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Il destino del BlackBerry colpirà iPhone e Android?


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Guai sempre più grossi per Rim (Research in Motion): la società che ha inventato e produce il BlackBerry archivia un altro trimestre in perdita e vede le sue azioni crollare dai 140 dollari del 2008 ai 14 dollari di venerdì scorso. Com’è possibile un simile tracollo in così poco tempo? E soprattutto, quello che è capitato a Rim rischia di riprodursi nel giro di qualche anno con gli attuali padroni del mercato Smartphone, cioè Apple e Google?

Un risultato negativo da imputare alla funzione imprenditoriale dell’impresa, quella che doveva occuparsi di scoprire e sfruttare nuove opportunità di business e garantire l’esistenza della società nel tempo, attraverso i decenni e magari da un secolo all’altro. In questo caso, però, qualcosa non ha funzionato.

Nel primi anni del 2000, l’azienda eccelleva in tutte e tre le funzioni. In ambito sociale, ha generato migliaia di posti di lavoro e ha fornito risorse per l’economia canadese, e la comunità locale. Nell’area gestionale, eseguiva una strategia di marketing accorto, sviluppando una serie di prodotti BlackBerry rivolti in primis agli utenti aziendali e, infine, a tutti. Nel settore imprenditoriale, ha offerto ai consumatori prodotti innovativi che battono i prodotti tradizionali cellulari. Ma bastano poche scelte sbagliate, nel momento più delicato, per ribaltare i destini di una società, nel bene (come per Apple e Google) e nel male.

L’arrivo di nuovi prodotti come l’iPhone e l’iPad di Apple e i telefonini Android prodotti da Samsung, LG e HTC hanno messo in difficoltà il BlackBerry, che solo cinque anni fa era praticamente sinonimo di “smartphone”. Era sulla buona strada per diventare un marchio generico, come Kleenex o Band-Aid, ma invece ha fatto la fine del Walkman di Sony: ha ballato solo qualche estate.

Giovedì Rim ha annunciato che stava licenziando i dirigenti migliori, i ricavi hanno continuato a scendere e il prezzo delle azioni della ditta è sceso al livello più basso dal 2003. Gli analisti del settore stanno abbassando le loro previsioni per l’impresa e non è chiaro se qualche pretendente – si parla di Microsoft con insistenza – potrebbe essere disposto a intervenire e salvare l’azienda.

Se RIM non riesce a tirare fuori una soluzione, il BlackBerry diventa lo studio esempio che esemplifica quanto velocemente un “impero dell’informazione” può salire e scendere nell’attuale mercato delle tlc. Microsoft sembrava in perfetta posizione per far decollare il suo Windows Mobile di fascia alta sui produttori di cellulari smartphone fino a quando Apple e Android hanno interrotto la sua attività. Pochi anni fa l’idea che Apple o Google potessero diventare seri contendenti nel settore smartphone era accolta con derisione, anche disprezzo. E invece la storia racconta un’altra conclusione. Anche Apple e Google rischiano di finire così? Non è affatto detto, ma allo stesso modo nessuno può assicurare che il loro futuro sia altrettanto roseo del recente passato.

Il destino del BlackBerry colpirà iPhone e Android? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 12:01 di lunedì 02 aprile 2012.



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Ipo o nuovi azionisti in vista per Bertelsmann


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Grandi manovre in vista nella finanza tedesca, dove il colosso dei media Bertelsmann si prepara a rinnovarsi e ha già cambiato pelle per accogliere nuovi azionisti. Qualsiasi trasformazione, però, non comporterà una riduzione di potere per la famiglia Mohn, che non intende mollare la presa e cambiare idea rispetto al modello di capitalismo familiare.

Fra qualche tempo, forse, ci accorgeremo che gli Agnelli sono sempre stati all’avanguardia, se non nella tecnologia motoristica e meccanica, certamente nelle costruzioni finanziarie e nella creazione di una rete societaria che permettesse l’apertura a capitali esterni alla famiglia senza compromettere il controllo dinastico. Più o meno è questo il progetto dei Mohn.

Sotto la guida del nuovo direttore generale Thomas Rabe, Bertelsmann si è già mossa per cedere una partecipazione strategica a investitori selezionati oppure scegliere la via di un’offerta pubblica iniziale: la struttura giuridica della società, infatti, è stata modificata per fornire al gruppo tedesco i miliardi di euro necessari a una significativa espansione, mantenendo le leve del comando in mano alla famiglia Mohn.

