli esigui (come numero) correntisti di Cell Therapeutics che sono abituati ad un’alta volatilità e, forse, anzi senz’altro, la ricercano, un conto  è la marea di correntisti Unicredit che invece questa volatilità l’hanno provata sulla loro pelle molto più recentemente.

 

Faccio un esempio: ipotizziamo (ma sia ben chiaro che non vuole essere una previsione, ma una base per il ragionamento) dicevo ipotizziamo che al termine della giornata di domani il diritto abbia fatto -26% e sia così sceso all’incirca a 1 euro quale sarà lo stato d’animo delle centinaia di migliaia di correntisti?

 

Dio mio, penseranno, era prevedibile (ogni volta che succede qualcosa il giorno dopo si dice che era prevedibile) ed ora cosa faccio? E se domani mi ritrovo i diritti a 0,50? Certo se la mia decisione è già indirizzata in ogni caso all’adesione il diritto potrebbe andare anche a 0,01 che comunque si sa quanto verranno pagate le nuove azioni e teoricamente non mi cambia nulla, ma, la tentazione (il concetto della mela è valido dai tempi del paradiso terrestre, quindi tutt’altro che nuovo) di fare un’operazione che teoricamente può far guadagnare molto sarà fortissima ed il perché è semplicissimo.

 

Se i diritti scendessero dopo la prima giornata a 1 euro, l’azione, più o meno, dovrebbe valere all’incirca 2,44 euro quindi aver perso quasi il 7% (in termini assoluti circa 18 centesimi di euro), ora in molte persone, a quel punto, si potrebbe insinuare il dubbio (od il timore) che prima della fine delle due settimane il diritto possa praticamente azzerarsi e l’azione terminare vicina a quota 1,95 euro. Quindi la tentazione di vendere i diritti a 1 euro con l’intento di ricomprarli a pochissimi centesimi verso la fine del periodo di contrattazione dei diritti potrebbe radicarsi in molti azionisti.

 

Se così andasse, infatti, l’azionista avrebbe visto scendere il valore di ogni singola azione di 65 centesimi circa (da 2,622 a 1,972), ma contemporaneamente, avendo venduto un egual numero di diritti a 1 euro e ricomprati a pochissimi centesimi, avrebbe guadagnato circa 95 centesimi per ogni diritto. Quindi sarebbe pienamente soddisfatto del suo operato, alla fine dell’operazione di adc, certo, le sue azioni varrebbero di meno, ma lui avrebbe guadagnato trenta centesimi per azione (l’11,44%) proprio un grande affare.   

 

E dirò di più, quella tentazione sarà ancora più forte proprio perché l’azionista Unicredit, in questi ultimi tempi (ma per la verità da oltre due anni), vede penalizzato il proprio immobilismo, cioè ha visto la propria azione scendere quasi costantemente, quindi potrebbe vedere questa come una grossa opportunità per fare un buon guadagno proprio sulla discesa (in questo caso dei diritti).

 

Insomma, ciò che io voglio evidenziare, è ormai risultato chiaro, un simile modo di operare, cioè fare trading sui diritti, ha connaturato in sé un grado di rischio spaventosamente alto,  se infatti i diritti dopo essere scesi cominciassero ad invertire la rotta salendo vorticosamente, cosa faremmo? La riterremmo una cosa temporanea e quindi preferiremmo temporeggiare o dovremmo affrettarci a ricomprarli? E se ci lasciassimo prendere dall’avidità e comprassimo molti più diritti di quanti poi saremmo in grado di convertire con l’idea di rivenderli prima della scadenza, ad un prezzo maggiore, ma poi il loro valore crollasse? Entreremmo in un vortice, verremmo continuamente divorati dal  dubbio che potrebbe risultare sconvolgente per coloro che non sono abituati ad operare professionalmente in questo modo.

 

Insomma il rischio di aggiungere al danno anche la beffa diventerebbe davvero insopportabile.

 

Quindi il mio consiglio accorato è: non mettetevi a giocare con i diritti, non lasciatevi tentare da un facile ed immediato guadagno (che, sia ben chiaro, non è impossibile), abbiate sempre una riserva che può essere utilizzata in momenti ancora più critici di questo.

 

Se proprio volete giocare con i diritti, fatelo dunque per importi che siete assolutamente in grado di perdere senza grandi rimpianti, fatelo cioè come se stesse mettendo delle fiches sul rosso o sul nero di un tavolo da roulette.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit: aumento di capitale, chi ha venduto l’azione, chi venderà i diritti


Spesso quando un titolo di Borsa termina le contrattazioni con un ribasso a doppia cifra i commenti dei vari analisti di sono del tipo:  “XY subissata dalle vendite” oppure “Una marea di vendite affossa XY” fino a arrivare a “XY travolta dalle vendite”.

 

Se poi queste vendite si ripetono per più giorni si parla, utilizzando l’abusata terminologia anglosassone di “panic selling” ossia di “vendite da panico”, ed i commentatori di Borsa (ed io non faccio eccezione) tendono così a raffigurare l’immagine di milioni di piccoli azionisti che corrono a vendere il titolo con il terrore di veder sfumare del tutto i loro sudatissimi risparmi.

 

In verità non è assolutamente così, anzi, la realtà è completamente diversa. Prendiamo ad esempio, come ovvio di questi tempi, l’andamento dell’ultima seduta di Borsa per il titolo Unicredit.

 

Alla  fine dell’ultima  seduta le agenzie di stampa hanno battuto una notizia clamorosa “Unicredit: scambiato quasi il 6% del capitale”, in effetti andava evidenziato in prima pagina, perché mai nella storia del titolo, cioè dal 1994 ad oggi, erano state scambiate in una sola giornata 115.194.528 azioni pari, per la precisione al 5,97% del capitale della Banca di Piazza Cordusio.

 

E’ vero, ma leggiamo il dato al contrario: il 94,03% degli azionisti non ha fatto nulla! Non ha toccato le proprie azioni, ma non solo, non è assolutamente vero, come molti giornali in questi casi riportano, che “il 6% delle azioni è passato di mano”, perché? E’ molto semplice.

 

Quel 5,97% (vogliamo essere precisi) è calcolato facendo un banale rapporto fra le azioni scambiate nella giornata in Borsa (115.194.528) ed il numero totale di azioni che compone il Capitale Sociale di Unicredit, cioè 1.929.801.469, ma in una giornata come questa immaginatevi quanti traders hanno fatto scalping sul titolo, cioè hanno venduto, comprato, rivenduto e ricomprato per un’infinità di volte.

 

Un titolo con una tale liquidità, per uno scalper, è come una giornata ventosa per un surfista, cioè la manna (naturalmente se le cose gli vanno bene), quindi, tanto per essere chiari ed arrivare alla conclusione, le azioni che effettivamente sono passate di mano sono molte ma molte di meno di quel 5,97%.

 

O, se vogliamo dirla in altro modo, le persone che erano azioniste il giorno 5 gennaio e non lo erano più il 6, sono certamente in un numero molto inferiore a quello che i giornali e le agenzie di stampa fanno intendere con i loro roboanti titoloni (e ripeto, non voglio assolutamente sottrarmi alla critica).

 

Se poi la vogliamo dire tutta, il giorno 4 gennaio, inizio dello “tsunami di vendite” con il titolo che termina le contrattazioni facendo segnare un clamoroso e raggelante -14,45%,  le azioni scambiate sul mercato sono state l’1,866%, il 98,134% non ha fatto nulla e, per quanto ampiamente detto precedentemente, quel dato andrebbe ancora corretto al rialzo, certamente più del 99% delle azioni sono rimaste nelle mani di chi le deteneva il giorno precedente.

 

Ma tutto questo a che conclusioni ci deve portare? Beh, ad una in particolare che in Borsa è sufficiente lo spostamento di pochissimi punti percentuali nel capitale sociale di una azienda, anche ad azionariato diffuso come Unicredit (il 72,91% del capitale di Unicredit è in mano ad azionisti che detengono meno del 2% del capitale), per determinare sconvolgimenti nel valore della stessa.

 

E queste tre giornate di Borsa, sotto questo punto di vista, sono assolutamente emblematiche, riassumiamo i dati:

 

4 gennaio            scambi pari al 1,87% del capitale

5 gennaio            scambi pari al 3,19% del capitale

6 gennaio            scambi pari al 5,97% del capitale

 

E gli azionisti Unicredit si sono trovati le loro azioni deprezzate del 37%!!!

