Se così andasse, infatti, l’azionista avrebbe visto scendere il valore di ogni singola azione di 65 centesimi circa (da 2,622 a 1,972), ma contemporaneamente, avendo venduto un egual numero di diritti a 1 euro e ricomprati a pochissimi centesimi, avrebbe guadagnato circa 95 centesimi per ogni diritto. Quindi sarebbe pienamente soddisfatto del suo operato, alla fine dell’operazione di adc, certo, le sue azioni varrebbero di meno, ma lui avrebbe guadagnato trenta centesimi per azione (l’11,44%) proprio un grande affare.
E dirò di più, quella tentazione sarà ancora più forte proprio perché l’azionista Unicredit, in questi ultimi tempi (ma per la verità da oltre due anni), vede penalizzato il proprio immobilismo, cioè ha visto la propria azione scendere quasi costantemente, quindi potrebbe vedere questa come una grossa opportunità per fare un buon guadagno proprio sulla discesa (in questo caso dei diritti).
Insomma, ciò che io voglio evidenziare, è ormai risultato chiaro, un simile modo di operare, cioè fare trading sui diritti, ha connaturato in sé un grado di rischio spaventosamente alto, se infatti i diritti dopo essere scesi cominciassero ad invertire la rotta salendo vorticosamente, cosa faremmo? La riterremmo una cosa temporanea e quindi preferiremmo temporeggiare o dovremmo affrettarci a ricomprarli? E se ci lasciassimo prendere dall’avidità e comprassimo molti più diritti di quanti poi saremmo in grado di convertire con l’idea di rivenderli prima della scadenza, ad un prezzo maggiore, ma poi il loro valore crollasse? Entreremmo in un vortice, verremmo continuamente divorati dal dubbio che potrebbe risultare sconvolgente per coloro che non sono abituati ad operare professionalmente in questo modo.
Insomma il rischio di aggiungere al danno anche la beffa diventerebbe davvero insopportabile.
Quindi il mio consiglio accorato è: non mettetevi a giocare con i diritti, non lasciatevi tentare da un facile ed immediato guadagno (che, sia ben chiaro, non è impossibile), abbiate sempre una riserva che può essere utilizzata in momenti ancora più critici di questo.
Se proprio volete giocare con i diritti, fatelo dunque per importi che siete assolutamente in grado di perdere senza grandi rimpianti, fatelo cioè come se stesse mettendo delle fiches sul rosso o sul nero di un tavolo da roulette.

Spesso quando un titolo di Borsa termina le contrattazioni con un ribasso a doppia cifra i commenti dei vari analisti di sono del tipo: “XY subissata dalle vendite” oppure “Una marea di vendite affossa XY” fino a arrivare a “XY travolta dalle vendite”.
Se poi queste vendite si ripetono per più giorni si parla, utilizzando l’abusata terminologia anglosassone di “panic selling” ossia di “vendite da panico”, ed i commentatori di Borsa (ed io non faccio eccezione) tendono così a raffigurare l’immagine di milioni di piccoli azionisti che corrono a vendere il titolo con il terrore di veder sfumare del tutto i loro sudatissimi risparmi.
In verità non è assolutamente così, anzi, la realtà è completamente diversa. Prendiamo ad esempio, come ovvio di questi tempi, l’andamento dell’ultima seduta di Borsa per il titolo Unicredit.
Alla fine dell’ultima seduta le agenzie di stampa hanno battuto una notizia clamorosa “Unicredit: scambiato quasi il 6% del capitale”, in effetti andava evidenziato in prima pagina, perché mai nella storia del titolo, cioè dal 1994 ad oggi, erano state scambiate in una sola giornata 115.194.528 azioni pari, per la precisione al 5,97% del capitale della Banca di Piazza Cordusio.
E’ vero, ma leggiamo il dato al contrario: il 94,03% degli azionisti non ha fatto nulla! Non ha toccato le proprie azioni, ma non solo, non è assolutamente vero, come molti giornali in questi casi riportano, che “il 6% delle azioni è passato di mano”, perché? E’ molto semplice.
Quel 5,97% (vogliamo essere precisi) è calcolato facendo un banale rapporto fra le azioni scambiate nella giornata in Borsa (115.194.528) ed il numero totale di azioni che compone il Capitale Sociale di Unicredit, cioè 1.929.801.469, ma in una giornata come questa immaginatevi quanti traders hanno fatto scalping sul titolo, cioè hanno venduto, comprato, rivenduto e ricomprato per un’infinità di volte.