Lo strumento è la trasformazione in un cosiddetto KgaA, per cui i proprietari del gruppo diventano i soci accomandatari, cui fa capo il consiglio di amministrazione , mentre altri investitori possono acquistare quote della società operativa.

Non molto dissimile dal percorso già battuto da altri gruppi tedeschi aziende a proprietà familiare, come Henkel, il gruppo dei beni di consumo, e Merck, la casa farmaceutica, che hanno raccolto risorse fresche sui mercati azionari senza perdere il controllo familiare. Concretamente Bertelsmann – che controlla RTL Television, Magazines G & J e i Libri Random House – non ha ancora deciso esattamente quando e come aprire le porte a investitori esterni, ma il progetto di Rabe è resituire alla società quella rilevanza globale persa negli ultimi cinque anni.

Solo nel 2006 la decana della famiglia, Liz Mohn, aveva bloccato un’Ipo, quando Bertelsmann aveva riacquistato il 25 per cento delle azioni detenute dall’investitori belga Albert Frère per € 4,5 miliardi. Dopo un lungo piano di risparmi e riduzione dell’indebitamento adesso la società è pronta a investire per nuove acquisizioni – nei settori in crescita – ampliando l’attività a nuovi rami, come l’istruzione, e a regioni in rapida crescita come Cina, India e Brasile. Il punto di partenza sarà Bmg, la società operativa che gestisce i diritti d’autore di Bertelsmann in campo musicale.

Ipo o nuovi azionisti in vista per Bertelsmann é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:35 di giovedì 29 marzo 2012.



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Tornano le Ipo: Blackstone e Bain collocano Michaels Stores


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Torna l’ora delle Ipo e questo potrebbe essere un segnale positivo per le Borse in genere e in particolare per i fondi di private equity che negli ultimi anni hanno sofferto molto il calo dei corsi azionari. A quanto anticipa Reuters Blackstone Group e Bain Capital hanno messo a punto un piano per quotare la catena americana di punti vendita per l’arte e il bricolage Michaels Stores Inc.

Quasi sei anni fa pubblico, quasi sei anni fa i due investitori acquistarono il più grande retailer del settore in Nord America per più di 6 miliardi miliardi di dollari e ora sono pronti a farlo sbarcare in Borsa, con la consulenza di JPMorgan Chase & Co e Goldman Sachs Group. A quanto pare un primo documento di registrazione dell’Ipo dovrebbe essere presentata nel mese di aprile.

Blackstone e Bain controllano congiuntamente il 93 per cento di Michaels Stores, mentre l’hedge fund Highfields Capital Management LP detiene il 6,2 per cento della società. Né i portavoce dei due gruppi di private equity né quelli di Michaels Stores hanno commentato le anticipazioni, ma ormai il cammino sembra segnato.

Tornano le Ipo: Blackstone e Bain collocano Michaels Stores é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 12:35 di mercoledì 28 marzo 2012.



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Il successo di Apple mette a rischio alcuni fondi comuni


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Apple croce e delizia degli investitori? Sicuramente il titolo della Mela finora ha dato molte più soddisfazioni che delusioni a tutti quelli che vi hanno riposto fiducia e denaro; adesso però il suo stesso successo rischia di trasformare la società in un rischio troppo grande, almeno per alcuni fondi comuni di investimento.

Quando una società guadagna il 50 per cento in un solo anno e diventa la più capitalizzata del mondo, il suo peso rischia di essere davvero troppo, almeno in linea teorica, per non diventare un problema. Coloro che hanno acquistato azioni Apple a un prezzo ben inferiore a quello corrente, infatti, hanno visto il valore del loro investimento gonfiarsi, a volte a più del 10 per cento del patrimonio loro fondo.

Se da un lato questo si è dimostrato un ottimo investimento, adesso potrebbe diventare difficilmente sopportabile a lungo, sotto il profilo della diversificazione del rischio, specie per alcuni tipi di fondi comuni, che adesso hanno legato più strettamente i dollari dei loro investitori alle prestazioni di una singola azienda. Il problema non si pone tanto per i fondi che scommettono in particolare sulla tecnologia, quando su quelli ad ampia partecipazione, che magari garantiscono le pensioni di milioni di lavoratori.