 

Ripeto, il numero di azioni effettivamente passato di mano, anche se nessuno lo conosce con precisione, si può presumere che non abbia superato, nell’insieme delle tre giornate, il 2/3% del capitale.

 

Ora però diamo uno sguardo a cosa ci aspetterà domani ad inizio contrattazioni, è ovvio che gli arbitraggi la faranno da padrona e io ritengo che ciò che farà muovere il mercato, in questo caso più che mai, saranno i diritti.

 

Il motivo è semplice, purtroppo per Unicredit non tutti i grandi azionisti (le Fondazioni innanzitutto) parteciperanno in toto all’operazione di adc, ciò implica che non venderanno certamente l’azione, ma parte dei diritti sì, e se anche ci sarà chi vorrà entrare sul titolo a prezzi così da saldo, certamente potrebbero riversarsi sul mercato, almeno inizialmente, un gran numero di diritti.

 

Nel medio/lungo periodo il reale valore del titolo (qualunque esso sia) sarà incorporato nelle quotazioni di Borsa, ma nei prossimi giorni la volatilità sarà tale che vorrei consigliare a tutti i miei lettori di evitare scottature che potrebbero assumere anche i connotati di “ustioni”. Siate prudenti.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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UNICREDIT: aumento di capitale, diritti, consigli e istruzioni per l’uso.


 

Lunedì 9 gennaio 2012 avrà inizio l’operazione di aumento di capitale per le azioni Unicredit, sui dossier titoli di coloro che alla chiusura del 6 gennaio 2012 possedevano azioni Unicredit, sia ordinarie che di risparmio, verranno assegnati un pari numero di diritti.

 

Ogni diritto permette al titolare di acquistare 2 azioni di nuova emissione al prezzo di 1,943 euro, quindi prima cosa da prestare attenzione è che l’esercizio di ogni diritto prevede un esborso di 3,886 euro (1,943*2).

 

Quindi per ulteriore chiarezza, l’azionista che alla chiusura del 6 gennaio era titolare di nr. 1.000 azioni Unicredit (non importa se Ordinarie o di Risparmio) si troverà accreditati 1.000 diritti, qualora volesse esercitarli interamente (e quindi aderire in toto all’operazione di aumento di capitale) dovrà pagare 3.866 euro, ed al termine dell’operazione di adc (il prossimo 27 gennaio) sarà quindi titolare di nr. 3.000 azioni Unicredit.

 

Sarà forse opportuno specificare che le nuove azioni emesse sono esclusivamente azioni Ordinarie, quindi anche chi aderirà all’operazione essendo al momento titolare di azioni di Risparmio le nuove azioni che si vedrà assegnare saranno azioni Ordinarie.

 

I diritti saranno negoziabili normalmente (quindi come azioni ordinarie) dal 9 al 20 gennaio 2012 e non fino al 27 gennaio che rimane la data di attribuzione delle nuove azioni.

 

ATTENZIONE: successivamente al 20 gennaio il valore dei diritti si azzererà.

 

Ovviamente sono negoziabili anche parzialmente, quindi, ad esempio un azionista proprietario al momento di 1.000 azioni, e quindi da lunedì prossimo anche di 1.000 diritti, potrà vendere 500 diritti ed esercitare solo i restanti 500, dovrà quindi, in questo caso pagare 1.943 euro e diventerà proprietario al termine dell’operazioni di adc di altre 1.000 azioni e, di conseguenza, alla data del 27 gennaio sarà titolare di complessive 2.000 azioni.  

 

ATTENZIONE: non si può stabilire a priori un metodo di comportamento preferibile, è connaturato nel mercato trovare un valore di equilibrio fra domanda ed offerta quindi non si può assolutamente dire ora se sia più conveniente vendere i diritti od aderire all’operazione, ma … si possono fare queste considerazioni.

 

Ad oggi lo “sconto” per gli azionisti Unicredit è del 25,90% (ricordate che al momento dell’annuncio dell’operazione era del 43,33%) la diminuzione dello “sconto” è dovuta chiaramente al ribasso che in questi giorni ha avuto il titolo in borsa.

 

Questo deriva da un banale calcolo, nell’ipotesi infatti che il prezzo dell’azione resti invariato all’attuale valore rettificato (2,622 euro) il vecchio azionista esercitando i diritti paga quell’azione 1,943 euro, cioè il 25,90% in meno (2,622 – 25,9%*2,622 = 1,943).

 

Ciò naturalmente porta come conseguenza che se il valore del titolo dovesse rimanere su questi livelli sarà il prezzo del diritto destinato a salire, mentre se il prezzo del diritto dovesse rimanere invariato o scendere anche il prezzo dell’azione subirebbe un calo.

 

I diritti per la loro natura saranno senza dubbio molto più volatili dell’azione stessa, ogni diritto infatti permette l’acquisto di due azioni ed al momento, come detto, incorpora uno “sconto”, di conseguenza la volatilità del suo prezzo sarà molto superiore (più del doppio).

 

Altra considerazione, in linea teorica il prezzo del diritto e dell’azione possono fluttuare senza limiti, impennarsi od azzerarsi, ma in pratica sarà quasi impossibile che il prezzo dell’azione nel periodo di contrattazione dei diritti, cioè fino al 20 gennaio prossimo, scenda sotto il livello di 1,943 euro, in quanto sotto quel livello nessun azionista avrebbe convenienza ad esercitare i diritti ed il consorzio di garanzia, dopo un ulteriore periodo in cui verrebbero messi in vendita i diritti inoptati, si vedrebbe costretto alla sottoscrizione dell’intero aumento di capitale.

 

Naturalmente al termine del periodo di negoziazione dei diritti questa considerazione “logica” perde di significato ed il prezzo del titolo, come tante volte negli ultimi tempi è accaduto, è sceso anche sotto il prezzo stabilito in fase di aumento di capitale.

 

Un’altra considerazione, derivante dall’analisi di operazioni di questo genere, è che molto spesso il prezzo del diritto tende a scendere nei primi tempi della contrattazione degli stessi,  questo in quanto gli azionisti che non possono aderire all’operazione di adc in quanto non dispongono della liquidità necessaria, tendono a porre in vendita in fretta i loro diritti, ma ribadiamo che questo è solo un comportamento risultato prevalente nelle passate operazioni analoghe, ciò non significa affatto che lunedì il mercato si comporti in modo simile, nessuno è in grado di sapere a priori come si comporterà il mercato.   

 

Naturalmente un azionista particolarmente fiducioso nelle prospettive dell’azienda e che dispone della liquidità necessaria, può comprare sul mercato altri diritti ed esercitarli prima della scadenza (che ricordiamo sarà il giorno 20 gennaio) arrivando quindi a più che triplicare, alla fine dell’operazione, le azioni in proprio possesso.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit: tutti i numeri dell’aumento di capitale


 

Riportiamo nella tabella sottostante i dati principali relativi all’operazione di aumento di capitale Unicredit. Riteniamo inoltre opportuno fare alcune importanti precisazioni.

 

Il diritti saranno caricati sui dossier degli azionisti entro lunedì 9 gennaio e saranno in numero pari alle azioni detenute, quindi ogni singolo diritto permette l’acquisto di due nuove azioni.

 

I diritti Unicredit azxaz dal 23 gennaio non saranno più quotati sulla Borsa italiana per cui da quella data saranno privi di valore.

 

Alcune Banche in assenza di istruzioni da parte dei loro clienti procedono alla vendita diretta degli stessi nell’asta di apertura dell’ultimo giorno di negoziazione (20 gennaio 2012) altre invece non eseguono tale operazione, quindi massima attenzione.

 

Fate pervenire in ogni caso la vostra scelta (adesione all’aumento di capitale o vendita dei diritti) alla vosta Banca entro il giorno 19 gennaio 2012.

 

Le eventuali adesioni sono irrevocabili.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.
 

Numero nuove azioni emesse

 

 

3.859.602.938

 

 

Valore complessivo aumento di capitale

 

 

7.499.208.508,53

 

 

Fattore o Coefficiente K

 

 

0,65863050

 

 

Prezzo riferimento Az. Ord. Rettificato

 

 

2,6220

 

 

Prezzo ufficiale Az. Ord. Rettificato

 

 

2,7382

 

 

Prezzo riferimento Az. Risp. Rettificato

 

 

5,4400

 

 

Prezzo emissione nuove azioni

 

 

1,943

 

 

Rapporto di cambio

 

 

2 nuove az. per ogni azione ord e/o risp.