Un titolo con una tale liquidità, per uno scalper, è come una giornata ventosa per un surfista, cioè la manna (naturalmente se le cose gli vanno bene), quindi, tanto per essere chiari ed arrivare alla conclusione,
le azioni che effettivamente sono passate di mano sono molte ma molte di meno di quel 5,97%.
O, se vogliamo dirla in altro modo, le persone che erano azioniste il giorno 5 gennaio e non lo erano più il 6, sono certamente in un numero molto inferiore a quello che i giornali e le agenzie di stampa fanno intendere con i loro roboanti titoloni (e ripeto, non voglio assolutamente sottrarmi alla critica).
Se poi la vogliamo dire tutta, il giorno 4 gennaio, inizio dello “tsunami di vendite” con il titolo che termina le contrattazioni facendo segnare un clamoroso e raggelante -14,45%, le azioni scambiate sul mercato sono state l’1,866%, il 98,134% non ha fatto nulla e, per quanto ampiamente detto precedentemente, quel dato andrebbe ancora corretto al rialzo, certamente più del 99% delle azioni sono rimaste nelle mani di chi le deteneva il giorno precedente.
Ma tutto questo a che conclusioni ci deve portare? Beh, ad una in particolare che in Borsa è sufficiente lo spostamento di pochissimi punti percentuali nel capitale sociale di una azienda, anche ad azionariato diffuso come Unicredit (il 72,91% del capitale di Unicredit è in mano ad azionisti che detengono meno del 2% del capitale), per determinare sconvolgimenti nel valore della stessa.
E queste tre giornate di Borsa, sotto questo punto di vista, sono assolutamente emblematiche, riassumiamo i dati:
4 gennaio scambi pari al 1,87% del capitale
5 gennaio scambi pari al 3,19% del capitale
6 gennaio scambi pari al 5,97% del capitale
E gli azionisti Unicredit si sono trovati le loro azioni deprezzate del 37%!!!
Ripeto, il numero di azioni effettivamente passato di mano, anche se nessuno lo conosce con precisione, si può presumere che non abbia superato, nell’insieme delle tre giornate, il 2/3% del capitale.
Ora però diamo uno sguardo a cosa ci aspetterà domani ad inizio contrattazioni, è ovvio che gli arbitraggi la faranno da padrona e io ritengo che ciò che farà muovere il mercato, in questo caso più che mai, saranno i diritti.
Il motivo è semplice, purtroppo per Unicredit non tutti i grandi azionisti (le Fondazioni innanzitutto) parteciperanno in toto all’operazione di adc, ciò implica che non venderanno certamente l’azione, ma parte dei diritti sì, e se anche ci sarà chi vorrà entrare sul titolo a prezzi così da saldo, certamente potrebbero riversarsi sul mercato, almeno inizialmente, un gran numero di diritti.
Nel medio/lungo periodo il reale valore del titolo (qualunque esso sia) sarà incorporato nelle quotazioni di Borsa, ma nei prossimi giorni la volatilità sarà tale che vorrei consigliare a tutti i miei lettori di evitare scottature che potrebbero assumere anche i connotati di “ustioni”. Siate prudenti.

Lunedì 9 gennaio 2012 avrà inizio l’operazione di aumento di capitale per le azioni Unicredit, sui dossier titoli di coloro che alla chiusura del 6 gennaio 2012 possedevano azioni Unicredit, sia ordinarie che di risparmio, verranno assegnati un pari numero di diritti.
Ogni diritto permette al titolare di acquistare 2 azioni di nuova emissione al prezzo di 1,943 euro, quindi prima cosa da prestare attenzione è
che l’esercizio di ogni diritto prevede un esborso di 3,886 euro (1,943*2).
Quindi per ulteriore chiarezza, l’azionista che alla chiusura del 6 gennaio era titolare di nr. 1.000 azioni Unicredit (non importa se Ordinarie o di Risparmio) si troverà accreditati 1.000 diritti, qualora volesse esercitarli interamente (e quindi aderire in toto all’operazione di aumento di capitale) dovrà pagare 3.866 euro, ed al termine dell’operazione di adc (il prossimo 27 gennaio) sarà quindi titolare di nr. 3.000 azioni Unicredit.
Sarà forse opportuno specificare che le nuove azioni emesse sono esclusivamente azioni Ordinarie, quindi anche chi aderirà all’operazione essendo al momento titolare di azioni di Risparmio le nuove azioni che si vedrà assegnare saranno azioni Ordinarie.
I diritti saranno negoziabili normalmente (quindi come azioni ordinarie) dal 9 al 20 gennaio 2012 e non fino al 27 gennaio che rimane la data di attribuzione delle nuove azioni.