Apple rende quasi il 9 per cento degli 80,8 miliardi di dollari del Contrafund di Fidelity, per esempio. Una caduta significativa delle azioni Apple, per quanto improbabile possa sembrare al momento, si riverserebbe rapidamente sui conti pensionistici di milioni di investitori che pensavano di essere più al sicuro investendo in fondi che in singole azioni.

Generalmente nel settore dei fondi comuni, qualsiasi posizione oltre il 5 per cento del patrimonio è considerata una grande scommessa in grado di influenzare un fondo, ma le azioni di Apple sono quasi raddoppiate da 310 dollari a circa 600 dollari in meno di un anno e non è semplice rinunciare a un titolo così promettente; come sostituirlo poi?

Ben 46 fondi seguiti da Morningstar hanno partecipazioni in Apple che superano il 9 per cento del patrimonio: un calo nel prezzo delle azioni di Apple potrebbe far perdere a questi fondi più di quello che perde l’intero mercato.

Alcuni gestori di fondi stanno prendendo misure per ridurre il peso di Apple nei loro portafogli e forse non potevano fare altrimenti.

Il successo di Apple mette a rischio alcuni fondi comuni é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:30 di martedì 27 marzo 2012.



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Monster è in vendita, tutta o a pezzi


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Monster è in vendita. La società che si occupa di ricerche e annunci di lavoro è pronta ad analizzare offerte per cedere tutta l’attività o singoli rami d’azienda, come ha spiegato il Chief Executive Sal Iannuzzi in un’intervista.

Quest’anno le azioni di Monster hanno guadagnato circa il 17 per cento finora, dopo che Iannuzzi in una conferenza con gli investitori all’inizio di questo mese aveva detto che l’azienda stava considerando “alternative strategiche”. Dal 1° marzo, quando sono state annunciate queste novità, non sono ancora cominciati contatti formali, ha detto Iannuzzi, e il mercato non ha certezze su chi potrebbero essere i potenziali acquirenti.

Questo mese Monster ha assoldato Stone Key Partners LLC e BofA Merrill Lynch come consulenti finanziari per analizzare le alternative strategiche. Sul tavolo ci sono una vera e propria vendita, la cessione di una quota o alcune delle attività regionali, come la Cina e la Corea del Sud o un’acquisizione a debito.

Iannuzzi ha chiarito che le possibilità sono diverse: “vendere la società, potenzialmente. Significa realizzare un accordo in una regione del mondo in cui possiamo condividere la spesa … potrebbe significare un investimento strategico nel senso che qualcuno acquista un pezzo consistente di Monster. Potrebbe essere un mercato estero o potrebbe essere qui a New York. ”

Dal quando Iannuzzi detto che la società sta valutando alternative strategiche, gli analisti hanno messo in guardia che non ci sono compratori ovvii per l’azienda.

Giovedì le azioni hanno guadagnato l’1,7 per cento a 9,46 dollari, il massimo da ottobre, il che significa una capitalizzazione di mercato di circa 1,1 miliardi di dollari. Secondo le parole di Iannuzzi, la società ha ricevuto diverse manifestazioni di interesse da potenziali acquirenti, ma non ha ancora avviato colloqui formali perché deve valutare le offerte.

Monster è in vendita, tutta o a pezzi é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:11 di venerdì 23 marzo 2012.



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Un’Hp rimessa in ordine sarà preda di Oracle?


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L’altro giorno Larry Ellison, il numero uno di Oracle, ha potuto festeggiare la vittoria del suo beniamino Roger Federer al torneo di Indian Weels, che il miliardario ha acquistato pochi anni fa. Che può chiedere di meglio che un americano in finale e il tennista più talentuoso del mondo sul gradino più alto del podio? Eppure Ellison potrebbe avere presto qualche motivo in più per festeggiare.

Pochi mesi fa il New York Post aveva suggerito l’idea che Hp, in preda a una vera e propria crisi di identità e in serie difficoltà nel core business dei computer, potesse diventare l’oggetto dei desideri proprio di Oracle; nel frattempo non è successo niente in concreto, ma le ultime novità potrebbero rendere il boccone più appetitoso.