 

 

Valore diritto

 

 

1,359

 

 

Trattazione diritti

 

 

Dal 9 gennaio al 20 gennaio 2012

 

 




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Wall Street: ribassi contenuti per DJ e S&P500, sale il Nasdaq


Continuano a salire Microsoft e Walt Disney, battuta d’arresto per i bancari. Brutto inizio d’anno per Mastercard, bene Netflix sul Nasdaq.

 

 

Ancora una giornata poco mossa per i listini statunitensi, e siamo arrivati alla terza consecutiva, termina comunque con un bilancio positivo la prima ottava dell’anno per tutti i tre principali indici borsistici a stelle e strisce, ed in particolare per l’indice dei titoli tecnologici.

 

Il dollaro ha leggermente ceduto qualche posizione rispetto allo yen, ma in questi giorni è la debolezza dell’euro a catalizzare l’attenzione dei mercati valutari, ora siamo a 1,2720 sui minimi dell’agosto/settembre 2010, ricordiamo, però, che sempre nel giugno di quell’anno eravamo scesi anche sotto la soglia di 1,20. Quindi la moneta unica ha ancora ampi margini di discesa.

 

Decisamente sopra le previsioni i dati macro usciti in giornata e riguardanti il mercato del lavoro, confermando i dati predittivi il numero di posti di lavoro nei settori non agricoli è risultato decisamente superiore al consenso ed esattamente il doppio della precedente rilevazione (200.000 infatti i posti creati, erano stati 100.000 e le attese si fermavano a 150.000).

 

E’ sceso così a sorpresa all’8,5% il tasso di disoccupazione, era l’8,7% e lo si prevedeva inalterato.

 

Dow Jones (-0,45%) sale ancora Microsoft (+1,52%) e per la società di Bill Gates la prima ottava dell’anno termina con un bilancio più che lusinghiero (+8,24%) secondo miglior titolo dell’indice, a seguire Walt Disney (+1,04%) terzo in questa graduatoria (+6,43% da inizio anno), quindi McDonald’s (+0,77%).

 

Sul fondo della classifica AT&T (-2,37%), Alcoa (-2,14%) e Bank of America (-2,06%) che comunque resta il miglior titolo dell’indice in questa prima ottava del 2012 (+11,15%).

 

S&P500 (-0,25%) variazioni tutto sommato contenute, in vetta un titolo quotato al Nasdaq come Amazon (+2,82%) al quale fa seguito Fedex (+1,66%), quindi Medtronic (+1,40%).

 

Sul fondo comincia a farsi pesante la situazione per Mastercard (-2,69%) che, dopo esser stato il titolo migliore dell’indice nel corso del 2011, ha iniziato il nuovo anno come peggio non poteva con quattro ribassi su quattro e ein plein anche nel prezzo di chiusura inferiore a quello di apertura. Giornata negativa anche per Costco Wholesale (-2,56%) e Morgan Stanley (-2,33%).

 

Nasdaq (+0,16%) ed abbiamo una clamorosa conferma, dopo la più che disastrosa seconda parte dello scorso anno è partito alla grande il 2012 per Netflix (+8,81%) e da inizio anno siamo già quindi a +24,53%. Bene anche Apollo Group (+5,44%) dopo aver annunciato per il primo trimestre fiscale un utile superiore al consenso. Sale anche Life Technologies (+3,80%).

 

Sul fondo della classifica odierna Electronic Arts (-4,19%), male anche Fossil (-3,66%) Wynn Resorts (-3,52%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit e le condizioni dell’aumento di capitale


Lo tsunami che ha travolto Unicredit ed, a cascata, tutto il comparto bancario italiano si è scatenato non appena sono state rese note le condizioni che avrebbero regolato l’operazione di aumento di capitale che, come ormai tutti sanno, prenderà il via lunedì prossimo 9 gennaio.

 

Ebbene occorre chiedersi cosa abbia sorpreso a tal punto il mercato da far scaturire una reazione di così inaudita violenza.

 

Allora, la prima cosa da valutare è l’importo stesso dell’operazione ossia i 7,5 miliardi di euro, e qui non c’è possibilità di equivoco, era noto da tempo, di tutto si può dire riguardo a questa operazione, ma non che l’importo possa esser stato considerato una sorpresa.

 

Certo se una Banca che capitalizza 10 miliardi fa un aumento di capitale di 7,5 miliardi non è cosa da poco, questo è indubbio,  ma non può essere stato questo fatto ad innescare la reazione che ha travolto il titolo.

 

La seconda cosa che si deve prendere in considerazione è l’ormai celebre “sconto” , in altre parole di quanto sarebbe stato inferiore, rispetto al TERP calcolato sulla chiusura del giorno precedente l’annuncio, il prezzo pagato, per le nuove azioni in emissione, dai “beneficiari” dell’offerta, ossia i vecchi azionisti.

 

Ebbene su quest’argomento ho scritto un articolo che ha avuto un certo successo fra i frequentatori del web, quindi rimando i lettori interessati a questi calcoli alla lettura del pezzo, ricordo qui che questo “sconto” è risultato del 43,33%, ma naturalmente quel calcolo è riferito alla chiusura del 3 gennaio, oggi, è ovvio, risulterebbe di molto ridimensionato, visto il crollo verticale delle quotazioni del titolo.

 

Ora, non ci interessa tornare sui calcoli, bensì capire se l’ampiezza di questo “sconto”, come molti analisti hanno sostenuto, possa essere stata alla base della violenta reazione del mercato.

 

Anticipiamo subito che la nostra risposta è no! E per due ordini di motivi, il primo è che era un dato ampiamente previsto, se volete la conferma andate a vedere gli articoli apparsi nei vari siti nei giorni immediatamente precedenti l’annuncio, il consenso generale era per uno “sconto” fra il 40 ed il 45%, non può quindi un 43,33% aver particolarmente sorpreso gli analisti.

 

Il secondo è che analoghe operazioni precedenti sono state eseguite con “sconti” molto simili.

 

Quindi, ed arriviamo al nocciolo della questione, cosa può avere portato il titolo a perdere un terzo della propria capitalizzazione in 3 giorni?

 

A nostro avviso sono due i motivi principali, il primo riguarda il numero di azioni emesse, cioè l’emissione di due nuove azioni ogni “vecchia” azione posseduta, ed il secondo la risposta, perlomeno fredda che è arrivata dalle Fondazioni e dai grandi azionisti della Banca di Piazza Cordusio.

 

Allora, se per ogni azione ne vengono emesse due di nuove, l’azionista Unicredit che non partecipa all’operazione di adc si troverà la sua partecipazione al capitale dell’azienda diminuita del 66%, o, ed è la stessa cosa, ma forse rende meglio l’idea, ridotta ad un terzo rispetto a prima.

 

Cioè su ogni euro che prima riceveva sotto forma di dividendo, ora, a parità di utili distribuiti, ne incasserà 33 centesimi, una bella sforbiciata, non c’è che dire. E se poi pensiamo che gli anni che abbiamo davanti non sembrano essere particolarmente favorevoli per i bilanci delle banche il quadro si completa.

 

Bene si dirà, ma allora perché non si è scelto di emettere una sola nuova azione del valore di 3,886 euro, dopotutto lo “sconto” sarebbe rimasto invariato, e poi c’è comunque il consorzio di garanzia, ossia quel pool di Banche che garantisce la disponibilità per la conclusione “in ogni caso” dell’operazione.

 

Certo, ma è proprio lì il fatto, noi leggiamo il comunicato ufficiale della Banca e le principali testate italiane che ci raccontano che si è riunito il Consiglio di Amministrazione di Unicredit che ha deciso le condizioni dell’adc, ma nella realtà il CdA non ha deciso un bel niente.

 

Come è logico che sia, e come sempre accade, chi ha deciso è il Consorzio di garanzia coordinato e diretto, in questo caso, da Bank of America Merrill Lynch, Mediobanca e Unicredit C&IB, alla testa di ben 26 Banche (inizialmente erano 14 ma poi queste non volevano accollarsi un simile rischio e son quindi diventate 26).

 

E’ chi garantisce che detta le condizioni, è naturale, io ti garantisco però tu … e se io che garantisco per farlo ti impongo delle condizioni capestro è chiaro che ritengo l’operazione pericolosa, quindi se sono loro i primi a non fidarsi perché dovrebbe farlo il piccolo azionista?