ATTENZIONE: successivamente al 20 gennaio il valore dei diritti si azzererà.
Ovviamente sono negoziabili anche parzialmente, quindi, ad esempio un azionista proprietario al momento di 1.000 azioni, e quindi da lunedì prossimo anche di 1.000 diritti, potrà vendere 500 diritti ed esercitare solo i restanti 500, dovrà quindi, in questo caso pagare 1.943 euro e diventerà proprietario al termine dell’operazioni di adc di altre 1.000 azioni e, di conseguenza, alla data del 27 gennaio sarà titolare di complessive 2.000 azioni.
ATTENZIONE: non si può stabilire a priori un metodo di comportamento preferibile, è connaturato nel mercato trovare un valore di equilibrio fra domanda ed offerta quindi non si può assolutamente dire ora se sia più conveniente vendere i diritti od aderire all’operazione, ma … si possono fare queste considerazioni.
Ad oggi lo “sconto” per gli azionisti Unicredit è del 25,90% (ricordate che al momento dell’annuncio dell’operazione era del 43,33%) la diminuzione dello “sconto” è dovuta chiaramente al ribasso che in questi giorni ha avuto il titolo in borsa.
Questo deriva da un banale calcolo, nell’ipotesi infatti che il prezzo dell’azione resti invariato all’attuale valore rettificato (2,622 euro) il vecchio azionista esercitando i diritti paga quell’azione 1,943 euro, cioè il 25,90% in meno (2,622 – 25,9%*2,622 = 1,943).
Ciò naturalmente porta come conseguenza che se il valore del titolo dovesse rimanere su questi livelli sarà il prezzo del diritto destinato a salire, mentre se il prezzo del diritto dovesse rimanere invariato o scendere anche il prezzo dell’azione subirebbe un calo.
I diritti per la loro natura saranno senza dubbio molto più volatili dell’azione stessa, ogni diritto infatti permette l’acquisto di due azioni ed al momento, come detto, incorpora uno “sconto”, di conseguenza la volatilità del suo prezzo sarà molto superiore (più del doppio).
Altra considerazione, in linea teorica il prezzo del diritto e dell’azione possono fluttuare senza limiti, impennarsi od azzerarsi, ma in pratica sarà quasi impossibile che il prezzo dell’azione
nel periodo di contrattazione dei diritti, cioè fino al 20 gennaio prossimo, scenda sotto il livello di 1,943 euro, in quanto sotto quel livello nessun azionista avrebbe convenienza ad esercitare i diritti ed il consorzio di garanzia, dopo un ulteriore periodo in cui verrebbero messi in vendita i diritti inoptati, si vedrebbe costretto alla sottoscrizione dell’intero aumento di capitale.
Naturalmente
al termine del periodo di negoziazione dei diritti questa considerazione “logica” perde di significato ed il prezzo del titolo, come tante volte negli ultimi tempi è accaduto, è sceso anche sotto il prezzo stabilito in fase di aumento di capitale.
Un’altra considerazione, derivante dall’analisi di operazioni di questo genere, è che molto spesso il prezzo del diritto tende a scendere nei primi tempi della contrattazione degli stessi, questo in quanto gli azionisti che non possono aderire all’operazione di adc in quanto non dispongono della liquidità necessaria, tendono a porre in vendita in fretta i loro diritti, ma ribadiamo che questo è solo un comportamento risultato prevalente nelle passate operazioni analoghe, ciò non significa affatto che lunedì il mercato si comporti in modo simile,
nessuno è in grado di sapere a priori come si comporterà il mercato.
Naturalmente un azionista particolarmente fiducioso nelle prospettive dell’azienda e che dispone della liquidità necessaria, può comprare sul mercato altri diritti ed esercitarli prima della scadenza (che ricordiamo sarà il giorno 20 gennaio) arrivando quindi a più che triplicare, alla fine dell’operazione, le azioni in proprio possesso.

Riportiamo nella tabella sottostante i dati principali relativi all’operazione di aumento di capitale Unicredit. Riteniamo inoltre opportuno fare alcune importanti precisazioni.
Il diritti saranno caricati sui dossier degli azionisti entro lunedì 9 gennaio e saranno in numero pari alle azioni detenute, quindi ogni singolo diritto permette l’acquisto di due nuove azioni.
I diritti Unicredit azxaz dal 23 gennaio non saranno più quotati sulla Borsa italiana per cui da quella data saranno privi di valore.
Alcune Banche in assenza di istruzioni da parte dei loro clienti procedono alla vendita diretta degli stessi nell’asta di apertura dell’ultimo giorno di negoziazione (20 gennaio 2012) altre invece non eseguono tale operazione, quindi massima attenzione.
