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Aumento capitale Unicredit, un successo o un flop?


A tre giorni dalla scadenza dei diritti legati all’operazione di mega-aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro che ha riguardato la maggior Banca italiana, Unicredit, si può già stilare un primissimo bilancio? E’ stata un successo? Oppure un flop?

A tre giorni dalla scadenza dei diritti legati all’operazione di mega-aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro che ha riguardato la maggior Banca italiana, Unicredit, si può già stilare un primissimo bilancio? E’ stata un successo? Oppure un flop?

Ovviamente per  valutare la bontà o meno di un’operazione finanziaria, la cosa che immediatamente ci verrebbe più naturale pensare sia quella di metterla in relazione ad una situazione precedente e quindi di calcolarne percentualmente la differenza: è positiva? Ne dedurremo che è stato un successo. E’ negativa? Concluderemo per un insuccesso.

Ok sembra un procedimento logico, proseguiamo in questa direzione, ma appena ci mettiamo al lavoro ecco il primo problema, e non è da poco! Quale deve essere presa come base di riferimento? In altre parole, rispetto a quale situazione pregressa dobbiamo valutare l’attuale posizione?

Le scelte possibili sono infatti due, la prima, a prima vista, parrebbe la più corretta: rispetto alla data di partenza dell’operazione.

Un fautore di questa opzione riterrà giusto che, se si deve valutare un processo in essere, lo si dovrà fare rispetto alla data di partenza “ufficiale” dello stesso, quindi, in questo caso, rispetto ai valori di partenza di lunedì 9 gennaio prima dell’inizio delle contrattazioni o, se preferite, ma non cambia nulla, rispetto alla chiusura del 6 gennaio dopo  le rettifiche effettuate tramite i coefficienti calcolati da Borsa italiana.

Ed i vertici di Unicredit, non ho dubbi, sceglieranno proprio questa procedura ed al momento, (naturalmente i dati si riferiscono alla chiusura di ieri 17 gennaio) l’azione Unicredit è salita del 14,87% (partita da 2,622 oggi vale 3,012), mentre il diritto ha guadagnato il 42,16% (partito da 1,359 al momento quota 1,932).

Ponderando i due dati troviamo così un complessivo +24,16%.

Insomma, quasi un trionfo, soprattutto se raffrontato con le analoghe recenti operazioni effettuate da altre Banche che si erano immediatamente rivelate, per gli azionisti, un bagno di sangue.

Ma, come dicevamo prima, le scelte che riguardano la base dalla quale partire per valutare l’eventuale successo dell’operazione, sono due poiché, qualcuno potrebbe ritenere che, anche se l’operazione è iniziata “ufficialmente” il 9 gennaio scorso, “di fatto” era cominciata prima, e cioè al momento dell’annuncio ai mercati delle condizioni che avrebbero regolato proprio questo aumento di capitale.

Questa ipotesi, a nostro avviso, pur essendo debole nella forma, ha comunque sostanza. Il giorno precedente all’annuncio, infatti, il titolo si trovava in una situazione completamente diversa e non si può obiettare che tutti sapevano che sarebbe stato imminente un adc da parte di Unicredit e che lo stesso sarebbe stato per un importo di 7,5 miliardi.

Certo nessuna sorpresa per quanto riguarda l’importo e le tempistiche, ma le condizioni sono essenziali per valutare la convenienza o meno di una certa operazione e queste condizioni sono state rese note il 4 gennaio, per cui quella che deve essere ritenuta “di fatto” la data di partenza dell’adc Unicredit è la chiusura del titolo al 3 gennaio 2012.

Ed alla chiusura del 3 gennaio 2012 il titolo Unicredit valeva 6,33 euro, applicando a questo valore il coefficiente di correzione K (che ricordiamo è risultato pari a 0,65863050) arriviamo così a 4,1692 euro.

Insomma un ribasso del 27,76% (da 4,1692 all’attuale 3,012), un risultato non certo da festeggiare.

Si potrebbe infine scegliere, sempre in questo caso, anche un altro procedimento ( corretto, visto che i diritti sono ancora negoziabili) e cioè raffrontare il valore del 3 gennaio (6,33 euro) con la somma delle quotazioni attuali dell’azione e del diritto (3,012 + 1,932 = 4,944), ed otteniamo così un ribasso un po’ più contenuto, pari al 21,90%.

Comunque guardiamo alla sostanza, ciò che emerge è che se noi facciamo oggi un raffronto rispetto alla data “ufficiale” di partenza dovremmo essere decisamente soddisfatti, mentre se il confronto è effettuato rispetto alla data dell’annuncio dell’operazione (che molti ritengono la partenza “di fatto”) non possiamo di certo festeggiare avendo visto sfumare oltre un quinto del nostro capitale.

Chi ha ragione?

Io ritengo che ogni azionista debba dare la sua personalissima risposta.
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.

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Wall Street riduce i guadagni, ma resta positiva


Cisco, Merck e United Technologies i migliori, sul fondo JPM E BofA, tonfo di Citigroup dopo la trimestrale. Samsung si prende il Blackberry?

 

Alla fine comunque gli indici statunitensi hanno fatto segnare un rialzo, certo la chiusura è avvenuta abbastanza lontana dai massimi di giornata, ma il trend positivo è rimasto.

 

Forse più che di un trend rialzista, almeno per quanto riguarda il Dow Jones e lo S&P500, si può parlare di una fase laterale, visto che in questo 2012 soltanto nella prima seduta dell’anno abbiamo assistito ad una variazione superiore al punto percentuale ed in una sola altra occasione si è superato il mezzo punto, per le rimanenti otto giornate in cui si è contrattato, i due principali indici a stelle e strisce, si sono mossi, in valore assoluto, solo di pochi decimi di punto.

 

Per coloro poi che sono soliti vedere i valori “tondi” degli indici come soglie “psicologiche” dalla seduta odierna possono averne tratto oscuri presagi, visto che il Dow Jones e lo S&P500 avevano superato in intraday rispettivamente quota 12.500 e quota 1.300 ma non hanno però confermato in chiusura il superamento di tali livelli.

 

Nella mattinata newyorkese i guadagni erano molto più corposi anche per un indice New York Empire State che è sorprendentemente balzato a 13,5 dal precedente 8,2 mentre le previsioni si fermavano a 10.

 

Nella seconda parte della seduta, però, la cautela ha prevalso sgonfiando gli indici e riducendo i guadagni, al solito le vendite si sono concentrate sul comparto bancario, comunque rincuora vedere l’ennesimo dato positivo, anche se di sentiment, provenire dall’economia reale.

 

Dow Jones (+0,48%) tre i titoli che hanno terminato con un rialzo superiore al punto percentuale e precisamente Cisco Systems (+1,31%), Merck (+1,30%) e United Technologies (+1,26%).

 

Come anticipato troviamo sul fondo della classifica e nettamente, JP Morgan (-2,81%) e Bank of America (-1,97%), ribasso decisamente più contenuto per General Electric (-0,53%).

 

S&P500 (+0,36%) svetta il biotecnologico Gilead Sciences (+3,05%), ottimo il suo inizio di 2012, a seguire troviamo proprio il leader attuale della classifica da inizio anno e cioè Freeport Mc Moran (+2,55%), quindi News Corp (+2,20%).

 

Tonfo, dopo una trimestrale decisamente inferiore alle attese, per Citigroup (-8,20%), ribassi sensibili anche per Sprint Nextel (-4,33%) e Morgan Stanley (-2,29%).

 

Nasdaq (+0,64%) alcuni titoli hanno avuto guadagni veramente importanti. Ci riferiamo in particolare a Sears Holdings (+9,51%) per il grande retailer guidato da Louis D’Ambrosio (ma non sarà mica di origini italiane?) la conferma che il periodo peggiore possa essere passato, dopo esser scesa sotto quota 30 dollari ora questa chiusura a 36,75 sembra proprio confortante. A seguire troviamo Green Mountain Coffee Roasters (+8,30%), ma tutti gli occhi oggi erano puntati su Research in Motion (+8,04%) l’azienda canadese del Blackberry, infatti, secondo indiscrezioni, sembra destinata ad essere acquistata dal colosso coreano Samsung, al momento i prezzi fra la domanda e l’offerta differisco ancora un po’ la sembra che l’affare possa andare in porto.

 

I ribassi sono risultati decisamente più contenuti, Ctrip.com (-2,67%) che non riesce a riemergere dal fondo nel quale ormai da tempo si dibatte, Nii Holdings (-2,40%) e Marvell Technology (-2,17%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Piazza Affari, protagonista è sempre Unicredit


Unicredit sale dopo che il fondo arabo Aabar ha annunciato che salirà al 6,5% del capitale. Bene Enel e Parmalat, giù Bper, Mediaset e Mediolanum.

 

Un indice Zew decisamente superiore alle attese aveva fatto volare nella mattinata le Piazze europee che invece nelle ultime ore di contrattazione si sono “sgonfiate” ad eccezione di Francoforte (+1,8%) che ha mantenuto un buon guadagno.

 

Eppure New York, in assenza di dati macro, sta facendo registrare rialzi superiori al punto percentuale con il Dow Jones che supera quota 12.500 (non accadeva dallo scorso luglio) lo S&P500 che ha passato un altro livello importantissimo, i 1.300 punti, ed anche in questo caso dobbiamo tornare al luglio scorso per vedere quotazioni di questo tipo.

 

Il Ftse Mib (+0,69%), dopo aver ritoccato in mattinata i 15.500 punti è ritornato indietro fino ad azzerare tutti i guadagni ad un’ora circa dalla fine delle contrattazioni, poi, il rimbalzo negli ultimi 60 minuti.

 

Ancora una volta Unicredit (+2,80%) non ha deluso, risultando il titolo migliore del listino dopo che Khadem Al Qubaisi, il presidente del fondo di Abu Dhabi ha rilasciato una dichiarazione di pieno supporto per Unicredit ed il proprio attuale management, il fondo arabo salirà al 6,5% del capitale, dell’operazione si sta occupando Morgan Stanley.

 

E’ tornata a farsi viva, finalmente, anche Enel (+2,37%), completa il podio odierno Parmalat (+2,33%).

 

In salita anche gli industriali, Prysmian (+2,19%) continua questo splendido 2012, e Fiat (+1,97%) dopo l’exploit di ieri continua a volare.

 

Ma vanno citati anche i rialzi di Terna (+1,76%), Buzzi Unicem (+1,72%), ed Eni (+1,71%).

 

Più della metà dei titoli (ben 23 per l’esattezza) hanno però concluso le contrattazioni in territorio negativo, maglia nera ad un bancario (male il settore oggi) Bper (-2,72%), decisamente deboli anche Banca Popolare Milano (-2,00%) e Mediobanca (-1,15%).

 

Ma ribassi superiori ai due punti percentuali hanno interessato anche Mediaset (-2,38%) e Mediolanum (-2,34%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit dopo l’aumento di capitale: ecco i numeri


 

Nell’articolo pubblicato ieri asserivo che l’utilizzo dell’analisi tecnica a fini previsivi non forniva un aiuto concreto, quindi risultava praticamente inutile servirsi di questa metodologia.