 

La seconda motivazione va ricercata nel fatto che, dai grandi azionisti della Banca, è stata garantita una adesione che arrivava soltanto al 24% del capitale dell’Istituto, già questo avrebbe dovuto suonare come un campanello d’allarme, ma la verità è molto, ma molto più brutta.

 

Questo 24% nella realtà è un dato falso, nella migliore delle ipotesi si poteva contare su un 14% il rimanente 10% (equivalente ad un miliardo di euro non bruscolini) era tutt’altro che certo e vincolato al fatto che “alcuni attuali azionisti avrebbero attivato procedure per poter aderire all’offerta”.

 

Sapete cosa vuol dire in soldoni? Che grandi azionisti titolari di consistenti pacchetti di azioni della Banca o non avevano i quattrini per aderire all’operazione o non volevano svincolare altre operazioni in essere per  costituire la liquidità necessaria. Quindi? Quindi avrebbero cercato una Banca per farsi finanziare ed ottenere così la disponibilità necessaria, e quale Banca se non la stessa Unicredit avrebbe potuto finanziare una cosa simile?

 

E’ chiaro ora? Unicredit che finanzia grandi investitori per comprare nuove azioni Unicredit? Cosa c’è di peggio? E non solo a livello di immagine.

 

Pensavamo che con la scomparsa sulla scena dei vari Fiorani, Consorte & Co. pratiche del genere fossero scomparse, ed invece?

 

Certo quando si è con l’acqua alla gola non si può pretendere che si possa nuotare in perfetto stile, ma l’immagine che ne è scaturita è quella di dimenare braccia e gambe per cercare di evitare di andare a fondo.

 

Ora il quadro è completo.

 

Concludiamo, però, dicendo che, a nostro avviso, oggi un’azione Unicredit a 4,5 euro (0,45 prima dell’accorpamento) ci sembra davvero deprezzata, forse il mercato ha reagito anche in maniera sconsiderata, ma in questo, come in tanti altri casi solo il tempo sarà galantuomo e ci dirà la verità.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.  




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Wall Street: tutto un altro mondo


In auge i bancari su voci di un piano per la ricapitalizzazione dei mutui. Bene anche Walt Disney e Monsanto. Giù Boeing e Chevron.

 

Dopo la seduta alla quale abbiamo assistito a Piazza Affari, vedere che nella stessa giornata, a Wall Street i titoli bancari mettono a segno cospicui rialzi fa capire proprio che qui ci troviamo in un altro continente.

 

Alla base dei rialzi nel comparto, sembra che ci sia l’intenzione, da parte dell’Amministrazione americana, di lanciare un programma di rifinanziamento dei mutui che dovrebbe servire a rilanciare il mercato immobiliare, si vede proprio che siamo entrati nell’anno elettorale.

 

Ma a parte i rumors, riteniamo che abbia contribuito alla tenuta degli indici statunitensi soprattutto un dato che personalmente mi ha davvero stupito, l’ADP cioè la variazione dell’occupazione non agricola ha evidenziato un valore molto sorprendente,  +325.000 le previsioni erano per un calo a 175.000 dai precedenti 204.000, ora sappiamo tutti che questo non è un dato ufficiale, governativo, ma è pur sempre un indicatore attendibile.

 

Se vogliamo le prime richieste di sussidi alla disoccupazione, che da diverse settimane sono in calo (oggi a 372.000) confermano una tendenza del miglioramento continuo nel mercato del lavoro negli Usa.

 

A stonare, ma non di molto, un indice Ism (52,6 punti) fermatosi leggermente sotto il consenso (53,0 punti), ma comunque superiore al precedente 52,0.

 

Se poi teniamo conto che il settore tecnologico ha avuto una giornata decisamente brillante, il quadro è completo, Wall Street sembra tenere e la ripresa del dollaro lo conferma, un recupero non solo rispetto all’euro, ormai in caduta libera e rotolato anche sotto quota 1,28; ma anche nei confronti dello yen tornato sopra quota 77.

 

Dow Jones (-0,02%) i rumors ai quali accennavamo fanno volare Bank of America (+8,61%), a debita distanza, ma pur sempre con un buon rialzo troviamo JP Morgan (+2,09%), quindi Walt Disney (+1,67%).

 

Un solo ribasso oltre il punto percentuale ed ha riguardato Boeing (-1,08%), poi Chevron (-0,98%) ed United Technologies (-0,96%).

 

S&P500 (+0,29%) oltre al già citato BofA oggi ha avuto un forte rialzo anche il colosso del comparto agricolo Monsanto (+5,52%) dopo aver diramato i dati del primo trimestre fiscale risultati decisamente sopra le attese, l’eps si è infatti attestato a 0,23 dollari contro attese di 0,16$. Molto bene ancora Ford (+2,57%) che risente positivamente dei dati sulle immatricolazioni auto.

 

Di nuovo in difficoltà Sprint Nextel (-3,03%), seguita da Target (2,98%), per  la catena discount l’ennesimo taglio di stime sull’utile del quarto trimestre. Negativo anche Schlumberger (-2,14%).

 

Nasdaq (+0,81%) decisamente il miglior indice di giornata. Vola Sirius XM Radio (+11,48%) dopo aver annunciato di aver raggiunto i 21,9 milioni di abbonamenti a fine 2011, nell’anno appena trascorso sono quindi aumentati di 1,7 milioni di unità. Vola anche Marvell Technology (+7,33%) dopo l’annuncio di una partnership con Google, quindi Seagate Technology (+6,42%) ed anche per il primo produttore al mondo di hard disk alla base del rialzo odierno ci sono i dati del secondo trimestre, concluso a dicembre, risultati sopra le attese.

 

Continua il momento no per Netapp (-2,72%), ribassi anche per Ctrip.com (-2,41%) e Green Mountain Coffee Roasters (-2,21%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Sulla Borsa italiana si abbatte l’uragano Unicredit


Un ciclone di vendite si abbatte su Piazza Affari, i bancari affondano in uno tsunami di vendite. Ma da ciò si possono trarre insegnamenti. Vedi Fiat …

 

Non diminuisce d’intensità l’uragano che si sta abbattendo sulla Borsa italiana, l’annuncio delle condizioni che regoleranno l’aumento di capitale del nostro maggior Istituto di Credito, Unicredit, ha portato a scaricarsi sul nostro indice principale, e sul settore bancario in particolare, una tale ondata di vendite da intimorire anche il trader più navigato.

 

Quando, e soprattutto dove si fermerà? Quale sarà il valore del titolo Unicredit dal quale le quotazioni potranno ripartire? Purtroppo sono domande senza risposta.

 

La solo cosa certa, al momento, è il prezzo al quale saranno emesse le nuove azioni (1,943 euro), quindi sotto questa soglia, almeno fino alla conclusione dell’operazione di aumento di capitale, non si potrà andare, ma, a parte questa banalità, è difficile dire qualcosa di sensato.

 

Mi riprometto, di pubblicare un articolo, ad hoc, su quanto sta succedendo a Piazza Affari e su come ci si debba comportare, ma posso certamente anticipare che i guai di Unicredit sono tutt’altro che recenti, anche se all’attuale management va ascritto il terribile errore di non aver aperto l’ombrello quando pioveva, per farlo quando la pioggia era ormai diventata un uragano.

 

Nel bel mezzo di un uragano, aprire l’ombrello, risulta inutile, caro Ghizzoni.

 

Chiariamo però un fatto, l’attacco ad Unicredit fa parte di una più ampia strategia tesa ad appropriarsi dei tesori che ancora il nostro Paese detiene, si sa che oggi le guerre non si combattono più con le armi, si ottiene tutto, molto più facilmente, aggredendo il sistema finanziario, vero anello debole di tutte le economie sviluppate.

 

Ma, tant’è, oggi noi ci troviamo nella condizione di commentare ribassi di questa entità: Unicredit (-17,27%), Banca Popolare di Milano (-10,74%), Banco Popolare (-10,27%), Ubi Banca (-8,90%), Banca MPS (-8,55%), Intesa Sanpaolo (-7,33%), Mediolanum (-6,64%),Mediobanca (-6,29%) e Bper (-5,98%).

 

Ma la giornata borsistica odierna dovrebbe essere studiata ed analizzata da tutti i cultori e gli appassionati di finanza perché anche, anzi soprattutto, nella sventura si debbono trarre gli insegnamenti e trovare i segnali positivi che comunque “l’universo” e le leggi del caso che lo governano,  incredibilmente ci invia.

