Come noto Standard & Poor’s ha tagliato il rating di alcune tra le principali economie europee, Italia compresa.
Una decisione che non ha colto di sorpresa la maggior parte degli osservatori, i quali ora attendono la similare scelta da parte dell’agenzia Fitch, entro la fine del mese. Ma cosa accadrà, adesso, all’economia italiana e internazionale?
Fitch pronta a tagliare il rating dell’Italia
Dopo Standard & Poor’s, anche Fitch è pronta a tagliare il rating dell’Italia. A comunicarlo sono alcuni tra i capo analisti della società, i quali hanno preannunciato una simile scelta entro la fine del mese di gennaio.
Il lato positivo delle dichiarazioni di Fitch è che l’Italia dovrebbe essere nelle condizioni di evitare il default, contrariamente invece a quanto accadrà alla Grecia, la quale (secondo le considerazioni ultime dell’agenzia di rating) andrà in fallimento entro la fine del mese di marzo.
Sulla soglia del default potrebbero inoltre essere anche Spagna e – soprattutto – Portogallo, se lo scenario non muterà positivamente nelle prossime settimane.
Il declassamento e le agenzie di rating
Partiamo con ordine, e compiamo un piccolo passo indietro per spiegare cosa siano le agenzie di rating. Standard & Poor’s fa parte di un ristretto gruppo di società private abilitate a esprimere giudizi sulla solvibilità di controparti private e pubbliche (in questo caso, sul debito sovrano delle nazioni), con una valutazione – appunto, il rating – alfabetica.
Periodicamente (o in misura straordinaria se avvengono fatti particolarmente rilevanti) le agenzie di rating passano in rassegna gli stati di salute delle controparti, esprimendo un giudizio che può confermare quello precedente, migliorarlo o – come accaduto nelle ultime ore – peggiorarlo attraverso il downgrade su uno o più notch (cioè, i gradini della scala di valori delle agenzie di rating).
I giudizi delle agenzie di rating non sono equivalenti alla verità assoluta sulla solvibilità di un’azienda o di una nazione (basti pensare alle clamorose sviste sui casi Lehman Brothers & co.) ma costituiscono comunque un’importante base di partenza per l’osservazione della robustezza di nazioni e corporate.
Le conseguenze di un downgrade. L’importanza dei giudizi delle agenzie di rating è spiegabile nella sostanza dei valori attribuiti alle controparti. Con un downgrade, infatti, le agenzie segnalano come la solvibilità di una società o di un Paese stia peggiorando: di conseguenza, quella controparte avrà maggiore difficoltà a reperire credito a buon mercato, esattamente come avviene per i clienti delle banche (il cui peggior credit scoring equivale a tassi più elevati sui crediti ottenuti). Inoltre, l’attribuzione di un rating non “prime” o comunque alto, impedisce ai titoli di quella controparte di terminare all’interno del portafoglio di investimento dei fondi o di altri panieri di riferimento.
L’Italia ha avuto il proprio rating declassato a BBB+, rispetto al precedente A. Un passo indietro che trascina il Belpaese verso i rating di qualità medio-bassa, non lungi dalla soglia del default.
Le mosse delle altre agenzie di rating
Standard & Poor’s, come detto, è solo una delle agenzie di rating, e il suo giudizio non può che essere ricondotto a un solo osservatorio, pur privilegiato. Tuttavia il suo comportamento è considerato particolarmente influente, poichè proprio S&P, insieme a Moody’s (e, in parte, insieme a Fitch) costituisce il nucleo delle agenzie valutative maggiormente importanti su fronte globale.
Gli occhi degli investitori sono quindi ora puntati sulle mosse di Moody’s e Fitch. Dalle parti della prima prevale un riserbo maggiore, mentre dai vertici Fitch è emersa la chiara volontà di seguire Standard & Poor’s nella rotta di un taglio dei rating nei confronti dell’Italia (mentre la Francia dovrebbe essere “salva”, almeno per il momento).
Il downgrade dell’Italia
Come abbiamo ricordato poche righe fa, il rating dell’Italia è terminato sui BBB+. Una soglia che è molto lontana dal prime rate (AAA: quello della Germania, per intenderci), e che è stata trascinata al ribasso dopo una similare mossa che la stessa S&P aveva compiuto il 20 settembre, quando contrasse la valutazione sul debito sovrano italiano da A+ ad A. Moody’s aveva invece tagliato il rating dell’Italia il 4 ottobre, portando il giudizio da A2 ad A.
Non è inoltre escluso che altri Paesi, oltre all’Italia, possano subire la stessa sorte nel prossimo futuro, tanto che anche il rating della Germania sembra essere posto a serio rischio. Il taglio compiuto da Standard & Poor’s attesta tuttavia la crisi del Belpaese in maniera fin troppo severa, ponendo a serio rischio le speranze di un recupero della fiducia degli investitori.
Ad ogni modo, la bocciatura dell’Italia da parte di Standard & Poor’s ci sembra fin troppo grave, sia nella forma (una retrocessione di due gradini, per un livello ora poco sopra la spazzatura) sia nella sostanza (visto e considerato che Standard & Poor’s ha assunto, come base giustificativa della sua decisione, elementi in buona parte diversi da quando mise un outlook negativo sul nostro Paese). Uno scenario che rischia di alimentare pregiudizi nei confronti dell’operato delle agenzie di rating, sminuendo in maniera definitiva la loro attendibilità oggettiva.
Quel che è certo è che l’Italia dovrà ora dimostrare ai mercati finanziari di poter reperire nel breve termine 130 miliardi di euro che serviranno a rifinanziare il proprio debito. Un vero e proprio banco di prova, che il governo Monti sembra voler affrontare con decisione.