 

Un grafico come quello che riporta le quotazioni di un titolo di Borsa, e che quindi ha sulle ascisse il tempo, fornisce soltanto un dato interessante ed utilizzabile per costruire il più semplice, ma anche il più efficiente  modello di previsione: le medie mobili.

 

Volendo non bisognerebbe dimenticare di controllare anche i volumi, ma non sempre sono indicativi, l’accelerazione che hanno registrato, ad esempio, sul titolo Unicredit è chiaramente imputabile all’operazione di aumento di capitale in corso, e sarebbe fuorviante dare un peso eccessivo ai volumi degli ultimi giorni, anche se i due “picchi” del giorno 10 e del giorno 12 potrebbero essere letti a posteriori come il segnale più evidente del cambio di trend (naturalmente ce lo auguriamo tutti).

 

Certo il contributo delle medie mobili è sempre straordinario, poi su un andamento come quello avuto nell’ultimo anno dal titolo Unicredit la loro applicazione sarebbe state perfetta, non sbagliavano un segnale.

 

A tal proposito se avete libri di analisi tecnica la cui lettura vi fa scoppiare il cervello, buttateli via, risultano complicati ad arte non perché la materia sia ostica, ma per far credere di avere una rilevanza “scientifica” che non hanno. Seguite il mio consiglio incrociate due medie mobili ed otterrete risultati migliori in maniera immediata.

 

Ovviamente dovrete prendere una media mobile abbastanza breve ed una un po’ più lunga, il mio consiglio è una settimana, due mesi (ovviamente di giorni di contrattazione, quindi 5/44, ma scegliete quelle che vi piacciono di più che non cambia (ripeto però che non debbono essere né troppo simili, né troppo diverse).

 

Sappiamo che le operazioni al ribasso sono vietate, ma l’applicazione di una 5/44 nell’ultimo anno, sul titolo Unicredit, avrebbe avuto risultati eccellenti cogliendo il primo periodo rialzista, e poi tutto il ribasso da marzo a settembre e, naturalmente anche quello da novembre ad oggi.

 

Come è noto, però, incrociare due medie mobili dà solo un’indicazione Buy/Sell e non la stima di un valore o di un intervallo di confidenza, per ottenere questi occorre un approccio di analisi fondamentale che come noto è estremamente complesso e con margini di errore elevatissimi, per questo personalmente preferisco costruire un modello semplice, forse banale, e “farlo girare” variando i coefficienti.

 

Ne vengono determinati così dei valori che, pur contenendo essi stessi margini di errore, dovrebbero disperdersi, potendosi ritenere determinazioni di una variabile casuale, a quel punto si prende normalmente un intervallo di confidenza del 95% e si segnano i limiti, inferiore e superiore.

 

Certo se l’errore fosse sistematico arriveremmo certamente a risultati sbagliati ed è una eventualità che non si può escludere, ma non ci sono alternative. Tanto per intenderci se io, ovviamente per errore, mettessi che più l’azienda fa utili e più il suo valore scende, è chiaro che tutti i risultati ai quali pervengo sono sbagliati, e non per il caso, ma sistematicamente, appunto. Certo ho fatto un esempio limite, ma solo per rendere più comprensibile il concetto.

 

Insomma fatte queste premesse arriviamo ai numeri, cosa è saltato fuori?

 

Ecco i limiti di confidenza  per Unicredit: 2,2 e 4,4 euro.

 

Attenzione, potrebbe sembrare una pignoleria, ma se fosse così permettetemela, vorrei specificare che ciò non significa, come spesso si ritiene, che: dato il modello previsivo e … bla bla bla la probabilità che il risultato sia compreso fra i due estremi sia del 95%, bensì che fatto 100 volte l’esperimento, 95 volte sono usciti risultati compresi fra questi due estremi.

 

Insomma il risultato inferiore sarebbe 2,2 euro e quello superiore 4,4 euro.

 

Permettetemi poi di abbondare con le specificazioni, da ciò non se ne deve dedurre che le quotazioni di Unicredit non possano scendere sotto quota 2,2 euro, ma che nella simulazione fatta ciò è accaduto solo il 2,5% delle volte, così come si è dimostrato superiore a 4,4 euro nel 2,5% delle volte.

 

Ecco queste sono le risultanze, e vi esorto a prenderle per come ho voluto correttamente presentarle, non sto dicendo che le quotazioni di Unicredit non possono scendere sotto quota 2,2 euro o salire sopra quota 4,4 euro, i limiti possono essere superati, raramente, ma possono essere superati.

 

Dato che il valor medio fra 2,2 e 4,4 è 3,3 e dato che al momento della scissione del valore dell’azione il diritto valeva 1,359 (quindi mezzo diritto arrotondiamolo a 0,68), se ne dovrebbe dedurre che la conversione, per il vecchio azionista, risulterebbe conveniente (1,943 + 0,68 = 2,623 < 3,3). 

 

Va da sé, come ultima precisazione, che al mutare dei dati di base deve cambiare anche il modello, per cui al momento in cui saranno disponibili i dati del quarto trimestre occorrerebbe rimodulare il modello ed adattarlo alle nuove esigenze.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro




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Borse: S&P? E chi se ne …


Piazza Affari, la migliore d’Europa, fa una pernacchia a Standar & Poor’s, volano Fiat ed Stm, ma bene anche Pirelli e BpM. In calo MPS.

 

Le Borse europee rispondono in maniera sfacciata alla bocciatura arrivata dall’agenzia di rating più nota al mondo, Standard & Poor’s, che nel fine settimana aveva fatto scendere la propria ghigliottina su diversi stati dell’eurozona.

 

In particolare è proprio Piazza Affari a stupire in positivo, la doppia bocciatura aveva infatti fatto scivolare il nostro rating in B ed i timori di una ripercussione pesante sui titoli bancari sarebbe stata più che fondata, visto che molti fondi hanno nel proprio statuto una clausola che limita l’acquisto di titoli pubblici soltanto da Stati contrassegnati almeno da una singola A.

 

La risposta unanime arrivata dall’Europa, ad un giudizio considerato iniquo (effettivamente la tripla A per la Gran Bretagna è una pura barzelletta), a nostro avviso, sta alla base di questa bella risposta delle Borse europee, ed è proprio dall’eurozona che sono arrivati i rialzi maggiori.

 

Londra ha infatti limitato i rialzi a qualche decimo di punto percentuale, quasi un punto per Parigi (che invece ha subito l’onta della perdita della tripla A), oltre un punto per Francoforte (graziata da S&P).

 

Ma come dicevamo è proprio Milano la sorpresa della giornata il Ftse Mib (+1,40%) che, come tutti sappiamo, è letteralmente imbottito di titoli bancari era atteso stamattina alla prova del fuoco che è stata non solo superata, ma a pieni voti,

 

certo non son stati i titoli bancari a far segnare le maggiori performances, ma hanno terminato tutti in territorio positivo, con l’eccezione di Banca MPS (-2,92%) peggior titolo di giornata.

 

Ancora tutti gli occhi puntati su Unicredit (+0,41%), più del segno positivo, arrivato nell’ultima parte di contrattazione, a rincuorare i tanti azionisti della Banca di Piazza Cordusio è stato l’immediato recupero avvenuto subito dopo l’apertura che, come nelle attese era risultata decisamente pesante.

 

Per tutti coloro che sono impegnati in questa titanica impresa (l’aumento di capitale appunto) non c’è stato neppure il tempo di prendere “paura” che il ribasso si è subito limitato  su valori fisiologici, insomma, avete capito, una bellissima prova di forza arrivata dai diritti che non hanno mai ceduto ed alla fine hanno terminato su quota 1,72 dopo aver toccato un massimo intraday a 1,745.

 

Ma andiamo ad omaggiare le “stelle” della giornata, con uno sprint finale che ha del miracoloso svetta Stmicroelectronics (+7,23%) tornato così, di fatto, sui valori della fine del luglio scorso.

 

E che dire della galassia Agnelli? Fiat (+7,04%), Exor (+6,58%) e Fiat Ind. (+3,93%) per questi ultimi due titoli le quotazioni sono tornate ai livelli precedenti il crollo di agosto e sommando le quotazioni di Fiat e Fiat Ind. (sono moltissimi infatti gli azioni della vecchia Fiat che hanno mantenuto entrambi i titoli in portafoglio) si superano gli 11,5 euro.

 

A ruota troviamo Pirelli (+4,93%) quindi il primo bancario di giornata, Banca Popolare di Milano (+4,69%).

 

Buona seduta anche per Salvatore Ferragamo (+4,01%) che ritrova quota 11 euro e Lottomatica (+3,51%) che invece torna a superare l’asticella posta a 12 euro.

 

Insomma è chiaro, la seduta è stata scoppiettante ci meritiamo ora mezza giornata di pausa poiché, come sapete, Wall Street non contratta per il Martin Luther King Day, e noi ci attendiamo,  almeno per tutta mattinata di domani,  ancora fuochi artificiali.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro




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Unicredit: quanto vale dopo l’aumento di capitale?


Ho sempre sostenuto che calcolare il valore di un’azienda, e, peggio ancora, valutare quale possa essere il suo prezzo in Borsa, non sia semplicemente un esercizio difficile, di più, assolutamente inutile.

 

Per quanto si possano usare complessi algoritmi le variabili che entrano in gioco sono praticamente infinite e, per arrivare ad un risultato corretto, dovrebbero essere valutate tutte in maniera precisa.

 

Un’impresa più che titanica, quindi, come ho detto, inutile tentarla, inutile imbarcarsi in calcoli complicatissimi per arrivare a conclusioni sicuramente erronee, qualcuno quindi,  ha cercato di arrivarci con una scorciatoia.

 

In pratica, l’idea di fondo è questa, tutte queste variabili, che non conosco, o non riesco a valutare correttamente, sono comunque condensate nel prezzo del titolo, ed io i prezzi precedenti li conosco, quindi? Quindi studiando i prezzi precedenti cerco di prevedere quelli futuri.

 

Lodevole l’iniziativa, peccato che abbia un unico difetto: non funziona.

 

Avete certamente compreso tutti che mi sto riferendo all’analisi tecnica che io dimostrai, ancora diversi anni fa, che non funziona,  principalmente poiché non ha alcun fondamento scientifico, insomma è qualcosa di molto simile all’oroscopo.

 

La sua larga diffusione, spesso utilizzata per accreditarne la validità, dipende solo dal fatto che è uno strumento accattivante, sarebbe proprio bello, infatti, poter prevedere i valori dei titoli di Borsa senza sapere nulla di economia, di bilanci, di politiche aziendali insomma senza sapere nulla di nulla.

 

Eh sì, perché l’analista tecnico è proprio un tuttologo lui semplicemente ti sa prevedere ogni cosa, che il grafico che si ritrova sotto mano sia di un titolo bancario piuttosto che petrolifero, che sia quotato a Milano piuttosto che a Tel Aviv, addirittura che sia un grafico di un titolo di Borsa piuttosto che quello della portata di un fiume per lui non fa differenza, da quella linea frastagliata lui, proprio come gli astrologi, ne traccia diverse altre e poi arriva sempre ad una conclusione.