 

Come infatti giustificare altrimenti che proprio in questa giornata, quando tutto sembra crollare, un titolo guadagna il 3,57%? E qual è questo titolo? Fiat, una azienda che soltanto pochissimi anni fa era “tecnicamente” fallita e che grazie esclusivamente alle intuizioni ed alle straordinarie capacità di un uomo, Sergio Marchionne, oggi può addirittura comunicare di aver portato la propria quota al 58,5% di Chrysler, un’operazione geniale!

 

Questo deve far riflettere tutti, sono le persone che fanno la differenza, a Fermi fu sufficiente un pacchetto di sigarette per dimostrare le proprie tesi, non ebbe bisogno del CERN di Ginevra!

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit, l’aumento di capitale ed i relativi diritti. Lo sconto? Una fregatura!


Che strano mondo quello della finanza, sembra proprio di vivere in un’altra dimensione, dove anche le parole assumono un significato diverso.

 

Un esempio emblematico è quello del termine “sconto”, proprio oggi, giorno di inizio dei “saldi”, troviamo questa parola scritta su tutte le vetrine dei negozi, e ci evoca una condizione “di favore”, pagheremo di meno un bene che, fino a ieri, costava di più.

 

Quando ci viene praticato uno sconto siamo felici, abbiamo risparmiato, quindi, in un certo senso siamo diventati più ricchi, poiché possiamo permetterci qualcosa in più.

 

Certo anche quando compriamo qualcosa nei negozi, a volte, dietro ad uno sconto, si nasconde una fregatura, ma … a volte, in finanza invece possiamo esserne sicuri, se viene usata la parola “sconto” noi dobbiamo leggerla come “fregatura” e più lo sconto è alto, più grande sarà la fregatura.

 

La dimostrazione più lampante l’abbiamo nelle operazioni di aumento di capitale, che avvengono, tipicamente, offrendo ai vecchi azionisti, la possibilità (il diritto) di acquistare nuove azioni “a sconto”, cioè ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato.

 

Peccato, però, che questo “sconto” non venga praticato per agevolare il vecchio azionista, bensì per imbrigliarlo in una trappola per topi senza via d’uscita. Più lo “sconto” è elevato, infatti, e più egli sarà costretto ad aderire all’operazione perché l’eventuale “mancata adesione” gli procurerà un’ingente perdita (di solito proprio pari allo “sconto” praticato).

 

C’è inoltre una cosa che aggrava ulteriormente la situazione, ovvero che l’adesione all’operazione di adc  non è gratuita, quindi se il vecchio azionista in quel momento non ha i soldi per aderire? Peggio per lui, scatterà inesorabile la trappola per topi, dopotutto se è un pezzente perché ha comprato azioni? Andando avanti di questo passo sarà sempre più arduo trovare investitori in Borsa.

 

Allora scendiamo dal teorico al pratico e, naturalmente, rifacciamoci all’operazione di aumento di capitale le cui condizioni sono state rese note ieri dal Consiglio di Amministrazione della Banca più importante d’Italia, Unicredit.

 

Allora ogni vecchio azionista avrà la facoltà di sottoscrivere due azioni di nuova emissione per ogni azione ordinaria e/o di risparmio posseduta, al prezzo prefissato di 1,943 euro ciascuna. Il comunicato della Banca specifica che “il prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni incorpora uno sconto del 43% circa rispetto al prezzo teorico ex diritto (TERP) delle azioni ordinarie Unicredit sulla base del prezzo ufficiale di borsa del 3 gennaio 2012”.

 

Allora usciamo dal burocratese per cercare di rendere chiaro a tutti ciò che significa questa frase, innanzitutto va stabilito cosa si intende per TERP, lo faccio molto volentieri in quanto puntualmente, ad ogni operazione di aumento di capitale, trovo nella mia casella di posta alcune mail di lettori che mi chiedono di specificare il calcolo di questo prezzo teorico.

 

Allora TERP sta per Theoretical Ex Right Price, cioè Prezzo Teorico dopo l’attribuzione del diritto d’opzione, ed ovviamente va calcolato rispetto ad una valore di chiusura del titolo azionario in questione.

 

Al solito risulterà più semplice da comprendere un caso pratico che non il concetto teorico, e prendiamo proprio, come esempio,  l’operazione Unicredit. Una sola precisazione prima dei numeri, tutti noi siamo abituati a prendere come valore di chiusura di un’azione il suo prezzo di riferimento, il calcolo del TERP, invece, prevede l’utilizzo del  Prezzo Ufficiale, che normalmente differisce, anche se non di molto, dal prezzo di riferimento.

 

Allora il Prezzo Ufficiale di una azione Unicredit alla chiusura del 3 gennaio era risultato 6,40 euro (lasciamo perdere i millesimi ed i decimillesimi che creano solo confusione).

 

Qual è il TERP calcolato su questo valore di chiusura?

 

Semplice equivale a calcolare il valore teorico dell’azione dopo la conversione dei diritti associati alla stessa.

 

In questo caso, dato che i diritti permettono l’acquisto di 2 azioni al prezzo di 1,943 euro cadauna, 

 

1,943*2 = 3,886 euro che è il valore delle azioni di nuova emissione per ogni “vecchia” azione posseduta, a questo importo dobbiamo sommare 6,40 euro, ossia il prezzo ufficiale della “vecchia” azione, per un totale, quindi di

 

3,886 + 6,40 = 10,286 euro, ma ora quante azioni ci ritroviamo?

 

Naturalmente 3 (una “vecchia” + le 2 di nuova emissione) per cui quanto vale (teoricamente) ogni azione?

 

10,286:3=3,4287 euro (3,4286 periodico per i pignoli).

 

Questo è il TERP calcolato sulla chiusura del 3 gennaio, quindi 3,4287 euro.

 

Applicando uno sconto del 43,33% (per la precisione) al TERP (3,4287-43,33%*3,4287)  troviamo questo, ormai celebre prezzo di 1,943 per ogni nuova azione, comunicato ieri dal Consiglio di Amministrazione di Unicredit.

 

Ieri il titolo Unicredit ha perso in Borsa il 14,45% crollando a 5,415 euro, come mai? E’ uno di quei casi in cui la risposta degli analisti è unanime, proprio perché “lo sconto” è stato ritenuto troppo elevato, come volevasi dimostrare: più forte lo sconto, maggiore la fregatura.

 

Ed il mercato, sotto questo punto di vista, è impietoso.

 

Se infatti a questo aggiungiamo che il fondo di investimento americano Blackrock è passato nei giorni scorsi dal 4,2% del capitale all’1,71% e che le Fondazioni, grandi azioniste della Banca di Piazza Cordusio, con l’eccezione di quella di Verona, parteciperanno solo parzialmente all’operazione di aumento (e la Fondazioni Banco di Sicilia e Cassamarca hanno annunciato che non sborseranno un solo euro), il quadro è completo.

 

C’è qualcuno entusiasta dell’operazione che ha annunciato di aderire in toto all’operazione di aumento mantenendo inalterata la propria quota del 4,98%? Sì proprio il maggior azionista di Unicredit: La Banca Centrale Libica, ma non è che la notizia debba far felici gli italiani.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro  




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Abolizione dell’albo dei pubblicisti: quando la «teoria» prevale sulla realtà


A settembre dell’anno corrente circa 80.000 pubblicisti si troveranno disoccupati per decreto. O, meglio, più che disoccupati cesseranno professionalmente di esistere. Una norma prevista dal cosiddetto «decreto salva Italia» sancisce infatti l’abolizione dell’albo dei pubblicisti senza per altro specificare quale tipo di disciplina transitoria dovrà trovare applicazione per salvaguardare in una qualche misura le posizioni lavorative consolidate così come quelle «in fieri», ovvero riguardanti coloro che termineranno i 24 mesi di pratica retribuita necessari per l’iscrizione al suddetto albo dopo il mese di settembre. Allo stato attuale delle cose pertanto il governo Monti cancella con un colpo di spugna definitivo un albo professionale senza prevedere al contempo, come giustizia ed elementare buon senso vorrebbero, il benché minimo ammortizzatore atto a tutelare dal punto di vista professionale e contributivo decine di migliaia di lavoratori.

 

Ora, se da un lato risulta perfettamente comprensibile la coesistenza di due albi professionali nel contesto dell’Ordine dei Giornalisti, dall’altro si fatica davvero a comprendere quale sia la ratio che sostanzia il provvedimento che mira all’omologazione (una omologazione particolarmente difficoltosa, per altro) delle posizioni professionali. L’elenco pubblicisti infatti esiste in primo luogo per modulare e contingentare l’accesso all’albo dei professionisti: è il primo step che si deve affrontare per accedere, eventualmente, al praticantato ed al successivo esame di Stato per divenire professionisti. Garantisce inoltre la possibilità per tante «matricole» di poter scrivere per una testata giornalistica senza incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione.