Al vertice di Hp, infatti, è arrivata Meg Whitman, ex numero uno di eBay e candidata sconfitta alle ultime elezioni a governatore della California per i repubblicani. Sconfitta in campo politico, la tenace Meg è tornata alla carica in ciò che sa fare meglio: licenziare e tagliare, cosa che si prepara a fare una volta di più in casa Hp. E dopo la cura dimagrante Larry Ellison potrebbe anche cambiare idea e lanciarsi in un’operazione certamente ambiziosa.

Da tempo Whitman lascia intendere che i licenziamenti sono in arrivo, ma di punto in bianco ha detto chiaramento che la struttura dei costi della società è semplicemente troppo alao. A quanto sostiene Forbes Hp si prepara ad annunciare una riorganizzazione che unirà i pc della società e le atività nel settore delle stampanti sotto Todd Bradley.

Quello che non è cambiato è il presso delle azioni, rimasto immobile dall’estate: forse è davvero il momento di Larry. Se il suo braccio destro e presunto delfino Mark Hurd – l’ex CEO di Hp – sarebbe deliziato di mettere in ordine la società da cui è fuoruscito, non è detto che il presidente di Hp Ray Lane sia altrettanto entusiasta, ma potrebbe non avere scelta.

La caapitalizzazione di mercato di Oracle è 149 miliardi di dollari, circa il triplo rispetto ai 47 miliardi di Hp: se le attività pc e stampanti riunite venissero staccate dalla società, il boccone sarebbe molto più digeribile. Oracle può contare su circa 30 miliardi in contanti e accedere ad alcune linee di credito oppure optare su un’offerta in contanti e azioni.

Se davvero l’affare prenderà forma e se supererà i certissimi dubbi dell’antitrust, con Hp nel carniere Oracle potrebbe ambire a diventare lo sfidante principale di Microsoft, Cisco e IBM.

Un’Hp rimessa in ordine sarà preda di Oracle? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di mercoledì 21 marzo 2012.



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Apple paga un dividendo e investe 45 miliardi. Che fare?


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Tanto tuonò che piovve. Dopo una lunga attesa e molte speculazioni Apple ha finalmente rivelato che cosa farà con la ricca cassa che ha accumulato negli ultimi anni: quasi 100 miliardi di dollari che hanno contribuito a spingere in su i titoli della casa di Cupertino fin oltre i 600 dollari.

Che farà dunque il consiglio di amministrazione guidato da Tim Cook? In parte riprenderà a remunerare gli azionisti, cosa che non succedeva dalle parti di Apple dal 1995: 2,65 dollari per azione a quadrimestre, a partire da luglio 2012.

Poi ci sarà un riacquisto di azioni proprie, per un valore di 10 miliardi: l’obiettivo è sempre sostenere il valore del titolo. Altri 45 miliardi, infine, saranno utilizzati per investimenti nei prossimi tre anni. In Borsa le azioni di Apple hanno superato i 600 dollari chiudendo a quota 601. Che fare adesso?

A quanto punto le prime conseguenze riguardano le opzioni “put” e “call” sulle azioni Apple. Le opzioni “call”, di acquisto diventeranno più economiche, mentre quelle “put” si apprezzeranno: questo per il semplice motivo che lo stacco del dividendo in genere provoca una riduzione del valore azionario nel giorno del pagamento. Le opzioni, ovviamente, sono valutate prendendo in considerazione la possibile variazione del prezzo delle azioni dal momento della stipula a quello della scadenza.

E sul valore dei titoli? Da un lato è possibile che la decisione di distribuire un dividendo possa attirare alcuni fondi che investono solo in azioni che rilasciano la cedola; va detto anche che apparentemente molti di questi fondi si sono già spostati su Apple proprio in vista dell’annuncio. Tipicamente, quindi, il mercato ha già scontato parte dell’effetto annuncio sull’onda di speculazioni e anticipazioni.

Nelle prossime settimane il titolo di Apple potrebbe rallentare la sua corsa o persino perdere terreno, seppure in parte dopo la scorpacciata di azioni della Mela finite sul mercato. Non è un caso che l’azienda abbia deciso il buy-back di azioni proprie. Nel medio-lungo periodo, invece, tutto dipenderà dai risultati operativi di Apple.

A questo proposito l’azienda ha già annunciato i primi numeri del Nuovo iPad: da venerdì ne sono stati venduti tre milioni di pezzi. A questo ritmo, se il successo dell’iPad e dell’iPhone sarà confermato in futuro anche dai prossimi prodotti le azioni non potranno che salire. Ma la scommessa è tutta da giocare e la concorrenza è agguerrita.