Fate pervenire in ogni caso la vostra scelta (adesione all’aumento di capitale o vendita dei diritti) alla vosta Banca entro il giorno 19 gennaio 2012.
Le eventuali adesioni sono irrevocabili.
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.
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Numero nuove azioni emesse
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3.859.602.938
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Valore complessivo aumento di capitale
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7.499.208.508,53
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Fattore o Coefficiente K
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0,65863050
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Prezzo riferimento Az. Ord. Rettificato
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2,6220
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Prezzo ufficiale Az. Ord. Rettificato
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2,7382
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Prezzo riferimento Az. Risp. Rettificato
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5,4400
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Prezzo emissione nuove azioni
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1,943
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Rapporto di cambio
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2 nuove az. per ogni azione ord e/o risp.
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Valore diritto
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1,359
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Trattazione diritti
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Dal 9 gennaio al 20 gennaio 2012
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Scritto in Finanza Dal Web, Finanza in Chiaro

Continuano a salire Microsoft e Walt Disney, battuta d’arresto per i bancari. Brutto inizio d’anno per Mastercard, bene Netflix sul Nasdaq.
Ancora una giornata poco mossa per i listini statunitensi, e siamo arrivati alla terza consecutiva, termina comunque con un bilancio positivo la prima ottava dell’anno per tutti i tre principali indici borsistici a stelle e strisce, ed in particolare per l’indice dei titoli tecnologici.
Il dollaro ha leggermente ceduto qualche posizione rispetto allo yen, ma in questi giorni è la debolezza dell’euro a catalizzare l’attenzione dei mercati valutari, ora siamo a 1,2720 sui minimi dell’agosto/settembre 2010, ricordiamo, però, che sempre nel giugno di quell’anno eravamo scesi anche sotto la soglia di 1,20. Quindi la moneta unica ha ancora ampi margini di discesa.
Decisamente sopra le previsioni i dati macro usciti in giornata e riguardanti il mercato del lavoro, confermando i dati predittivi il numero di posti di lavoro nei settori non agricoli è risultato decisamente superiore al consenso ed esattamente il doppio della precedente rilevazione (200.000 infatti i posti creati, erano stati 100.000 e le attese si fermavano a 150.000).
E’ sceso così a sorpresa all’8,5% il tasso di disoccupazione, era l’8,7% e lo si prevedeva inalterato.
Dow Jones (-0,45%) sale ancora
Microsoft (+1,52%) e per la società di Bill Gates la prima ottava dell’anno termina con un bilancio più che lusinghiero (+8,24%) secondo miglior titolo dell’indice, a seguire
Walt Disney (+1,04%) terzo in questa graduatoria (+6,43% da inizio anno), quindi
McDonald’s (+0,77%).
Sul fondo della classifica
AT&T (-2,37%), Alcoa (-2,14%) e Bank of America (-2,06%) che comunque resta il miglior titolo dell’indice in questa prima ottava del 2012 (+11,15%).
S&P500 (-0,25%) variazioni tutto sommato contenute, in vetta un titolo quotato al Nasdaq come
Amazon (+2,82%) al quale fa seguito
Fedex (+1,66%), quindi
Medtronic (+1,40%).
Sul fondo comincia a farsi pesante la situazione per
Mastercard (-2,69%) che, dopo esser stato il titolo migliore dell’indice nel corso del 2011, ha iniziato il nuovo anno come peggio non poteva con quattro ribassi su quattro e ein plein anche nel prezzo di chiusura inferiore a quello di apertura. Giornata negativa anche per
Costco Wholesale (-2,56%) e Morgan Stanley (-2,33%).
Nasdaq (+0,16%) ed abbiamo una clamorosa conferma, dopo la più che disastrosa seconda parte dello scorso anno è partito alla grande il 2012 per
Netflix (+8,81%) e da inizio anno siamo già quindi a +24,53%. Bene anche
Apollo Group (+5,44%) dopo aver annunciato per il primo trimestre fiscale un utile superiore al consenso. Sale anche
Life Technologies (+3,80%).
Sul fondo della classifica odierna
Electronic Arts (-4,19%), male anche
Fossil (-3,66%) Wynn Resorts (-3,52%).

Lo tsunami che ha travolto Unicredit ed, a cascata, tutto il comparto bancario italiano si è scatenato non appena sono state rese note le condizioni che avrebbero regolato l’operazione di aumento di capitale che, come ormai tutti sanno, prenderà il via lunedì prossimo 9 gennaio.