 

Le motivazioni addotte per giustificare l’abolizione dell’albo pubblicisti suonano come minimo deboli, se non addirittura surreali: la giustificazione di facciata consiste nella volontà di rendere più «qualificata» la categoria. Maggior «qualificazione» che si produrrebbe con il tocco di bacchetta magica dell’esame di Stato, destinato negli intenti montiani a trasformarci tutti in piccoli Ciceroni maestri di retorica nel volgere di un batter di ciglia. Maggior «qualificazione» che garantirebbe inoltre l’accesso a livelli retributivi regali o, se non altro, più aderenti al tariffario previsto dall’ordine, decisamente generoso e sostanzioso.

 

Certo, nel migliore dei mondi possibile, ove tutto funziona e le risorse abbondano, la cosa potrebbe pure avere un senso, ma nella realtà, nel vissuto quotidiano di tanti, tantissimi giornalisti non professionisti le cose stanno ben diversamente: il contratto di redazione ha assunto i connotati propri della Chimera, una creatura mitica di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto; tutta la galassia delle riviste on-line regolarmente registrate presso il tribunale e, quindi, organi di informazione a tutti gli effetti, subirebbe un colpo esiziale, non disponendo queste ultime delle risorse di RCS o del Gruppo Espresso; la «professionalizzazione» forzosa, inoltre, produrrebbe una marea di disoccupati, poiché tantissime realtà editoriali anche imponenti e blasonate si reggono pagando cifre ridicole ai collaboratori occasionali e, certamente, non si piegherebbero mai ad un adeguamento verso l’alto delle retribuzioni dovuto alla necessità di avvalersi solo ed esclusivamente di giornalisti professionisti.

 

Altro pseudoproblema che ha posto in evidenza l’esecutivo tecnico riguarda i contributi Inpgi:molti iscritti all’albo dei pubblicisti, sostiene Monti, non versano i contributi all’Isituto Nazionale di Previdenza specifico. L’omologazione degli albi ovvierebbe pertanto a questa circostanza. In verità le cose non stanno così: ogni anno tutti gli iscritti all’albo pubblicisti devono dichiarare il reddito percepito attraverso apposito modulo di «comunicazione obbligatoria dei redditi prodotti per attività giornalistica autonoma», ai sensi dell’articolo 8 del Regolamento statutario, e versare puntualmente i corrispettivi: in caso contrario il mancato versamento finisce in cartella esattoriale e, a fronte di reiterata morosità, opera la cancellazione automatica dall’albo.

 

Il problema reale, dal punto di vista contributivo, riguarda casomai proprio i pubblicisti stessi: a fronte della disintegrazione dell’albo, che fine faranno i contributi versati all’Inpgi per anni e anni?Ovvero, a fronte del versamento puntuale di banconote complete e funzionanti all’Istituto, quale beneficio residuale sarà garantito ai contribuenti? Sarà garantita la possibilità di accedere al prepensionamento o, più probabilmente, detti contributi saranno considerati come a fondo perduto e tanti saluti? Difficilmente, in ogni caso, sarà possibile chiedere la ripetizione delle somme pagate…

 

In ultimo, molti pubblicisti, pur svolgendo regolare attività editoriale, sono costretti ad integrare il proprio stipendio (raramente da sultano…) attraverso una ulteriore attività lavorativa: ebbene, se questo è consentito ai pubblicisti, è invece assolutamente escluso per i giornalisti professionisti, soggetti ad un regime delle esclusioni particolarmente rigido e tassativo. Ecco perché molti pubblicisti, pur scrivendo da decenni, non hanno mai optato per il «salto di qualità».

 

In definitiva l’attuale assetto dell’Ordine, a detta di taluni baroni e baronetti «poco qualificante», pur nella sua imperfezione garantisce pluralismo e possibilità di accesso alla professione in maniera relativamente efficace, fermo restando il fatto che il tesserino da pubblicista non viene regalato ma, anzi, comporta per il conseguimento la rispondenza a requisiti quali dedizione, continuità e professionalità, valutate caso per caso dai diversi Ordini Regionali.

 

A quale principio si ispira, quindi, l’abolizione per decreto di un albo professionale peraltro numericamente corposo? Certamente non alle necessità di contenimento delle spese correnti, né alla necessità di fare cassa, poiché annienta di punto in bianco la capacità contributiva di 80.000 persone.

 

Forse è lecito pensare che tale provvedimento risponda ad esigenze di carattere prettamente demagogico e pseudopopulista: in un’Italia dominata ormai dall’ideologia «castista» e nuovamente vittima di quell’odio sociale che vide il suo picco nel 1992, l’aggressione gratuita (poiché improduttiva di qualunque vantaggio economico per lo Stato così come per i cittadini comuni) ad un ordine professionale, nello specifico alla parte più debole e meno tutelata di quest’ultimo ovvero i pubblicisti, e la conseguente individuazione di un nemico oggettivo possono configurarsi come valido scudo atto a dissimulare surrettiziamente le vessazioni, fiscali e non solo, cui il governo tecnico ci sta assoggettando…

Francesco Natale

Wall Street non cede alle vendite


Bene Microsoft, Alcoa, Intel e Cisco, in calo Verizon, Wal-Mart e Pfizer. Sul Nasdaq balzo di Netflix, mentre Yahoo non festeggia il nuovo Ceo.

 

Toh! Sorpresa! Wall Street non chiude la giornata in rosso e recupera integralmente le perdite che faceva segnare nelle prime ore di contrattazione, buon segnale per il proseguo della prima ottava dell’anno.

 

Leggermente sotto il consenso il dato sugli ordinativi alle fabbriche risultati in crescita dell’1,80% (attese +1,90%), ma in ogni caso è stata decisamente invertita la tendenza rispetto alla rilevazione precedente (-0,20%).

 

Importanti novità dal comparto valutario, la banconota verde resta stabile verso lo yen, ma su valori davvero incredibilmente bassi (sono sufficienti 76,70 yen per un dollaro), mentre si apprezza sulla moneta unica (o meglio è l’euro che si deprezza nuovamente) tornando a 1,2940.

 

A nostro avviso la Banca del Giappone farebbe bene ad intervenire nuovamente perché uno yen così forte, in una situazione congiunturale così debole, potrebbe risultare deleterio per l’economia nipponica.

 

Comunque, per tornare all’economia statunitense, anche il dato odierno va nella direzione giusta, al momento non si può pretendere di più dalla locomotiva del mondo, ricordiamo che siamo proprio all’inizio dell’anno che porterà all’elezione del nuovo Presidente (o alla riconferma dello stesso, naturalmente).

 

Per quanto riguarda l’indice Dow Jones occorre rilevare che oggi tre dei quattro titoli che hanno avuto la miglior performance giornaliera sono quotati al Nasdaq, ma ad andar bene sono stati i titoli del comparto automobilistico, i dati consuntivi al 2011 mostrano in effetti incrementi estremamente confortanti (GM + 14%, Ford +17%) dati che in Europa ci sogniamo e che fanno ulteriormente riflettere su un fatto: che ne sarebbe oggi di Fiat se non avesse fatto l’operazione Chrysler?

 

Permettetemi di dire che ogni dipendente Fiat dovrebbe fare un monumento a Sergio Marchionne e ringraziarlo ogni giorno per avere tutt’ora un lavoro, senza di lui e senza le sue intuizioni oggi forse Fiat non esisterebbe più, e l’Italia sarebbe davvero sull’orlo del precipizio.

 

E che dire dei Sindacati che avevano ferocemente avversato l’operazione negli Stati Uniti, splendido modo di difendere i lavoratori, quello di costringere le fabbriche a chiudere per fallimento! Lasciamo perdere, e guardiamo al solito i titoli che hanno maggiormente mosso gli indici a stelle e strisce.

 

Dow Jones (+0,17%) guida i rialzi Microsoft (+2,39%) ma proprio ad un’incollatura si trova il best performer della vigilia, Alcoa (+2,38%) che da inizio anno (quindi in due sedute) è già arrivato ad un +9,25%, infine Intel (+2,32%) e Cisco Systems (+1,93%).