 

E non sbaglia proprio mai, perché la conclusione alla quale arriva è che se tenderà a salire, potrebbe salire ulteriormente, mentre se inizierà a scendere potrebbe scendere ancora di più.

 

Qualcosa di più banale è difficile da pensare.

 

Però, bisogna riconoscere che è infallibile.

 

Certo è proprio come dire che se sei partito da Verona e vedi il cartello Brescia, avendo ancora benzina nell’automobile e proseguendo in quella direzione, puoi arrivare a Milano; mentre se vedi il cartello Padova, sempre avendo benzina e proseguendo in quella direzione, potresti arrivare a Venezia.

 

Chi lo può smentire?

 

Il fatto è che le conclusioni alle quali arriva l’analista tecnico, essendo banali e scontate, sono assolutamente prive di valore, prive di qualsiasi tipo di utilità, quindi non ci sono di nessun aiuto.

 

Detto questo allora che facciamo? Tiriamo una monetina che è meglio? Direi di no.

 

Qualcosa comunque si può fare, affidarsi alla statistica, insomma utilizzare, per quanto possibile, procedimenti statistici, quindi scientifici, non per avere stime puntuali, ma perlomeno intervalli di confidenza che avranno comunque margini di errore, come tutte le previsioni scientifiche.

 

Certo, arriva un downgrade da S&P, oppure entra un fondo sovrano che vuole investire cinque miliardi di euro in Unicredit e tutte le tue belle analisi statistiche vanno a farsi benedire, però questo è inevitabile, quindi dovremmo accettarlo.

 

 Tutto questo lungo discorso per dire che stabilire quanto possa valere Unicredit, sia impresa veramente ardua, soprattutto perché un’operazione di aumento di capitale così imponente rende ancor maggiore il margine di errore.

 

Eppure quante persone mi chiedono “come devo comportarmi riguardo ai diritti?”, oppure “dopo l’adc quanto varrà Unicredit?” ed ancora “il prezzo potrà scendere sotto 1,943?”.

 

Ebbene ho sempre risposto in maniera corretta e professionale, non potendomi sbilanciare proprio per i motivi che ho sopra esposto, ma … devo anche dire che i miei ormai giornalieri articoli su Unicredit hanno avuto un successo nel web ben superiore ad ogni mia più ottimistica previsione, per cui, mi sono detto, non posso deludere le migliaia di persone che mi hanno fatto tutti quei complimenti e dimostrata tutta la loro fiducia.

 

Nei giorni scorsi, quindi, ho cominciato a fare simulazioni, semplici applicazioni di inferenza classica che hanno dato responsi spero attendibili, domani così pubblicherò un articolo che riporterà i risultati ottenuti, ma già da ora, comunque, vi prego di attribuire loro soltanto un valore indicativo, anche se conseguito con procedimenti rigorosi.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit, diritti, seconda settimana, cosa ci attende?


Cosa sia accaduto nella prima settimana di contrattazione dei Diritti Unicredit AxA, ormai è noto a tutti, l’azione, rispetto al dato di partenza (2,622) è salita a 2,918 euro (+11,29%) ed il Diritto, partito da quota 1,359 è arrivato a 1,7 euro (+25,09%).

 

Potremmo condensare il commento in: azionisti soddisfatti (tranne coloro che hanno venduto soprattutto nei primi giorni) e fiduciosi in possibili nuovi incrementi per la settimana che va ad aprirsi.

 

Ma la partita è tutt’altro che chiusa, come tutti sanno, infatti, è la seconda ed ultima settimana di contrattazione dei Diritti quella “della verità”, quella che dirà davvero quanto il mercato voglia prezzare il titolo Unicredit al termine di questo aumento di capitale.  

 

Ed allora vediamo che cosa potrà riservarci questa seconda settimana, sia alla luce di quanto accaduto nella prima, che delle novità fresche fresche arrivate in questo fine settimana da Oltre Oceano.

 

Allora, la prima cosa che ci sentiamo di dire è che, salvo sorprese davvero clamorose, la percentuale di inoptato, che dopo il primo giorno di contrattazione poteva essere stimata abbastanza alta, sarà invece molto ridotta e probabilmente contenuta su valori fisiologici per un’operazione di adc,  limitata di fatto a  coloro che si faranno “scadere i diritti in mano”.

 

Insomma l’inoptato non lo si vedrà neppure, polverizzato nell’asta di riapertura, diciamo così che questa è, forse (in finanza una dubitativa non è mai di troppo), la notizia che esce dalla prima settimana di contrattazione.

 

Ma obiettivamente cosa possiamo aspettarci che succeda nella prossima settimana che si concluderà il 20 gennaio? Molti sono fiduciosi, soprattutto alla luce del fatto che diverse Case d’investimento e Banche d’affari stanno rivedendo i loro rating sul titolo ed portando i target prices su valori superiori a quelli attuali.

 

Le voci poi di fondi sovrani interessati all’entrata, a questi prezzi, alimenta ulteriormente l’ottimismo, ma (e c’è sempre sto ma di mezzo) a nostro parere ci saranno due ombre sulle quali è bene che gli investitori focalizzino la loro attenzione.

 

La prima è arrivata, non del tutto inattesa, per la verità, da Oltre Oceano, e mi riferisco come logico al downgrade che Standard & Poor’s ha riservato non solo all’Italia, ma anche a diversi altri Paesi in cui Unicredit è presente ed anche con partecipazioni non irrilevanti. Ricordiamo infatti, per inciso, che Unicredit è la Banca italiana più “internazionale” essendo presente in 50 Stati dislocati in tutto il mondo.

 

Se vogliamo limitarci alla nostra Italia, però, è innegabile che il downgrade arrivato ieri sul nostro Stato sarà seguito, con il posticipo usuale, anche da una analoga decisione che riguarderà direttamente Unicredit, che incidenza avrà?

 

Al solito qui si scatena sempre la bagarre fra coloro che dicono che il prezzo attuale incorpora già questo downgrade, del resto ampiamente annunciato, e quelli che invece ritengono che gli effetti ci saranno, eccome, e che non sarà indifferente se la “retrocessione” sarà di “una tacca” o di “due tacche”.

 

Personalmente mi pongo un po’ in una via di mezzo fra queste due visioni, ma ritengo che ciò che influenzerà maggiormente il titolo non sarà questo, bensì le vicende che riguarderanno i Diritti.

 

A mio parere, infatti, ciò che occorre capire ora è come si comporteranno i grandi azionisti di Unicredit e se la paventata diluizioni di alcuni sia già compensata davvero (per ora infatti ci sono solo voci) dall’entrata di nuovi soci di peso.

 

Alla smentita ufficiale del Fondo Kazako (e qui bisognerebbe davvero indagare su coloro che avevano fatto circolare ad arte questa indiscrezione, ma sappiamo già che non sarà fatto nulla) le quotazioni di Unicredit hanno stornato immediatamente, ma poi si sono anche riprese, ciò potrebbe anche significare che, magari non vedremo altri fondi sovrani (oltre a quello libico) nel capitale di Unicredit, ma qualche investitore “importante” forse sì.

 

Siamo convinti assertori che la prossima settimana sarà ancora dominata dall’andamento dei diritti, ora più che mai drivers della quotazione del titolo, poi, quando non saranno più quotati, e soprattutto dopo l’attribuzione delle nuove azioni, assisteremo ancora a volumi elevati derivanti dalle eventuali ricoperture ed adeguamenti “tecnici” degli Istituzionali.

 

Quindi, carissimi lettori, ci sarà ancora da divertirsi, e, per coloro che amano le montagne russe, sarà un vero e proprio “godimento”.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Diritti Unicredit, che fare? Un esempio pratico


L’aumento di capitale sociale che sta interessando Unicredit coinvolge la Banca più importante d’Italia ed una delle più grandi a livello europeo e mondiale, sono quindi diverse centinaia di migliaia, per non dire milioni, le persone interessate e molte di queste non hanno dimestichezza con le operazioni straordinarie di Borsa.

 

Il dilemma che accomuna tutti gli azionisti, dal più piccolo al più grande è quindi: che fare? Aderire convertendo i diritti? Oppure vendere?

 

Per dare una risposta a queste domande basterebbe conoscere un dato: il valore delle azioni successivamente alla conclusione dell’operazione di adc, fortunatamente è un dato che non conosce nessuno, quindi tutti gli azionisti si trovano con il medesimo dubbio: che fare?

 

Se quindi sapere a priori quale si rivelerà la miglior scelta è impossibile ciò invece che un azionista dovrebbe conoscere sono i possibili scenari futuri che si possono prospettare e le loro implicazioni, ciò, se non contribuirà a far decidere nel modo “più conveniente”, perlomeno aiuterà ad effettuare la scelta in maniera più consapevole e questo, soprattutto per la marea sconfinata dei piccoli azionisti è senz’altro la cosa più rilevante.

 

Queste operazioni straordinarie di Borsa non sono di per sé molto complicate, ma siamo convinti che il miglior modo per spiegare le varie alternative a disposizione degli azionisti sia quello di fare un esempio pratico, vedere dei numeri renderà senza dubbio  più comprensibile a tutti le varie implicazioni che ogni scelta comporta, contribuendo ad essere un valido aiuto nella decisione da prendere.

 

Innanzitutto stabiliamo i termini dell’operazione di aumento di capitale, coloro che detenevano alla data del 6 gennaio, azioni Unicredit (sia ordinarie che di risparmio, ma nell’esempio che riporteremo supponiamo di possedere azioni ordinarie), nel fine settimana successivo si sono trovati sul loro deposito titoli il valore di chiusura “sdoppiato”.

 

Il numero di azioni, ovviamente, non è cambiato, ma ne è stato diminuito il valore, da 3,982 euro, prezzo di chiusura al 6 gennaio, a 2,622 euro, ed un uguale numero di Diritti Unicredit AxA (la dicitura sta per azione per azione), che erano avvalorati per la differenza cioè 1,359 euro (al di là dell’arrotondamento di un millesimo).

 

Per quanto riguarda le azioni non c’è ovviamente nessun problema sono rimaste azioni Unicredit come le precedenti (al di là del valore inferiore) con il medesimo ISIN (il codice che contraddistingue ogni titolo quotato) e negoziabili in qualsiasi momento.

 

Cosa sono questi Diritti? Il Diritto è appunto un diritto (lasciamo perdere la forma, ci interessa la sostanza) che l’azionista può esercitare, e nella fattispecie è di quello di poter comprare, al termine dell’operazione (il 27 di gennaio), un certo numero di azioni Unicredit Ordinarie (due azioni per ogni diritto) ad un prezzo prestabilito di 1,943 euro ciascuna.