Apple paga un dividendo e investe 45 miliardi. Che fare? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di martedì 20 marzo 2012.



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Con la guerra commerciale in arrivo la bolla delle terre rare?


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La prossima bolla in arrivo sui mercati finanziari? Potrebbe riguardare una materia prima sempre più ricercata e sempre più introvabile, le “terre rare”. Questi minerali, infatti, pur non essendo propriamente “rari” si trovano sempre in concentrazioni molto basse per cui la loro estrazione è sempre difficile e costosa. E in un momento di forte domanda del mercato e bassa offerta i prezzi di queste materie prime e le azioni delle società che le estraggono e le commercializzano si infiammano.

Ma quali sono questi minerali? L’ittrio, il lantanio, il neodimio, il samario, l’europio sono fondamentali in campo tecnologico, specie per lo sfruttamento delle energie rinnovabili; e in tempi di aumento del prezzo del petrolio, la richiesta e l’uso di queste materie prime è in costante aumento. Il problema è che proprio su questi minerali è scoppiata una guerra commerciale.

Gli Stati Uniti e il Giappone hanno contestato la Cina, che fornisce il 95% del fabbisogno mondiale, per i continui limiti all’export posti all’esportazione: la settimana scorsa il prezzo del neodimio è balzato a 283 dollari al chilo, dai 42 dollari al chilo di un anno fa; il samario è passato da 18 dollari e 50 a 146 al chilo.

The Rare Earths Bubble Is Coming Back – Seeking Alpha
Quali sono i titoli più caldi di questo settore?
Quest Rare Minerals, la cui capitalizzazione supera 173 milioni di dollari. Molycorp, che ha già vissuto un boom nella precedente bolla delle terre rare nel 2010 e 2011, con una capitalizzazione di 2,42 miliardi.

Avalon Rare Metals con $60 milioni in asset e niente debito a lungo termine e una capitalizzazione oltre $287 milioni. Rare Element Resources, che si occupa sia di terre rare sia di oro e dai 16 dollari dell’anno scorso è scesa poco sopra i 6 dollari. Tasman Metals, la più piccola del gruppo. Tutti titoli che potrebbero offrire interessanti capital gain se continuerà la guerra delle terre rare.

Con la guerra commerciale in arrivo la bolla delle terre rare? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:05 di lunedì 19 marzo 2012.



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Apple: le azioni toccano i 600 dollari


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La capitalizzazione in borsa di Apple, in un solo mese, è cresciuta di 92 miliardi di dollari. L’impressionante cifra corrisponde, come sottolineano su Businessweek.com praticamente all’intera capitalizzazione di Bank of America. La crescita sul mercato azionario dell’azienda di Cupertino appare inarrestabile e rende incredibilmente realistico l’obbiettivo dei 1000 dollari per azione di cui vi parlavamo qualche giorno fa.

Nella giornata odierna, importante perché segna l’esordio ufficiale del New iPad sul mercato in molti paesi del mondo, il titolo è stato quotato in apertura sopra i 600 dollari, un record mai raggiunto prima che conferma la costante ascesa di Apple. Soltanto 10 mesi fa per ogni azione “bastavano” 340 dollari ora ne servono poco meno del doppio. L’apertura delle vendite del nuovo modello del tablet con la mela morsicata, a ben vedere, non ha fatto registrare scene di isteria o code chilometriche di fronte agli store di tutto il mondo, ma i numeri sono tutti dalla parte di Apple.

L’ultimo trimestre fiscale ha dimostrato l’innegabile capacità di piazzare i prodotti anche in mercati teoricamente saturi ed in una situazione economica complicata in gran parte dell’occidente. Il segreto, come di consueto, è figlio di quella fascinazione ai limiti dell’irrazionalità che qualsiasi gadget con la mela disegnata sopra è in grado di produrre anche in consumatori normalmente non attratti dall’ultima novità dell’elettronica di consumo. Tim Cook, l’uomo che ha raccolto l’eredità di Steve Jobs, come da queste parti avevamo previsto, non sta bruciando il patrimonio di idee (e di fascino per il marchio) lasciato dal fondatore dell’azienda, nonostante qualche giorno fa abbia deciso di capitalizzare 11 milioni di dollari provenienti dalle ricche stock option ricevute negli anni.