 

Sul fondo della classifica Verizon (-1,31%) dopo che il Direttore Finanziario ha avvertito che le vendite dell’iPhone si ripercuoteranno sui margini. Male anche Wal-Mart (-1,03) e Pfizer (-0,91%).

 

S&P500 (+0,02%) svettano Lowe’s Companies (+3,72%) seguita da Halliburton Company (+2,84%) quindi i quattro titoli già citati a proposito del DJ.

 

In fondo alla classifica di nuovo Mastercard (-3,29%), poi Target (-2,19%) e Bristol-Myers Squibb (-1,91%), quindi Visa (-1,79%).

 

Nasdaq (-0,01%) eccellente balzo per Netflix (+11,36%) che anche corroborata da buoni volumi torna sopra gli 80 dollari, non accadeva dal 16 novembre scorso. Si confermano anche Micron Technology (+3,40%) e Whole Foods Market (+2,66%).

 

Titoli abbastanza “pesanti” sul fondo di classifica: eBay (-3,77%), Netapp (-3,10%) e Yahoo (-3,07%) che non festeggia affatto la nomina del nuovo Ceo, Scott Thompson (ex Presidente di PayPal).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Borsa italiana: una seduta pazzesca


Unicredit finisce in un vortice ribassista dopo l’annuncio delle condizioni dell’adc. Piazza Affari maglia nera, ma non son mancati dei rialzi.

 

Era cominciata con un frazionale ribasso la seduta a Piazza Affari, ma dopo pochi minuti arrivava la notizia della decisione, da parte del Consiglio di Amministrazione di Unicredit, riguardo al prezzo ed alle condizioni dell’aumento di capitale.

 

Seppur fosse ampiamente previsto uno “sconto” intorno al 40% del Terp  (approfitto per anticipare che domani pubblicherò un articolo dedicato proprio a questo fatto) riferito alla chiusura della vigilia, la notizia delle due nuove azioni per ogni vecchia posseduta al prezzo di 1,943 è stata una deflagrazione.

 

Il titolo a maggior flottante della Borsa italiana è finito quasi subito in asta di volatilità e nel corso della giornata, ciò,  è accaduto altre tre volte. Alla fine il titolo ha terminato le contrattazioni a 0,5415 euro, preferiamo riferirci alla quotazione che Unicredit aveva fino a pochi giorni orsono, ossia a prima dell’accorpamento, in quanto renda di più l’idea, riteniamo infatti che un azionista abbia così la percezione vera del baratro nel quale è precipitato il maggior Istituto bancario del Paese. Agghiacciante!

 

Unicredit (-14,45%) ha così condizionato tutto il nostro listino, l’intero settore, ovviamente ne ha risentito a cominciare da Banca MPS (-4,65%) ed Intesa Sanpaolo (-3,82%), ma pesanti cali sono stati fatti registrare anche da Mediobanca (-2,98%), Banco Popolare (-2,81%), Ubi Banca (-2,72%), Banca Popolare di Milano (-2,67%) e Bper (-2,56%).

 

Il nostro Ftse Mib (-2,04%) è risultato perciò il peggiore del Vecchio Continente, ma in tutta l’Europa, ed al momento anche Wall Street, sono prevalse le vendite, molto pesanti Madrid e Parigi con cali superiori al punto e mezzo percentuale, limitano invece i ribassi sotto il punto Francoforte e Londra.

 

Sul nostro listino principale, per la verità, qualcuno si è salvato, in particolare Fiat Industrial (+1,28%) e Saipem (+1,03%), ma anche Impregilo (+0,83%), Salvatore Ferragamo (+0,47%), Tenaris (+0,26%), Atlantia (+0,24%) e Buzzi Unicem (+0,14%).

 

Occorre però, per completezza dell’informazione rimarcare che cali considerevoli non hanno riguardato esclusivamente il comparto bancario, ma anche quello del risparmio gestito con Azimut (-3,69%) e Mediolanum (-1,95%), quello industriale con Finmeccanica (-3,45%), Stmicroelectronics (-2,79%) e Fiat (-2,39%) e quello dei media con Mediaset (-3,27%) che arresta così bruscamente il buon recupero dei giorni scorsi.

 

Per la Borsa italiana una doccia fredda della quale avremmo fatto volentieri a meno, ma … speriamo di aver assistito solo ad un incidente di percorso.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Stipendi "anomali": lo stenografo del Senato prende come il re di Spagna, 290mila euro


TRATTO DA “IL CORRIERE DELLA SERA” DEL 04 GENNAIO 2012

Buste paga molto pesanti a Palazzo. Tutto nell’articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

 

 

Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l’«indennità». Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.

 

Sono settimane che va avanti il tormentone. Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese. Di là l’insistenza sulla sola «indennità». E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito. Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»? Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?

 

Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.

 

Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato. Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo. Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».

 

Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto». Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.

 

Per carità, non «ruba» niente. Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.

 

Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l’Espresso, 485 mila euro l’anno. Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica. Va da sé che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l’anno.

 

È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni. Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione. Se poi decide di tirare avanti fino all’età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.

 

Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori. A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata». Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro. 

 

E tutto si arenò nei veti sindacali. Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti. Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio. Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro. Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora, finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento. 

 

Per 15 mensilità l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando. Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila. Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.

 

Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari». Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.

Unicredit, aumento capitale e il titolo crolla


Milano, 4 gen. (Adnkronos) – Il cda di Unicredit ha approvato il prezzo dell’aumento di capitale pari a 1,943 euro per azione nel rapporto di due nuove azioni ordinarie per ogni azione posseduta, con uno sconto del 43% sul terp.

 

Il cda di Unicredit, riunitosi questa mattina, ha approvato le condizioni e il calendiario dell’offerta in opzione di azioni ordinarie di nuova emissione al prezzo di 1,943 euro per azione, nel rapporto di 2 azioni ordinarie di nuova emissione ogni 1 azione ordinaria e o di risparmio posseduta. L’offerta comportera’ quindi l’emissione di un massimo di 3.859.602.938 nuove azioni, per un aumento del capitale e un controvalore pari a 7.499.208.508,53 euro.

 

Il prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni, sottolinea Unicredit in una nota “e’ stato determinato dal cda tenuto conto, tra l’altro, delle condizioni di mercato e incorpora uno sconto del 43% circa rispetto al prezzo teorico ex diritto (Terp) delle azioni ordinarie, calcolato sencondo le metodologie correti, sulla base del prezzo ufficiale di borsa del 3 gennaio 2012″.

 

La società in una nota fa sapere inoltre che i ‘grandi’ soci di Unicredit potrebbero arrivare a sottoscrivere fino al 24% delle azioni oggetto dell’offerta di nuove azioni per l’aumento di capitale. In pratica, gli azionisti Allianz, Carimonte Holding, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e il consigliere Luigi Maramotti, spiega l’istitituo di piazza Cordusio “si sono impegnati a sottoscrivere direttamente o indirettamente, azioni ordinarie di nuova emissione per una percentuale pari al 10,68% delle nuove azioni oggetto dell’offerta di opzione”.

 

Inoltre, il socio Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona ha deliberato di sottoscrivere nuove azioni per il 3,51% dell’offerta, utilizando totalmente mezzi propri. A tutto questo, spiega Unicredit, potrebbero aggiungersi appunto nuove offerte che comporterebbero una sottoscrizione massima fino a circa il 24%.

 

I diritti di opzione per l’aumento di capitale di Unicredit potranno essere esercitati da lunedi’ prossimo, 9 gennaio, al 27 gennaio in Italia, Germania e Austria, mentre in Polonia dal 12 gennaio al 27 gennaio. I diritti di opzione saranno negoziabili sull’Mta da lunedi’ prossimo fino al 20 gennaio e sulla Borsa di Varsavia dal 12 gennaio al 20 dello stesso mese.

 

Nel corso del cda di oggi e’ stato anche sottoscritto il contratto di garanzia sull’aumento. Il consorzio di garanzia e’ coordinato e diretto da Bofa Merrill Lynch, Mediobanca e Unicredit Corporate Investment Banking come joint global coordinator e joint bookrunner ed e’ composto, oltre che da Bofa Merrill Lynch e Mediobanca, da Banca Imi, Bnp Paribas, Credit Suisse, Deutsche Bank, Hsbc, Jp Morgan, Socie’te’ Ge’ne’rale e Ubs come joint bookrunner.