 

Il Diritto è esso stesso un titolo quotato in Borsa e quindi acquistabile o vendibile ai prezzi di mercato, ma ha una caratteristica peculiare e cioè che ha una scadenza che, in questo caso, è il 20 gennaio, dopo quella data il Diritto non è più negoziabile e perde per intero il proprio valore, cioè non vale più nulla dopo la chiusura di Borsa di venerdì 20 gennaio.

 

La prima ma importantissima precisazione, quindi, è che pur se l’operazione ci concretizzerà il 27 gennaio, l’azionista ha tempo fino al 20 gennaio (ed alcune Banche anticipano al 19 gennaio per motivi che spiegheremo successivamente) per far conoscere all’Istituto presso il quale detiene queste azioni la propria scelta.

 

Questa scelta viene esplicitata attraverso un modulo che la Banca dovrebbe far pervenire all’azionista e per questo consigliamo vivamente tutti di contattare il proprio Istituto qualora non aveste ancora ricevuto nulla.  L’azionista deve quindi sottoscrivere e far pervenire alla propria Banca questo modulo sul quale avrà crocettato la sua decisione, le alternative già prestampate sul modulo sono tre e precisamente:

 

1 – non aderire all’aumento di capitale quindi dando istruzione alla Banca di vendere tutti i Diritti in carico, da qui si spiega il perché alcune Banche anticipino la possibilità di scelta da parte del cliente al giorno 19, per avere cioè il tempo, nell’ultimo giorno di contrattazione, di vendere sul mercato i Diritti. Naturalmente nulla vieta all’azionista di provvedere esso stesso alla vendita dei Diritti in Borsa tramite il canale di trading online ad esempio.

 

2 – aderire completamente all’aumento di capitale, ciò quindi equivale ad impegnarsi all’acquisto di un numero doppio di azioni rispetto a quelle detenute (ricordiamo 1 Diritto, 2 azioni) pagandole il prezzo prefissato di 1,943 euro cadauna, ed ovviamente impegnandosi a costituire sul proprio conto la riserva necessaria per il pagamento.

 

3 – aderire parzialmente all’aumento di capitale, una scelta intermedia quindi, in cui l’azionista intende convertire solo un certo numero (non tutti) dei propri Diritti, dando contemporaneamente alla Banca istruzione di vendere i rimanenti (per evitare che scadano e quindi che azzerino il proprio valore), o provvedendo direttamente alla vendita degli stessi.

 

Ecco queste sono le tre semplici opzioni possibili, ma per vedere quale sarà la preferibile facciamo, come detto, un esempio numerico.

 

Supponiamo che alla data del 6 gennaio il Sig, Rossi detenesse 1.000 azioni Unicredit e che egli le avesse in carico ad un prezzo medio di 11 euro. Ciò significa che mediamente egli le ha acquistate ad un prezzo di 11 euro ciascuna, questo dato del pmc (prezzo medio di carico) è normalmente riportato sui fogli esplicativi allegati all’estratto conto titoli che i clienti ricevono periodicamente, ma noi invitiamo tutti i lettori a ricalcolare personalmente il loro pmc. Occorrerà soltanto andare a ricercare quanto sia stato effettivamente sborsato dal cliente per acquistare tutte le azioni detenute nel proprio dossier e dividere questo importo per il numero delle azioni possedute. In pratica cioè, il nostro Sig. Rossi, non importa se in un’unica o in più occasioni, ha acquistato azioni Unicredit pagandole in totale 11.000 euro, avendo in dossier 1.000 azioni ha così un prezzo medio di carico di 11 euro.   

 

Ora sul suo dossier si ritrova 1.000 azioni Unicredit e 1.000 Diritti AxA, quanto valgono in totale? Ovviamente prendiamo come riferimento i valori dell’ultima chiusura di Borsa, quella di venerdì scorso.

 

1.000 azioni al valore di 2,918 euro ciascuna sono pari a 2.918 euro

1.000 Diritti al valore di 1,7 euro ciascuno sono pari a 1.700 euro

 

Quindi un totale di 4.618 euro ed una perdita potenziale che al momento ammonta a 6.382 euro (11.000 – 4.618).

 

Vediamo ora le quattro principali possibili alternative che ha il Sig. Rossi.

 

Caso A – Il Sig. Rossi vende tutto e chiude l’operazione. Ai prezzi di venerdì scorso, come abbiamo appena visto, l’azionista incasserà 4.618 euro ed il suo investimento gli avrà prodotto una perdita certa di 6.382 euro. E’ banale in questo caso sottolineare che il Sig. Rossi non potrà più recuperare la perdita, avendo terminato l’operazione, ma contemporaneamente non potrà nemmeno vederla aumentare questa perdita (in finanza vanno fatte anche queste considerazioni).

 

Caso B – Il Sig. Rossi mantiene le sue azioni, ma vende i Diritti. Da questa vendita (sempre nell’ipotesi dei prezzi di chiusura di venerdì scorso)  incasserà 1.700 euro. Questa cifra gli andrà ad abbassare il prezzo di carico, perché a questo punto egli in totale non avrà più sborsato 11.000 euro, ma 9.300 euro (11.000 – 1.700) quindi per arrivare ad azzerare le perdite le sue 1.000 azioni dovranno arrivare a valere 9.300 euro, quindi 9,3 euro ciascuna. Ciò implica che, dato che attualmente valgono 2,918 euro, le stesse dovranno aumentare del 218,71% (2,918 + 218,71%x2,918 = 9,3).

 

Caso C – Ovviamente i due casi precedenti non fanno sborsare all’azionista neppure un centesimo, ma possiamo fare anche il caso di aderire parzialmente all’adc non sborsando neppure un euro, come? Semplicemente vendendo una parte dei diritti e con il ricavato convertire i rimanenti diritti. In questo caso sarà necessario vendere 696 Diritti e convertirne, quindi, 304. Dalla vendita di 696 Diritti si ricaveranno 1.183,2 euro (696 x 1,7 = 1.183,2) e convertire 304 diritti ci costerà 1.181,34 euro (304 x 1,943 x 2 = 1.181,34). Questa operazione non farà diminuire il prezzo di carico visto che ciò che incassiamo lo utilizziamo per acquistare nuove azioni, ma ci farà però aumentare il numero delle azioni in nostro possesso, in questo caso per la precisione di 608 azioni, al 27 gennaio saremo così proprietari di 1.608 azioni. Per recuperare le perdite, avendo un maggior numero di azioni, sarà a questo punto sufficiente che le stesse aumentino di una percentuale inferiore al caso B ed in particolare dato che dobbiamo tornare ad avere 11.000 euro sarà necessario che le azioni arrivino a valere 6,84 euro (11.000 : 1.608 = 6,84). Rispetto al valore odierno quindi il valore dell’azione dovrebbe aumentare del 134,41% (2,918 + 134,41%x2,918 = 6,84).

 

Caso D – Il Sig. Rossi partecipa completamente all’adc, converte quindi tutti i suoi 1.000 Diritti. In questo caso dovrà sborsare 3.886 euro (1.000×1,943×2) ed incrementerà le proprie azioni di 2.000 unità diventando così proprietario in complesso di 3.000 azioni. Ora il suo prezzo di carico è variato perché avrà pagato complessivamente 14.886 euro (11.000 + 3.886) ma per avere 3.000 azioni quindi avrà un prezzo medio di carico di 4,962 euro (14.886 : 3.000 = 4,962). Per recuperare le perdite, quindi, sarà necessario che il valore delle azioni salga a 4,962 euro. Quindi rispetto al valore odierno il prezzo dell’azione dovrebbe aumentare del 70,05% (2,918 + 70,05%x2,918 = 4,962).

 

In conclusione, ribadisco, a priori non si può dire quale dei quattro casi che ho sopra esposto sia il preferibile, soltanto la valutazione che avranno le azioni in futuro (sconosciuta a tutti) stabilirà quale sarebbe stata la decisione migliore.

 

Ciò che invece si può dire è che io ho riportato i quattro casi in ordine di “fiducia” dell’azionista investitore nel futuro del titolo, poiché è evidente notare come il Caso A sia il più pessimistico (si ritiene che le quotazioni scenderanno e quindi si vende tutto) e così via fino al Caso D che è il più ottimistico, in quanto si è disposti ad aumentare il numero delle proprie azioni mettendo mano ancora al proprio portafoglio.

 

Ecco, ora spero che la scelta che, ripeto, spetta singolarmente ad ogni azionista, possa essere fatta nella maniera più consapevole, sapendo che nessuno ha la verità in tasca e ciò è la sola garanzia per credere in un mercato  integro ed imparziale, in una parola in un mercato onesto.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.  




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Aumento di capitale e diritti Unicredit, bilancio della prima settimana


Terminata la prima delle due settimane in cui vengono contrattati in Borsa i diritti relativi all’aumento di capitale Unicredit, si può già stilare un parziale bilancio dell’operazione.

 

Ad un primo sommario esame, visto che le azioni ed i diritti Unicredit, al termine dell’ottava, hanno un valore superiore rispetto a quello di partenza, potremmo concludere che il bilancio risulti positivo,  e senza dubbio ci sono tutte le ragioni per essere, almeno al momento, soddisfatti, ma occorre approfondire maggiormente l’analisi per capire cosa sia realmente accaduto in questi primi cinque giorni di contrattazione.

 

Innanzitutto è bene ricordare come eravamo arrivati a questo importante appuntamento, dal momento in cui, mercoledì 4 gennaio, erano state ufficialmente annunciate le condizioni che avrebbero regolato l’operazione di aumento di capitale da 7,5 miliardi, le quotazioni del titolo subivano un vero e proprio tracollo, -14,46%, -17,27% e -11,12% nei tre giorni successivi e si concludeva così la settimana più terribile per gli azionisti Unicredit.   

 

Ad una diluizione decisamente superiore ad ogni attesa (il numero di azioni sarebbe triplicato) si erano aggiunti infatti i timori che diversi grandi azionisti avrebbero aderito soltanto parzialmente e cominciava quindi a farsi strada anche l’ipotesi che si sarebbe potuta concludere l’operazione con un’alta percentuale di diritti inoptati.  

 

Lunedì 9 gennaio quindi partiva l’aumento di capitale e la tensione era alle stelle, i diritti non entravano immediatamente in contrattazione ed nei primi minuti veniva scambiata quindi la sola azione che mostrava anche un certo progresso, la situazione, però era destinata a mutare radicalmente appena venivano ammessi agli scambi i diritti, in men che non si dica si virava in territorio negativo e le quotazioni hanno cominciato a franare continuando così, costantemente, per tutta la giornata.

 

I pochissimi timidi tentativi di rimbalzo venivano travolti da ondate di vendite che non lasciavano spazio a repliche, alla fine non restava che leccarsi le ferite: azione a 2,286 euro (-12,84%) e diritto a 0,47 euro (-65,42%) una debacle peggiore sarebbe stata difficile da prevedere.

 

Nelle sale operative si cominciava a parlare espressamente di scenari quasi apocalittici, cosa sarebbe accaduto qualora le quotazioni del titolo fossero scese sotto il prezzo di conversione (1,943 euro)? Certamente ai piani alti di Bank of America e di Mediobanca, le due capofila del Consorzio di garanzia dell’operazione, devono essere state ore frenetiche.