Sempre secondo Businessweek è realistico pensare che la quotazione di Apple raggiunga i 960 dollari entro il prossimo anno, il presupposto che i dati di vendita e la redditività dell’azienda rimanga elevata e continui a crescere anche a fronte delle crescenti difficoltà generali non si indebolisce.

Foto | © TM News

Apple: le azioni toccano i 600 dollari é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 15:46 di venerdì 16 marzo 2012.



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Amazon ha perso quota, ma rimane troppo cara


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Per Amazon il prezzo è quello giusto o è meglio aspettare ancora un po’? La società fondata da Jeff Bezos ha perso terreno negli ultimi sei mesi, scivolando attorno ai 180 dollari: quasi il 20% in meno rispetto a ottobre, proprio mentre il Nasdaq si avviava a toccare nuovi massimi. In mezzo ci sono stati i risultati non entusiasmanti della trimestrale e soprattutto la battaglia con Apple nel settore dei tablet.

Amazon ha deciso di “svendere” il suo Kindle Fire sottocosto per poi recuperare fatturato e margini sui contenuti, una strategia opposta a quella di Apple che invece ha sempre evitato di far perdere valore ai propri prodotti. Diconseguenza – temono molti analisti – Amazon potrebbe bruciarsi col Fire e rimanere scottata da questo scontro che per ora vede prevalere la casa della Mela. Ma adesso, quindi, il titolo Amazon è a livelli giusti e può diventare interessante oppure rimane sopravvalutato?

In Borsa la società vale quasi 83 miliardi, ma nonostante le sue buone potenzialità e i vari settori di attività che funzionano soprattutto nella vendita online, forse nel breve-medio periodo il titolo potrebbe scendere ancora. In questo momento, infatti, il settore retailing non sta vivendo un periodo brillante e la crisi economica non aiuta: per ampliare il giro d’affari la società deve comprimere i margini.

Per Amazon si prevede una crescita del fatturato 30,6 per cento nel 2012 e del 28,14 per centonel 2013, cioè da 48,08 a 80,46 miliardi dollari nell’arco di 2 anni. Ma, se pensiamo al Kindle, ogni pezzo venduto significa una perdita per la società, per cui gli utili per azione dovrebbero diminuire 5,8 per cento nel 2012, per poi crescere quando i ricavi si assesteranno e si potrà puntare sul ritorno economico.

Nel frattempo i risultati non giustificano un prezzo così alto per le azioni, se pensiamo che il concorrente Wal-Mart ha una capitalizzazione di mercato di 205 miliardi dollari, con un fatturato annuo di 450 miliardi di dollari; Amazon capitalizza circa 83 miliardi ma con un fatturato annuo attualmente di circa 48 miliardi dollari. Anche immaginando un taglio dei costi, per reggere una valutazione simile servono almeno 150 miliardi di fatturato. Nel giro di qualche anno ci potrà anche arrivare, ma nel frattempo il prezzo non è quello giusto.

Amazon ha perso quota, ma rimane troppo cara é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:25 di giovedì 15 marzo 2012.



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Pignoramenti illegali: banche Usa multate per 25 miliardi


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Se le banche a livello mondiale, ma soprattutto in America, non godevano di buona fama, adesso il grande pubblico ha un motivo in più per detestarle: in base a un accordo siglato con il governo federale americano e 48 procuratori generali, le cinque maggiori banche degli Stati Uniti si impegnano a pagare 25 miliardi di dollari per evitare di finire alla sbarra.

L’intesa deve essere ancora approvata da un giudice, ma il fatto stesso che si sia arrivati a una composizione indica che gli istituti di credito avevano molto da farsi perdonare. Secondo le indagini federali, infatti, i dirigenti dei maggiori gruppi finanziari hanno chiuso un occhio e in molti casi hanno anzi spinto i loro dipendenti a procedure ai limiti della legalità e oltre, per pignorare le abitazioni di cittadini in difficoltà.