 

Inoltre partecipano Ing, Nomura, Rbc, Rbs e Santander in qualita’ di co-bookrunner, da Bbva, Credit Agricole Cib, Mizuho International, Mps Capital Services in qualita’ di co-lead manager, e a da Banca Akros, Banca Aletti, Banca Carige, Equita Sim, Intermonte, Investec Bank plc e Keefe, Bruyette & Woods in qualita’ di co-manager.

 

Dopo la decisione del cda di dar vita all’aumento di capitale, il titolo Unicredit e’ finito in asta di volatilita’ in Piazza Affari con un teorico -9,72% a 5,705 euro.

 

Per approfondimenti visita www.adnkronos.com

Wall Street chiude in rialzo, come nelle previsioni


Alcoa, JP Morgan e BofA iniziano il nuovo anno con una partenza razzo, in retromarcia i difensivi McDonald’s e Verizon.

 

Wall Street, che ieri era rimasta chiusa per festività, doveva “recuperare” i guadagni che le Piazze europee avevano avuto nella prima giornata di contrattazione dell’anno, ed in effetti ha terminato la seduta odierna con un buon rialzo, ma forse sotto le attese di tanti investitori.

 

Se teniamo conto infatti che sono stati diramati dati macro decisamente superiori alle attese, forse ci si poteva attendere un rialzo superiore al punto e mezzo percentuale fatto registrare al fixing.

 

L’indice ISM manifatturiero ha infatti avuto ancora un rialzo superiore alle attese arrivando a 53,9 punti (consenso 53,2) dal precedente 52,7 e le spese per costruzioni edili hanno addirittura avuto un balzo crescendo dell’1,20%,  erano calate (-0,20%) nella scorsa rilevazione ed erano attese in crescita sì, ma dello 0,50%.

 

La leggera delusione è dovuta anche al fatto che nell’ultima mezz’ora di contrattazione si sono viste “prese di profitto”, quindi non un segnale di fiducia per le prossime sedute, ma non ci resta che attendere per capire quali sviluppi possano prendere i mercati borsistici in queste prime battute del 2012.

 

L’incremento del prezzo del petrolio, e delle materie prime in genere, ha fatto sì che sia stato il comparto dei titoli minerari e quello oil a beneficiare maggiormente di questa giornata, ma va sottolineato soprattutto la performance del settore bancario/finanziario, insomma non sono mancati anche segnali incoraggianti di ripresa.

 

Dow Jones (+1,47%) dopo un 2011 da dimenticare parte alla grande Alcoa (+6,71%) che risale sopra quota 9 dollari. Ai posti d’onore i due colossi bancari, JP Morgan (+5,20%) e Bank of America (+4,32%). A seguire Chevron (+3,73%) e Caterpillar (+3,73%).

 

I quattro ribassi dell’indice hanno riguardato titoli difensivi, fanalino di coda il top rated del 2011 Mc Donald’s (-1,49%),cali più contenuti per Verizon (-0,97%), The Travelers (-0,30%) e Kraft (-0,24%).

 

S&P500 (+1,55%) svetta Citigroup (+7,68%), ma subito a ruota troviamo Freeport McMoran (+7,37%), quindi Devon Energy  (+6,63%).

 

Il forte ribasso di  Williams Companies (-18,78%) è dovuto allo spin-off di WPX Energy, inizia male l’anno per Altria (-3,68%) ed Exelon Corp (-3,00%).

 

Nasdaq (+1,67%) sette rialzi superiori ai sei punti percentuali, in vetta Warner Chilcott (+7,53%) che torna sui massimi da un mese a questa parte, segue Micron Technology (+7,39%) dopo la promozione di Barclays, quindi Research in Motion  (+6,97%) su voci di cambi al vertice. Vanno citati anche i rialzi di Teva Pharma (+6,79%), Baidu (+6,71%), Randgold Resources (+6,06%) e First solar (+6,01%).

 

Pochi i ribassi di una certa entità, fra questi San Disk  (-3,30%), Vertex Pharma (-2,95%) e Microchip Technology (-2,38%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Piazza Affari sale ancora nonostante Unicredit


Balzo di Stm e Tod’s, molto bene le Banche Popolari e la galassia Agnelli, sul fondo Unicredit appesantita dai timori per il prossimo adc.

 

Avremmo potuto titolare “Buona anche la seconda”, una seduta che ha confermato ciò che di bello si era già visto nel primo giorno di contrattazione di questo neonato 2012.

 

I maggiori rialzi sono stati messi a segno da quei mercati che ieri non avevano partecipato alla “gran ballo d’inizio anno” in quanto chiusi per festività, ma per il resto l’indice Dax (+1,50%) di Francoforte si è confermato il più “tonico” ed il Cac (+0,72%) di Parigi quello più “appesantito”.

 

L’indice tedesco ha beneficiato in particolare dell’ottima intonazione del settore auto con Daimler e Bmw in vetta alla classifica dei  guadagni giornalieri, mentre, il listino francese ha ritrovato il segno più solo nell’ultima ora e mezza di contrattazione appesantito dal settore bancario.

 

Piazza Affari ha terminato la seduta molto vicina ai massimi di giornata, (Ftse Mib +1,24%), nonostante il titolo più importante del settore bancario, Unicredit (-2,47%) sia risultato il peggiore del listino principale, l’aumento di capitale continua a tener lontano gli investitori dall’Istituto di Piazza Cordusio.

 

In vetta ai rialzi Stmicroelectronics (+5,15%) dopo l’accordo firmato con Enel Green Power (+1,66%) e Sharp per la costruzione di pannelli fotovoltaici.

 

A seguire troviamo Tod’s (+5,05%) che beneficia della buona giornata del settore del lusso, fra i migliori di giornata con il comparto automobilistico che ha premiato Fiat (+3,67%) e Fiat Ind. (+3,53%) nonostante i dati sulle immatricolazioni a dicembre siano stati tutt’altro che brillanti.

 

Il comparto bancario ha messo in evidenza soprattutto le Popolari, guida i rialzi Banca MPS (+3,95%) sull’onda della notizia dei cambi al vertice, ma ottimi rialzi sono stati messi a segno anche da Ubi Banca (+2,55%), Bper (+2,26%) e Banco Popolare (+2,08%).

 

Occorre poi sottolineare i guadagni di Prysmian (+3,32%), Buzzi Unicem (+3,29%) e Tenaris (+2,62%) arrivato a quota 15,3 euro capitalizzando appieno il nuovo rincaro dei prezzi petroliferi.

 

 

Torna sopra il livello dei 3 euro Finmeccanica (+2,03%) e salgono ancora sia Pirelli (+1,95%) che Generali (+1,82%) forse influenzata dalla notizia che circola sul possibile matrimonio fra Fondiaria Sai e Unipol.

 

Insomma se le rimanenti sedute di questo 2012 assomigliassero alle prime due, non saremmo per nulla dispiaciuti, ma, per tornare ad essere seri, finite le festività torneranno a farsi vive le società di rating che, temiamo, non vorranno smentirsi rispetto alle promesse fatte all’inizio dello scorso mese di dicembre.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Equity: nel 2012 puntare sull’Europa


Il 2011 termina con un clima di marcato pessimismo da parte degli investitori, rischi di sistema che abbracciano l’intero pianeta, debiti pubblici a livelli stellari, e spettri di una recessione in Eurolandia, anche se il salvagente lanciato dalla BCE (tre anni di liquidità per le banche a buon mercato), scrive Swisscanto Investment in un recente outlook, esclude per il momento il rischio di un crollo del sistema bancario europeo e rimuove alla radice gran parte del peso che grava sui mercati finanziari.


In questo contesto, spiega la società di asset management elvetica, anche se le azioni sono state fortemente sottovalutate, nei prossimi mesi è probabile una prosecuzione della ripresa dei mercati equity.

 

“La persistente avversione al rischio da parte degli investitori – spiega Thomas Härter, responsabile strategie di investimento di Swisscanto – e i nostri modelli di valutazione cominciano a indicare opportunità di acquisto. Sebbene le attuali previsioni sugli utili 2012 per le aziende europee, a fronte della minaccia di recessione in Europa, continuino a essere rivisti verso il basso, la valutazione dei loro titoli azionari resta estremamente favorevole”.


Cosa mettere dunque in portafoglio equity?

 

Swisscanto sovrappesa, tenendo conto dell’estrema sottovalutazione delle azioni europee, l’area di un leggero 1,5%, in parte a scapito del Giappone (-1%). Per quanto riguarda i settori la società prevede un incremento del peso dei titoli bancari (+1%) a scapito delle materie prime (-1%).

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