 

Capite bene in quale situazione si è arrivati all’apertura delle contrattazioni martedì 10 gennaio, dire la tensione fosse “palpabile” o “che si tagliava con un coltello” non rende neppure bene l’idea.

 

Ma dato che il momento più buio della notte è quello che precede l’alba ecco che improvvisamente avviene il miracolo, le quotazioni del titolo cominciano a salire ed al termine della seduta faranno segnare un confortante +6,04% trascinando i diritti ad un esplosivo +80,85%, veniva polverizzato il record storico dei volumi trattati (oltre 230 milioni di azioni scambiate, sarebbero state 2,3 miliardi prima dell’accorpamento) quasi il 12% del capitale, insomma era molto di più di una boccata d’ossigeno, era tornare a vivere, ma il giorno successivo non sarebbe stato meno emozionante.

 

Dato che come diceva Eduardo, gli esami non finiscono mai, anche mercoledì 11 gennaio si guardava al titolo con una certa apprensione, il rialzo del giorno precedente era stato un semplice rimbalzo, o solo l’inizio del recupero? I dubbi venivano ben presto fugati ed il prezzo di apertura coincideva col minimo di giornata, confortante quindi il +5,53% del titolo ed il +36,47% del diritto.

 

La consacrazione, però arrivava giovedì 12 gennaio, non tanto per il +13,53% del titolo (ed il +47,41 del diritto), ma per i volumi trattati: 280 milioni di azioni scambiate il 14,52% del capitale di Unicredit. Si comincia a parlare insistentemente di nuovi “importanti” soci pronti ad entrare anche nei piani alti di Piazza Cordusio.

 

E siamo così arrivati alla seduta di ieri, è una giornata negativa per tutte le Borse europee, dagli Stati Uniti si vocifera (ma sono urla più che voci) di un possibile imminente downgrade da parte di Standard & Poor’s per un gran numero di Paesi dell’eurozona, e figurarsi se non c’è dentro anche l’Italia, non sono di certo le condizioni ideali per i titoli del comparto bancario.

 

Unicredit, però, chiude le contrattazioni con un segno più (+0,48%) anche se i diritti devono cedere lo 0,58%, e per la prima volta, dal lunedì nero di inizio settimana, il prezzo di chiusura del titolo risulta inferiore rispetto a quello di apertura.

 

Poco male, molti commentano, in queste condizioni il valore del fixing  può ritenersi a tutti gli effetti un successo.

 

Per concludere, quindi, annotiamoci due aspetti che, come spesso accade nel mondo finanziario, hanno connotazioni opposte: occorre infatti sottolineare  che, rispetto alle ultime operazioni analoghe che hanno riguardato altre banche italiane, al momento, si può evidenziare una netta inversione di tendenza, il calo dei diritti, nel caso di Unicredit, ha riguardato solo la prima giornata ed il sentiment, successivamente, è soltanto migliorato.

 

Ma, il contesto generale nel quale si aprirà la prossima settimana, non si può definire ideale, anzi senza dubbio si sta deteriorando, non solo per le “minacce” di S&P, ma, ad esempio, per delusione della trimestrale comunicata proprio ieri da JP Morgan che ha visto nell’ultimo quarto dello scorso anno ridursi gli utili del 23%.  

 

Occorre quindi chiedersi, a questo punto, se Unicredit avrà già scontato tutto questo nell’ottava che ha preceduto l’inizio dell’adc, quando ha lasciato sul terreno ben più di un terzo della propria capitalizzazione, oppure se dobbiamo ritenere  che la buona settimana che ha contraddistinto l’intero settore bancario, soprattutto a Piazza Affari, non debba ritenersi nulla più di un semplice rimbalzo.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Wall Street termina in rosso ma sui massimi di giornata


Guadagni per Chevron Microsoft e Du Pont, in calo, anche pesante, tutti i bancari dopo la delusione dei dati di JPM. Molto bene Weyerhaeuser.

 

La chiusura degli indici americani è arrivata in territorio negativo, ma non è un rosso che spaventa, anzi, sembra quasi un mezzo successo perché al fixing i ribassi sono stati molto contenuti.

 

La seduta era iniziata male, le insistenti voci di un prossimo (imminente?) downgrade che sarebbe in arrivo da S&P e starebbe per colpire alcuni Stati dell’eurozona, fra cui Italia e Francia, aveva spaventato gli investitori i quali avevano inizialmente reagito con vendite diffuse.

 

Col passare delle ore, però, i timori, pur non svanendo del tutto, si sono diradati lasciando spazio ad un sentiment meno cupo e comunque non drammatico.

 

Certo il comparto bancario ha stornato anche in maniera decisa, ma soprattutto a causa di una trimestrale, quella di JP Morgan, risultata sotto le attese, con un utile del quarto trimestre in calo del 23%.

 

Comunque anche questa seconda settimana dell’anno termina, per gli indici a stelle e strisce, con un bilancio positivo e questo ci deve confortare.

 

Dow Jones (-0,39%) torna a salire Chevron (+1,07%) dopo tre ribassi consecutivi, nonostante anche oggi le quotazioni dell’oro nero siano risultate in leggero calo. A seguire troviamo Microsoft (+0,89%) e Du Pont (+0,62%).

 

Come anticipavamo sul fondo della classifica troviamo i bancari, con Bank of America (-2,65%) che rimane comunque al momento il best performer per il 2012 e JP Morgan (-2,52%), quindi Intel (-2,37%).

 

S&P500 (-0,49%) in testa ai rialzi Weyerhaeuser (+1,81%) e voi tutti sapete quanto sia felice di questa ulteriore buona performance del colosso del legno, comparto nel quale crediamo fermamente, anche per il futuro,  visto che ha caratteristiche davvero uniche e tutte positive. Rialzi anche per Amazon (+1,42%) e Philip Morris (+1,14%).

 

Solo Banche nelle ultime posizione della classifica odierna, Morgan Stanley (-3,15%), Citigroup, (-2,72%) e le già citate BofA e JPM.

 

Nasdaq (-0,51%) in vetta troviamo Whole Food Market (+2,45%), torna inoltre a crescere Netflix (+2,42%) e arriva anche il secondo recupero consecutivo per Urban Outfitters (+2,36%) dopo la batosta ricevuta in seguito al profit warning.

 

I maggiori ribassi hanno riguardato Akamai Tech (-4,02%), First Solar (-4,02%) sul quale sono scattate anche prese di profitto e Nii Holdings (-3,89%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Le Borse stornano (ma Unicredit tiene)


Seduta rovinata da Wall Street e dai rumors sui downgrade per i Paesi dell’eurozona. Bene Buzzi, Diasorin e Mediobanca, crolla ancora Banca MPS.

   

Wall Street fa scendere tutte le Borse del Vecchio Continente, e Milano non fa eccezione, ma alla fine Unicredit ha tenuto ed è risultato uno dei pochi titoli a terminare la seduta con un rialzo.

 

I dati macro americani sono risultati in chiaroscuro, decisamente negativa la Bilancia Commerciale (-47, 8 miliardi) mentre l’indice di fiducia dei consumatori del Michigan, attestandosi a 74 punti, ha avuto un balzo decisamente superiore al consenso del mercato (70,60).

 

Il sentiment negativo che si è sparso a macchia d’olio fra i mercati mondiali, è stato determinato dalle solite voci, stavolta più insistenti, di un imminente (forse già nel fine settimana) downgrade da parte di S&P sul rating dei Paesi dell’eurozona.

 

Verrebbe da commentare, nulla di nuovo sotto il sole, ma siamo comunque costretti a riportare anche queste indiscrezioni.

 

Ma focalizziamo ancora la nostra attenzione a Piazza Affari ed in particolare al titolo Unicredit (+0,48%), le quotazioni erano rimaste molto sostenute oltre la soglia “psicologica” dei tre euro per tutta la prima parte di seduta, poi … sono entrati in azioni i traders americani ed in un attimo il titolo è arrivato a perdere oltre 2,5 punti percentuali.

 

Immediata sospensione, vanno in fibrillazione i numerosi azionisti, ma passano soli pochi minuti ed, alla riammissione, il recupero è stato repentino, poi nuovo storno, ancora deciso, si toccano così i minimi intraday a quota 2,8 euro, ma anche questa volta assistiamo alla risalita del  titolo che termina così in territorio positivo, leggero ribasso invece per i Diritti (-0,6%) che si fermano ad 1,7 euro.

 

Pesanti i ribassi in particolare per alcune Popolari, maglia nera a Banca MPS (-5,47%) il cui aumento di capitale “camuffato” continua a far avere alle quotazioni una volatilità pazzesca, e Banca Popolare di Milano (-4,08%) che però arrivava da guadagni strabilianti.

 

Male anche l’intera galassia Agnelli, Exor (-4,26%), Fiat Ind. (-3,78%) e Fiat (-1,32%),  ed il comparto del risparmio gestito  con Azimut (-3,82%) e Mediolanum (-3,10%) che terminano in calo una settimana comunque decisamente positiva.

 

Citiamo infine i pesanti ribassi di Tenaris (-3,50%) e Finmeccanica (-3,14%).

 

Ma terminiamo guardando la vetta della classifica odierna, sorridono oggi in particolare gli azionisti di Buzzi Unicem (+5,37%) volata letteralmente a 7,65 euro, quotazione che non vedeva, in chiusura, esattamente dallo scorso 1 agosto, ma non è stata da meno Mediobanca (+3,73%) che però ha terminato un po’ distante dai massimi intraday.

 

Torna sui massimi da un mese a questa parte Diasorin (+3,78%) e mette in fila il quarto rialzo consecutivo Bper (+2,03%).

 

Non dimentichiamo infine Impregilo (+0,99%) che fa addirittura segnare la maggior quotazione dall’aprile 2010, davvero un grandissimo risultato.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit ed i diritti, fin dove potranno arrivare?


Dopo le ultime tre sedute “boom” di Unicredit e dei relativi diritti, tutti si chiedono fin dove potrà spingersi il titolo e, di conseguenza, il relativo diritto, prima del termine di questo aumento di capitale.

 

Dal più disperato pessimismo, susseguente alla prima giornata dell’operazione di adc, si è via via passati ad un sospiro di sollievo, poi ad una leggera speranza per far ora spazio ad un diffuso ottimismo.

 

Tre giorni fa sembrava che nessuno fosse interessato ad aderire all’operazione, oggi pare si faccia a spintoni per entrare, dove sta la verità? Quanto vale davvero Unicredit?

 

Sappiamo tutti che, per quanto gli economisti si sforzino di trovare sempre nuovi “indicatori” di tutti i tipi per cercare di capire sostanzialmente lo “stato di salute” di una Banca e la sua capacità di far fronte anche a situazioni congiunturali particolarmente critiche, attribuire un “valore” reale ed oggettivo ad un titolo di Borsa è operazione impossibile.