Ebbene occorre chiedersi cosa abbia sorpreso a tal punto il mercato da far scaturire una reazione di così inaudita violenza.
Allora, la prima cosa da valutare è l’importo stesso dell’operazione ossia i 7,5 miliardi di euro, e qui non c’è possibilità di equivoco, era noto da tempo, di tutto si può dire riguardo a questa operazione, ma non che l’importo possa esser stato considerato una sorpresa.
Certo se una Banca che capitalizza 10 miliardi fa un aumento di capitale di 7,5 miliardi non è cosa da poco, questo è indubbio, ma non può essere stato questo fatto ad innescare la reazione che ha travolto il titolo.
La seconda cosa che si deve prendere in considerazione è l’ormai celebre “sconto” , in altre parole di quanto sarebbe stato inferiore, rispetto al TERP calcolato sulla chiusura del giorno precedente l’annuncio, il prezzo pagato, per le nuove azioni in emissione, dai “beneficiari” dell’offerta, ossia i vecchi azionisti.
Ebbene su quest’argomento ho scritto un articolo che ha avuto un certo successo fra i frequentatori del web, quindi rimando i lettori interessati a questi calcoli alla lettura del pezzo, ricordo qui che questo “sconto” è risultato del 43,33%, ma naturalmente quel calcolo è riferito alla chiusura del 3 gennaio, oggi, è ovvio, risulterebbe di molto ridimensionato, visto il crollo verticale delle quotazioni del titolo.
Ora, non ci interessa tornare sui calcoli, bensì capire se l’ampiezza di questo “sconto”, come molti analisti hanno sostenuto, possa essere stata alla base della violenta reazione del mercato.
Anticipiamo subito che la nostra risposta è no! E per due ordini di motivi, il primo è che era un dato ampiamente previsto, se volete la conferma andate a vedere gli articoli apparsi nei vari siti nei giorni immediatamente precedenti l’annuncio, il consenso generale era per uno “sconto” fra il 40 ed il 45%, non può quindi un 43,33% aver particolarmente sorpreso gli analisti.
Il secondo è che analoghe operazioni precedenti sono state eseguite con “sconti” molto simili.
Quindi, ed arriviamo al nocciolo della questione, cosa può avere portato il titolo a perdere un terzo della propria capitalizzazione in 3 giorni?
A nostro avviso sono due i motivi principali, il primo riguarda il numero di azioni emesse, cioè l’emissione di due nuove azioni ogni “vecchia” azione posseduta, ed il secondo la risposta, perlomeno fredda che è arrivata dalle Fondazioni e dai grandi azionisti della Banca di Piazza Cordusio.
Allora, se per ogni azione ne vengono emesse due di nuove, l’azionista Unicredit che non partecipa all’operazione di adc si troverà la sua partecipazione al capitale dell’azienda diminuita del 66%, o, ed è la stessa cosa, ma forse rende meglio l’idea, ridotta ad un terzo rispetto a prima.
Cioè su ogni euro che prima riceveva sotto forma di dividendo, ora, a parità di utili distribuiti, ne incasserà 33 centesimi, una bella sforbiciata, non c’è che dire. E se poi pensiamo che gli anni che abbiamo davanti non sembrano essere particolarmente favorevoli per i bilanci delle banche il quadro si completa.
Bene si dirà, ma allora perché non si è scelto di emettere una sola nuova azione del valore di 3,886 euro, dopotutto lo “sconto” sarebbe rimasto invariato, e poi c’è comunque il consorzio di garanzia, ossia quel pool di Banche che garantisce la disponibilità per la conclusione “in ogni caso” dell’operazione.
Certo, ma è proprio lì il fatto, noi leggiamo il comunicato ufficiale della Banca e le principali testate italiane che ci raccontano che si è riunito il Consiglio di Amministrazione di Unicredit che ha deciso le condizioni dell’adc, ma nella realtà il CdA non ha deciso un bel niente.
Come è logico che sia, e come sempre accade, chi ha deciso è il Consorzio di garanzia coordinato e diretto, in questo caso, da Bank of America Merrill Lynch, Mediobanca e Unicredit C&IB, alla testa di ben 26 Banche (inizialmente erano 14 ma poi queste non volevano accollarsi un simile rischio e son quindi diventate 26).
E’ chi garantisce che detta le condizioni, è naturale, io ti garantisco però tu … e se io che garantisco per farlo ti impongo delle condizioni capestro è chiaro che ritengo l’operazione pericolosa, quindi se sono loro i primi a non fidarsi perché dovrebbe farlo il piccolo azionista?