 

O meglio, per quello esiste un mercato, arbitro imparziale (si spera o perlomeno dobbiamo crederlo) che in ogni momento dà la sua “sentenza” attraverso l’indicatore più sintetico, ma anche di gran lunga il più importante al mondo: il prezzo.

 

Da questo punto di vista, la volatilità di un titolo esprimere proprio la difficoltà che trova il mercato nello stabilire un valore che, per questo, fluttua in maniera significativa.

 

Un’operazione straordinaria come un aumento di capitale, andando a scombussolare gli assetti patrimoniali, ed a cascata anche quelli economici dell’azienda, non fa che rendere ancora più difficile queste  “valutazione” e da ciò si spiegano queste forti oscillazioni di prezzo.

 

Negli ultimi tre giorni, infatti, dal punto di vista economico/patrimoniale all’azienda non è accaduto nulla, eppure le quotazioni del titolo sono aumentate del 27% e quelle dei diritti del 264% quindi è drasticamente mutato ciò che gli addetti ai lavori chiamano, con un termine ormai entrato anche nel linguaggio comune, “sentiment”.

 

Ma stabilita, ed anche in un certo senso chiarita, questa impossibilità congenita di fare avvaloramenti oggettivi e condivisi al di fuori delle logica primordiale di mercato (domanda offerta, tanto per intenderci) si possono fare delle considerazioni oggettive sui mutamenti che inevitabilmente porterà all’azienda questo aumento di capitale?

 

Certo, la risposta è senz’altro sì, perché immediatamente dopo che sono state rese note le condizioni che regolavano l’operazione di adc alcune cose, che prima si potevano solo supporre o prevedere, sono diventate certe.

 

Ed essenzialmente sono due.

 

La prima è che l’azienda vedrà incrementare il proprio capitale di 7,5 miliardi. Buona notizia, senza dubbio è un importo ingente, la capitalizzazione dell’azienda, drasticamente scesa per il crollo di Borsa susseguente all’ufficializzazione delle condizioni alle quali sarebbe avvenuta l’operazione, in questo modo praticamente raddoppia.

 

Ma l’investitore dovrà prima di ogni altra cosa chiedersi: ma questo che impatto avrà sull’economicità dell’azienda? Raddoppierà anche la redditività?

 

I dubbi sono certamente forti. E’ fuori discussione che avere una maggior patrimonializzazione permetterà all’azienda di eseguire operazioni a condizioni senz’altro più favorevoli, ma gli aspetti reddituali saranno certamente più dipendenti da una situazione economica generale, certamente un fatto esogeno all’azienda.

 

Di sicuro i maggiori benefici al conto economico di Unicredit arriveranno da un miglioramento delle condizioni dell’economia reale e della finanza pubblica, è preventivabile nel breve termine?

 

La seconda cosa certa che sappiamo, e che si concretizzerà con la conclusione dell’operazione di adc, è che le azioni triplicheranno, e questa non è una buona notizia per gli azionisti. In pratica ciò che prima andava ad uno ora sarà diviso per tre, in questo caso si prende a prestito un termine mutuato dalla chimica per esplicitare questo concetto: diluizione.

 

Mi sa tanto che gli economisti abbiano volutamente scelto un termine più “nobile” per non usarne uno più “popolare”, ma che a mio parere avrebbe reso maggiormente il concetto, e cioè: annacquamento.

 

Sappiamo tutti, infatti, che il vino annacquato, non è certo la quint’essenza della raffinatezza, ci perde il gusto, il sapore, il palato, ma, a volte, motivi economici lo impongono.

 

Quindi per trarre le conclusioni? Sempre per restare su cose basilari, ma certe, la conclusione più ovvia è che il raffronto con le quotazioni del titolo ante-aumento di capitale sono inappropriate, è vero,  non si stanno confrontando due aziende diverse, ma una azienda completamente ristrutturata, che può certamente porsi ancora obiettivi ambiziosi, ma senza dubbio, ponderatamente, più limitati.

 

Certo i margini di crescita ci sono, nonostante i cospicui rialzi di questi ultimi tre giorni, infatti, le quotazioni attuali, ovviamente rettificate in funzione dell’adc, risultano comunque un quarto di quelle di un anno fa, quindi non è mia intenzione assolutamente smorzare gli entusiasmi appena riaccesi, le mie considerazioni vogliono essere solo un aiuto per coloro che desiderano dare uno sguardo al futuro con oggettività ed equilibrio.

 

Giancarlo Marcotti Per Finanza In Chiaro.




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Piazza Affari spiazza tutti


Volano le Banche guidate da Unicredit, bene anche Mediolanum, Prysmian e Fiat. In calo Atlantia, Autogrill, Ansaldo ed Eni.

 

Seduta decisamente sopra le righe per Piazza Affari che mette a segno un rialzo superiore ai due punti percentuali, mentre le altre borse del Vecchio Continente hanno terminato le contrattazioni in territorio misto, guadagno moderato per Francoforte, segno rosso per Parigi e Londra.

 

Il Ftse Mib (+2,09%) torna sopra quota 15.000 punti grazie alle eccellenti performances dei titoli bancari, vere stars di giornata, il comparto è stato trainato al rialzo da Unicredit (+13,53%) i cui Diritti hanno avuto un ulteriore balzo (+47,4%) ed ora i titoli dell’Istituto guidato da Federico Ghizzoni quotano ben oltre le valutazioni con cui lunedì mattina era partita l’operazione di adc.

 

La Borsa ci ha tante volte abituato a inversioni di tendenza anche repentine, tre giorni fa sembrava che nessuno volesse aderire all’aumento di capitale, oggi sembra si faccia a gara per entrare, insomma avevamo previsto alta volatilità ed alta volatilità c’è stata.

 

Non facciamo previsioni, più che difficili sarebbero inutili, continuiamo a ribadire ciò che dicevamo giorni fa, Unicredit non è una Banca decotta, ma l’aumento di capitale è molto diluitivo, quindi tornare su quotazioni di un certo livello non sarà assolutamente agevole, certo si era scesi a quotazioni da svendita, ora il mercato sembra rendersene conto.

 

Ma andiamo a vedere anche le altre performances del settore: Banca MPS (+8,81%), Mediobanca (+8,07%), Banca Popolare di Milano (+6,56%), Ubi Banca (+6,29%), Banco Popolare (+4,07%), Intesa Sanpaolo (+4,03%) e Popolare Emilia Romagna (+2,82%).

 

Ma forse il segnale più confortante arriva da Mediolanum (+5,51%) la società del risparmio gestito, infatti, salendo a 3,10 euro torna su quote che non toccava dal luglio scorso.

 

Ennesimo record per Luxottica (+1,16%) e bene anche l’intera galassia Agnelli, oggi si è distinta Fiat Industrial (+4,37%), non male però i rialzi di Fiat (+2,82%) ed Exor (+2,78%).

 

Sul fondo della classifica Atlantia (-3,18%) estremamente penalizzata da decisioni perlomeno cervellotiche del nostro Governo, impegnato come non mai a distruggere valore nelle nostre aziende che operano anche a livello internazionale.

 

Ribassi più contenuti per Autogrill (-0,69%), Ansaldo (-0,60%) ed Eni (-0,54%) tutte società che fatto gola ai competitors internazionali, prestare molta attenzione alle scelleratezze di questo Governo!

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Unicredit, i diritti e … lo sconto che non c’è


Esattamente una settimana fa, nel bel mezzo della bufera che aveva investito il titolo Unicredit, all’indomani dell’annuncio delle condizioni alle quali sarebbe stata regolata l’operazione di aumento di capitale, pubblicavamo l’articolo dal titolo “Unicredit, l’aumento di capitale ed i relativi diritti. Lo sconto? Una fregatura!” che riscuoteva un ottimo successo da parte del “popolo di internet”.

 

Con quell’articolo mi ripromettevo di esplicitare il procedimento di calcolo, ma non solo, ho voluto anche rimarcare come, il cosiddetto “sconto”, non fosse poi un vantaggio per gli azionisti, anzi più era elevato e maggiore sarebbe stata la “fregatura”.

 

Uno “sconto” elevato infatti ha come conseguenza quella di invogliare gli azionisti ad aderire all’operazione di adc non tanto per la convenienza intrinseca dell’operazione, bensì per il timore che la mancata adesione possa procurare ancora un danno all’azionista.

 

Il dibattito che successivamente ne è scaturito mi ha suggerito che era bene approfondire l’argomento, anche per dare agli azionisti uno strumento di analisi in più per rendere la scelta maggiormente consapevole e quindi più consona alle proprie esigenze.

 

La cosa basilare da dire, infatti, e che praticamente nessuno dice, è che … QUESTO SCONTO NON C’E’!!!

 

Ora che è già iniziata l’operazione di aumento di capitale ciò risulta evidente, nonostante infatti ci sia chi continui a dire che la conversione dei diritti permetta di acquistare le azioni “a sconto”, è lapalissiano notare come non si tenga conto, in questo caso, che vengono utilizzati i diritti, i quali hanno un valore.

 

Affidiamoci, al solito, ad un esempio numerico per chiarire il concetto.

 

Il diritto, come sappiamo, permette l’acquisto di due nuove azioni, quindi, a meno di scostamenti minimi e comunque insignificanti, una azione Unicredit vale, in ogni momento, 1,943 euro più mezzo diritto. La conversione delle azioni, come noto avverrà verso la fine di questo mese, ma per comprendere appieno il concetto dovremmo ipotizzare che avvenga “istantaneamente”, vediamo cosa accadrebbe, infatti, nell’ipotesi che il diritto valga 1,30 e l’azione  2,593.

 

Il vecchio correntista che converte 1 diritto paga 3,886 euro (2*1,943) ma a questo importo va aggiunto che utilizza un diritto (che quindi non può vendere) e che vale 1,30 per cui, in totale, quelle due azioni gli sono venute a costare 5,186 euro (3,886 + 1,30).

 

Una persona qualsiasi che volesse “nello stesso istante” acquistare due azioni Unicredit le pagherebbe esattamente 5,186 euro (2*2,593).

 

Quindi mi dite dov’è lo sconto per il vecchio azionista?

 

Certo un secondo dopo l’operazione, dato che i diritti sono quotati, varieranno di prezzo per cui ciò andrà ad influire sul rendimento dell’operazione, ma questo non è di per sé un vantaggio per il vecchio azionista, perché come possono aumentare, così possono diminuire, queste sono le normali fluttuazioni dei corsi borsistici.

 

Ma è pure evidente notare come questo sconto non solo non c’è perché l’operazione è già partita, ma non c’è mai stato!!!

 

Certo, prima che partisse l’operazione non potevamo conoscere il valore dei diritti, che viene stabilito soltanto dopo la chiusura del giorno di borsa precedente l’inizio dell’adc, quindi, non conoscendo l’ammontare dei diritti, si parla impropriamente (ma molto impropriamente) di sconto.

 

Pur non conoscendone il valore, però, sapevamo comunque che i diritti ci sarebbero stati, E QUEI DIRITTI SONO IL NOSTRO SCONTO.

 

Solo che i diritti ci sono detratti dal valore dell’azione, quindi quello “sconto” ci è stato fatto pagare!!!

 

E’ come se una persona pagasse 25 euro per avere un “buono sconto” da 25 euro che può utilizzare in un certo negozio, quando andrà a fare la spesa in questo negozio, presentando il buono, gli scaleranno 25 euro dal conto, ma che sconto ha avuto? Se lo è pagato!!!

 

Gli aumenti di capitale, sia ben inteso, sono operazioni lecitissime ed in molti casi si possono anche rivelare vantaggiose per gli azionisti, ma la cosa che rende perplessi e che fa sì, poi, che la finanza non goda in genere di “buona reputazione”, è: perché nessuno vi dice queste cose?!?

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro




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Wall Street, ancora una giornata piatta


Continua la buona intonazione del comparto bancario con BofA e JPM, sale anche Alcoa. In calo i petroliferi,  Coca Cola e Disney.

 

Ancora una giornata poco mossa per gli indici statunitensi che comunque si trovano su livelli più che buoni avendo praticamente quasi interamente recuperato i cali molto sensibili registrati nel famoso agosto nero delle Borse mondiali.

 

Oggi solo un paio di dati macro riguardanti le scorte petrolifere che, essendo aumentate hanno fatto scendere il prezzo dell’oro nero influenzando così in senso negativo le quotazioni dei titoli del settore.

 

Ma oggi era soprattutto il giorno del Beige Book della Fed che si è rivelato migliore delle attese. A dicembre l’attività economica è risultata in crescita “tra il modesto ed il moderato” quindi in maniera superiore al “lento” registrato a novembre, inoltre sono aumentate significativamente le vendite al dettaglio in confronto allo stesso periodo dello scorso anno. Ed anche il settore immobiliare ha dato segni di risveglio in aumento in particolare la costruzione di appartamenti.

 

Insomma il quadro dipinto non è a tinte fosche, anzi di un rosa forse un po’ pallido, ma beneaugurante, per cui l’aumento degli indici a stelle e strisce da un mese a questa parte riflette pienamente gli sforzi fatti da un economia dai piedi d’argilla per riprendersi.

 

Anche oggi sugli scudi il comparto bancario, e questa è davvero un’ottima notizia, ma vedere crescere con costanza il settore del legno (materiale di costruzione per eccellenza) è un altro sintomo di buona salute.

 

Dow Jones (-0,10%) non sono quindi bastati i bancari, Bank of America (+3,62%) e JP Morgan (+1,69%), fra i due colossi del credito si è inserita ancora Alcoa (+2,01%), premiata in ritardo per la trimestrale.

 

Sul fondo Walt Disney (-2,35%), Coca Cola (-1,85%) penalizzata da un downgrade di Ubs che ha abbassato il rating da “Buy” a “Neutral” e Chevron (-1,18%) per il calo (-1,2%) del prezzo del petrolio.

 

S&P500 (+0,03%) Citigroup (+4,23%) svetta confermando la buona intonazione del settore, continua a stupire Metlife (+3,59%), ma si riprende Sprint Nextel Corp. (+3,14%) e citiamo con piacere anche l’ottima performance del colosso del legno Weyerhaeuser (+2,65%).

 

Gli ultimi tre posti della classifica sono interamente occupati dal comparto oil con Baker Hughes (-3,35%), Devon Energy (-3,07%) e Halliburton (-2,61%).

 

Nasdaq (+0,31%) si riprende con un’ottima seduta Sears Holdings (+8,01%) tornando così in positivo nel bilancio da inizio anno, conferma l’eccellente inizio di 2012 First Solar (+7,82%), un buon risultato odierno anche per Wynn Resorts (+4,05%).

 

Nuova battuta d’arresto per Netflix (-3,84%), in calo anche Mostro Beverage (-2,99%) e Marvel Technology (-2,24%).

 

Fra i titoli a maggior capitalizzazione i migliori sono risultati Cisco Systems (+1,27%), Intel Corp. (+0,82%) e Celgene (+2,58%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.  




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Piazza Affari sorretta dai titoli bancari, ma la stella è Luxottica


Volano i bancari, in particolare BpM, MPS ed Unicredit i cui diritti fanno un altro balzo (+36,5%). Male Pirelli, Atlantia, Fiat e Stm.

 

Il solo indice a terminare le contrattazioni con un rialzo, seppur modesto, è stato il nostro Ftse Mib (+0,25%) per il resto d’Europa i cali, comunque, si sono limitati a pochi decimi di punto percentuale.

 

Non venivano comunicati importanti dati macro dagli Usa, ma alle 20:00 ora italiana sarà il momento del Beige Book e l’attenzione sarà calamitata quindi su quanto dirà Ben Bernanke.

 

Importante invece il dato ufficiale del Pil tedesco del 2011, il risultato finale è quindi stato +3% assolutamente in linea con le attese. Il quarto trimestre segna così (ahi ahi ahi!) un segno meno (-0,25%) quindi la grande Germania non ha evitato l’onta della matita rossa.

 

Tornando ad oggi il nostro indice principale è stato sorretto dai titoli bancari, bastonati nelle sedute precedenti alcuni Istituti in particolare hanno fatto segnare rialzi decisamente importanti, come ad esempio: Banca Popolare di Milano (+9,67%), Banca MPS (+7,85%) e Unicredit (+6,35%).

 

Ovviamente è stato ancora Unicredit al centro dell’attenzione degli investitori, anche oggi un buon recupero e quindi siamo tornato, con questi ultimi due giorni, vicini ai livelli da cui era partita l’operazione di adc.

 

Naturalmente gli “analisti della mutua” si sono affrettati a dire che era logico attendersi un recupero del titolo visto che lo stesso è sottovalutato rispetto alla media del comparto, che ha dei multipli interessanti e bla bla bla, ma non dimenticate che questi sono gli stessi che due giorni fa davano Unicredit sull’orlo del fallimento con alte probabilità di non riuscita dell’operazione di adc  e così via. E torneranno sulle loro posizioni al primo storno del titolo.

 

Conoscete perfettamente tutti gli “analisti del giorno dopo”, quelli bravissimi, il giorno dopo appunto, a spiegarci perché è andata così, e che sarebbe stato facile prevederlo.

 

Comunque l’azione continua a valere più del diritto e questo resta un segnale perlomeno positivo, ma l’operazione di adc è ancora lunga.

 

Torniamo però alla classifica odierna per segnalare altri titoli del comparto bancario che si sono ben distinti, parliamo di Banco Popolare (+4,13%) e Popolare Emilia Romagna (+3,97%), hanno invece limitato i ribassi Intesa (+1,79%) ed Ubi Banca (+0,56%).

 

Molto bene anche Finmeccanica (+5,31%) tornata vicinissima a quota 3 euro (che rimane comunque una quotazione ridicola). Bella prova di Autogrill (+4,05%) di nuovo vicina ad un importante livello, quello degli 8 euro.

 

Dobbiamo però mettere in risalto la straordinaria Luxottica (+2,61%) tornata sui massimi dal 2007!!!

 

Sul fondo della classifica quattro ribassi decisamente importanti hanno riguardato Pirelli (-4,47%), Atlantia (-3,24%), Fiat (-2,59%) e Stmicroelectronics (-2,04%).

 

In intraday il nostro indice principale era salito anche sopra quota 15.000 ci auguriamo di poterla confermare in chiusura dopo la seduta di domani.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro  




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Diritti Unicredit, non è il momento delle illusioni


Nel bel mezzo della bufera che stava falcidiando le quotazioni del titolo Unicredit ed in particolare dei diritti, durante il primo giorno della loro contrattazione, pubblicavo un articolo, intitolandolo “Unicredit: non è il momento di lasciarsi prendere dal panico.”

 

 Dopo il +80% fatto registrare ieri dai diritti Unicredit, il rischio ora per gli azionisti, è di aver rimosso con troppa fretta la prima giornata di contrattazione.

 

Occorre tornare con piedi per terra facendo due semplici constatazioni, la prima è che il prezzo dei diritti, rispetto al dato di partenza (1,359), nonostante la strabiliante performance di ieri, rimane tutt’ora “sotto” e non di poco (-37,5%), la seconda è che la seduta di ieri è stata estremamente positiva per tutte le Borse europee, e quindi le quotazioni hanno beneficiato di un clima di euforia generale.

 

Non sarà facile assistere a sedute così brillanti anche per il prossimo futuro, fra l’altro è stato proprio il comparto bancario a guidare i rialzi in tutta Europa, certo potrebbe anche essere l’inizio di un recupero importante, ma, al momento possiamo parlare solo di un rimbalzo.

 

C’è un ulteriore aspetto che dovrebbe invitare alla prudenza, allora, le azioni in essere alla partenza dell’operazione erano un po’ più di 1 miliardo e 900 milioni, quindi sono stati attribuiti altrettanti diritti, ora il primo giorno di contrattazione ne sono stati scambiati 162 milioni, mentre ieri 175, certo numeri importanti, ma a mio parere ancora bassi.

 

Certamente molti hanno messo in vendita i diritti il primo giorno, per la diffusa convinzione che durante la prima settimana si sarebbero viste solo vendite, e questa sembrava proprio la situazione ideale per la quale funzionano perfettamente  le famose “previsioni che si autoavverano”.

 

Ma poi è arrivato ieri un immediato rimbalzo a scompaginare le previsioni, un rimbalzo che era auspicato da mezza Italia, ma che non era per nulla scontato, quindi la volatilità, a questo punto potrebbe anche risultare addirittura superiore alle attese.

 

Supponiamo, ad esempio, che il trend rialzista prosegua per alcune sedute e per i diritti si arrivi a quotazioni superiori  rispetti a quelli di partenza, il primo giorno in cui, successivamente, dovessimo assistere ad uno storno vi immaginate cosa accadrebbe?

 

Si scatenerebbero immediatamente movimentazioni frenetiche perché il sentiment più comune sarebbe “hanno fatto rientrare il parco buoi, allettandoli un po’, ed ora si scatena la mattanza” quindi la volatilità salirebbe alle stelle.

 

Ebbene sì, in Italia, in particolare, e forse non a torto, soprattutto i piccoli investitori hanno la sensazione (o qualcosa in più) che i mercati borsistici siano governati da “mani forti” che manovrano a loro piacimento le quotazioni, facendole alzare, per ingolosire i piccoli risparmiatori e farli entrare nella giostra, prima di “tirare le reti” lasciandoli con in mano un pugno di mosche.

 

Le cose, nella realtà, sono un po’ più complicate, ma è innegabile che se tutti sono convinti che farà freddo usciranno con il cappotto, anche se non è necessario, i comportamenti “sociali” sono innegabilmente condizionati dal “sentir comune”, giusto o no che sia.

 

In conclusione, quindi, l’auspicio è che i diritti Unicredit salgano, e costantemente, il più possibile, ciò vorrebbe dire che aumenterebbero anche le quotazioni del titolo, dando quindi una grande boccata d’ossigeno agli azionisti ed un’iniezione di fiducia vitale per tutto il comparto e per l’economia italiana, ma, e in campo finanziario c’è sempre un ma, siate sempre molto prudenti.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.  




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Wall Street non si ferma


Molto bene il comparto bancario, si confermano Bofa e JPM, rialzi anche per Caterpillar e UT, sul fondo della classifica Ge e Cisco Systems.

 

Continua il recupero degli indici statunitensi che dopo essere stati i migliori nel corso del 2011 stanno confermando il loro primato anche in questo inizio del 2012, avrà una certa influenza il fatto che ci troviamo nell’anno elettorale o è solo una coincidenza?

 

Anno elettorale, o non anno elettorale, fatto sta che lo S&P 500 è di nuovo nelle vicinanze di quota 1.300 punti, non accadeva dal luglio scorso, quindi la notizia è senz’altro da sottolineare e non dobbiamo neppure sottovalutare il Nasdaq che è tornato sopra il livello di 2.700 punti.

 

Insomma sembra proprio che Oltre Oceano domini il sereno, ed il buon momento dei titoli bancari lo testimonia ampiamente.

 

Anche oggi nessun dato macro, ma sotto questo profilo ricordiamo che ormai da tempo le notizie sono confortanti, sia per quanto riguarda il mercato del lavoro che  l’andamento economico vero e proprio.

 

Ora siamo agli esami delle trimestrali, Alcoa, come di consueto la prima a rilasciare i dati, è partita col piede giusto, migliori delle attese sia i dati sul fatturato che quelli reddituali, il mercato, per la verità, oggi l’ha ignorata, ma non dimentichiamo che ieri, proprio su queste attese, aveva guadagnato quasi tre punti percentuali.

 

Naturalmente saranno determinanti i bilanci delle Banche, nel frattempo il settore è particolarmente frizzante, da inizio anno, ad esempio, Bank of America ha guadagnato il 19,24%.

 

Dow Jones (+0,56%) anche oggi in testa ai rialzi giornalieri Bank of America (+5,74%), bene anche Caterpillar (+2,95%), United Technologies (+2,60%) e JP Morgan (+2,12%).

 

In ribasso General Electric (-0,74%), Cisco Systems (-0,74%) e Procter & Gamble (-0,47%).

 

S&P500 (+0,89%) oltre al comparto bancario bene anche il settore delle materie prime e quello assicurativo. Svetta Morgan Stanley (+4,26%), davanti a Freeport McMoran (+4,00%), Metlife (+3,88%) e Goldman Sachs (+3,84%).

 

Nessun ribasso supera il punto percentuale, Apache Corp (-0,76%), Exelon (-0,68%) e Medtronic (-0,51%) i peggiori di giornata.

 

Nasdaq (+0,97%) conferma lo splendido inizio del 2012 Life Technologies (+8,25%), seguito da Baidu (+5,64%) e First Solar (+5,24%).

 

Prima o poi dovevano scattare le prese di beneficio su Netflix (-2,39%), chiudono in ribasso anche Marvell Technology (-1,45%) e  Directv (-0,90%).

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.




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Borsa italiana: il rimbalzo è servito


Le Banche trascinano al rialzo la nostra Piazza Affari, i diritti Unicredit guadagnano l’80% confermando una altissima volatilità.

 

Invocato da tanti il rimbalzo è arrivato, preciso e puntuale come un orologio svizzero, è bastata la prima mezz’ora di contrattazione per spazzare via ogni timore, oggi le borse sarebbero salite, riprendendosi, e con gli interessi, quanto perso ieri.

 

Seduta ancora priva di dati macro statunitensi, stabile anche il mercato valutario, la giornata era partita bene già dai mercati asiatici, in particolare Corea, Cina ed india avevano messo a segno rialzi importanti dopo che l’inizio della stagione delle trimestrali Usa è risultato promettente.

 

Quindi ai primi scambi i futures europei avevano già lasciato intendere che oggi i ribassisti avrebbero fatto meglio a ritirarsi in gran fretta, ed infatti oltre due punti e mezzo di guadagno per Parigi e Francoforte ed oltre tre per la nostra Piazza Affari.

 

Ancora una volta, e sarà così per almeno due settimane, tutti gli occhi erano puntati su Unicredit ed i suoi diritti, per gli amanti della precisione 8 minuti di paura e poi basta, via, partiti verso rialzi che, poco dopo le 14:00 erano arrivati anche alla terza cifra, per il diritto Unicredit infatti un massimo di 0,963 euro, toccato intorno alle 14:10 equivaleva ad un rialzo del +104,89%.

 

Poi dagli Usa arrivava qualche vendita ed i guadagni di riducevano, al fixing comunque un recupero del 80,85% a quota 0,85 euro.

 

L’azione Unicredit questa sera quota 2,424 euro ed il rialzo è stato del 6,04% ed è tutt’ora a premio (+2,36%) rispetto all’acquisto e la successiva conversione del diritto, ma è un margine in flessione rispetto alla vigilia.

 

Naturalmente è stato tutto il comparto a beneficiare del particolare sentiment positivo, ecco le migliori  performances:   Bper (+7,90%), Intesa (+6,63%), Popolare di Milano (+6,32%).

 

Immediato riscatto di Fiat (+5,52%) ed ottima giornata anche per il comparto del lusso, Salvatore Ferragamo (+5,46%) e Tod’s (+5,16%) hanno infatti fatto segnare guadagni consistenti.

 

Segnaliamo infine i rialzi di Azimut (+5,09%) ed Stmicroelectronics (+4,97%) tornata di nuovo sopra quota 5 euro.

 

Due soli i ribassi ed hanno riguardato due titoli che ieri erano andati in controtendenza (e quindi oggi pure), Diasorin (-0,88%) e Campari (-0,85%).

 

Forse non è il caso di farsi prendere dall’euforia, ma se le trimestrali americane continuassero su questa falsariga, qualche motivo di ottimismo in più dovremmo averlo.

 

Per quanto riguarda l’operazione di adc Unicredit era facile prevedere volatilità e questa non solo non sta mancando ma sovrabbonda, quindi … prudenza.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.   




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Unicredit: aumento di capitale e diritti, ecco ora cosa accadrà


Ciò che è accaduto nel primo giorno di contrattazione dell’operazione di aumento di capitale di Unicredit è a tutti noto, azione -12,8% a 2,286 euro e diritti -65,4% a 47 centesimi.

 

Confrontando i due grafici giornalieri, quello dell’azione e quello dei diritti, sembrano assolutamente sovrapponibili, ad un primo sommario esame, quindi, si potrebbe desumere che le due cose vadano di pari passo, e ciò si debba ritenere non solo normale, ma scontato.

 

Rimbalzi cosiddetti tecnici praticamente non ce ne sono stati, per gli scalper quindi giornata grama, probabilmente sono scattati più volte gli stop loss che, fermeranno pure le perdite, ma se si sommano, alla fine della giornata, fanno comunque molto male.

 

Quindi, insomma, la prima sommaria analisi dell’esordio dell’operazione di aumento di capitale di Unicredit sembra semplice e scontata, chi ha venduto in apertura azione e diritti ha fatto bene, gli altri no, ma … c’è sempre un ma, o meglio si può sempre andare un po’ più in profondità per quanto riguarda l’analisi.

 

Quasi nessuno ha fatto notare un primo disallineamento fra azioni e diritti, per una questione tecnica, infatti, la contrattazione dei diritti è iniziata con alcuni minuti di ritardo rispetto a quella sull’azione ed, a nostro parere, andava maggiormente evidenziato che prima che partissero i diritti, quando cioè si potevano tradare solo le azioni, le stesse facevano segnare un rialzo rispetto alle quotazioni della vigilia.

 

In altre parole,  i due grafici giornalieri possono anche risultare quasi sovrapponibili, ma partono da basi diverse, quello delle azioni parte da un territorio positivo, mentre quello dei diritti è sempre stato in territorio negativo.

 

Conclusione da trarre? Anche se un po’ scontata, è che, almeno nel primo giorno di contrattazione, è il diritto che ha fatto muovere l’azione e non viceversa, superficialmente lo potremmo ritenere scontato, ma non è così! Perché?

 

Ormai fra comprare i diritti, con l’intento di convertirli in azioni, ed acquistare direttamente l’azione che differenza c’è? Dovrebbe essere nulla, sì il diritto naturalmente vale meno, ma se la nostra intenzione è quella di convertire tra tre settimane dobbiamo comunque tirar fuori i soldi per pagare le azioni, quindi perché stare a comprare diritti con l’aggravante di dover poi comunicare alla Banca la decisione di convertirli, insomma tutto più complicato, comprare direttamente l’azione è più semplice ed immediato.

 

I diritti dovrebbero quindi esser acquistati solo da chi vuol far trading sugli stessi, sì certo, ma anche venduti da chi non vuole o non può partecipare all’aumento di capitale. Quindi?

 

Quindi questo disallineamento è da tenere in particolare considerazione. Riassumiamo per maggiore chiarezza.

 

 Tralasciando gli scalpers sui diritti che comunque non dovrebbero influire sul prezzo degli stessi, ma soltanto sui volumi, i diritti sono  venduti da coloro che non vogliono o possono aderire all’adc, ma non dovrebbero essere acquistati (o comunque dovrebbero essere acquistati in minor misura) da coloro che ritengono conveniente comprare azioni Unicredit a questi prezzi (che comprerebbero direttamente l’azione).

 

Ma questa disomogeneità (fra venditori ed acquirenti) fa scendere ancor più del dovuto il prezzo dei diritti e, a cascata, quello delle azioni.

 

Risultato? Ci potrebbe essere uno scostamento fra il prezzo dei diritti e quello dell’azione, insomma banalmente metà del prezzo del diritto + 1,943 euro dovrebbe fare il prezzo dell’azione, se non fosse così, questo è pane, anzi manna, per gli arbitraggisti che dovrebbero intervenire immediatamente.

 

Ed è stato così per i primi minuti e le prime ore di contrattazione, poi, qualcuno ha cominciato ad accorgersi della disomogeneità, e tra i due prezzi (metà del diritto + 1,943 e prezzo dell’azione) si è cominciato a vedere uno scostamento, a favore dell’azione, naturalmente.

 

Al termine infatti della prima giornata la situazione è proprio la seguente:

 

0,235 (metà del diritto) + 1,943 (prezzo di conversione) = 2,178

Prezzo dell’azione sul mercato 2,286

Differenza 0,108 pari al 4,96%

 

Insomma, tanto per non stare a fare i farmacisti, un 5% di differenza non è assolutamente cosa da poco.

Allora? Conclusioni.

Dato che quando ci avvicineremo alla scadenza della contrattazione dei diritti (il 20 gennaio) i due prezzi dovranno necessariamente essere allineati (metà diritto + 1,943 = prezzo azione), si può ritenere che non appena saranno stati messi sul mercato tutti i diritti di coloro che “sono obbligati a farlo”, gli stessi possano avere un’impennata nelle quotazioni, proprio per andare a recuperare questo gap che al momento devono scontare rispetto al prezzo dell’azione.

 

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro.  




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