Notifiche mai pervenute, tempi di pignoramento ridotti a meno del minimo di legge: “errori”, secondo la difesa delle banche, ma pagati a caro prezzo da centinaia di migliaia di americani che hanno perso la loro casa in tempi rapidissimi, anche in base a procedure irregolari. I manager erano a conoscenza dei problemi e delle irregolarità, ma non hanno fatto nulla per correggerli, anzi si sono solo preoccupati di mettere le mani su villette e appartamenti, contribuendo ad acuire la crisi del 2009/2009 da cui adesso gli Stati Uniti stanno provando a uscire con fatica.

Dell’accordo da 25 miliardi di dollari, 5 miliardi andranno a finire nelle casse federali e statali sotto forma di multe. Dei rimanenti 20 miliardi, una somma di 17 miliardi sarà messa a disposizione per fornire sostegno finanziario e altre forme di assistenza ai mutuatari colpiti. I rimanenti 3 miliardi serviranno ad aiutare migliaia di proprietari di case a concludere un nuovo contratto ipotecario rifinanziato con la propria banca.

Ripartito in base alle banche interessate, l’accordo prevede i seguenti pagamenti:
Ally – 110 milioni di dollari ai governi federali e statali, 200 milioni di dollari come aiuto per i mutuatari,
Bank of America – 3,24 miliardi dollari e 8,58 miliardi dollari,
Citigroup – 415 milioni e 1,79 miliardi dollari
JPMorgan – 1,08 miliardi dollari e 4,21 miliardi dollari
Wells Fargo – 1,01 miliardi dollari e 4,34 miliardi dollari

In Borsa i titoli delle banche coinvolte nelle accuse hanno già perso terreno, ma ne perderanno ancora di più nella fiducia dei consumatori e dei contribuenti americani.

Pignoramenti illegali: banche Usa multate per 25 miliardi é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:11 di mercoledì 14 marzo 2012.



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Cina: fusione da un miliardo di dollari tra Youku e Toudu


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Vale più di un miliardo di dollari l’accordo che prevede la fusione tra i due colossi del video online cinese, Youku e Tudou, entrambe quotate a New York. Youku acquisirà il concorrente più piccolo con cui in passato aveva ingaggiato una battaglia di aspra concorrenza, arrivata fino allo scontro in tribunale per questioni di diritti d’autore.

Adesso Youku, che era l’acquirente meno probabile a confronto di Baidu e Sina, ha messo a segno una mossa che crea il numero uno indiscusso del settore video online in Cina, Touku Tudou, con il 36% del mercato, mentre il primo degli inseguitori è fermo al 13%. D’altronde i piccoli operatori diventano ora prede succulente per gli altri grandi player che hanno bisogno di rafforzare la propria posizione.

L’accordo per la fusione prevede uno scambio azionario in base al quale i soci di Tudou riceveranno 1,595 azioni Youku per ogni azione consegnata: in questo modo l’acquirente ha evitato un esborso in contanti che non si sarebbe potuto permettere, vista la poco disponibilità in termini di liquidi. Anzi, adesso non è difficile prevedere un ricorso al mercato.

Se da un lato Baidu poteva contare su una maggiore liquidità e Sina aveva già acquisito un 10% di Tudou, a Youku sembrava che mancasse il capitale per tentare un’acquisizione del genere. A questo punto, quando l’accordo sarà perfezionato, sarà necessaria comunque un’iniezione di liquidità sotto forma di aumento di capitale o emissione obbligazionaria.

In ogni caso è significativo che il mercato dei video online in Cina, finora troppo frammentato, abbia avviato un processo di consolidamento che molto probabilmente è solo all’inizio; resta da vedere chi farà la prossima mossa e come si muoverà, ma ormai è chiaro che la scelta delle aziende cinesi è quella di creare economie di scala.

In base agli annunci, dopo l’acquisizione la nuova società infatti risparmierà fra i 50 e i 60 milioni di dollari all’anno. I piccoli operatori, come Ku6 Media, diventeranno probabili prede di player come Sohu e Baidu che non possono rischiare di perdere troppo terreno nei confronti del nuovo leader.

Da parte loro Youku e Tudou godranno di alcune sinergie e in particolare Youku porà entrare nel lucroso settore del mobile video, che negli ultimi trimestri ha consentito a Tudou di registrare una crescita impetuosa.

Cina: fusione da un miliardo di dollari tra Youku e Toudu é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:35 di martedì 13 marzo 2012.



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Apple: col New iPad parte la rincorsa ai mille dollari per azione?


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Quanto può crescere ancora Apple? Non parliamo delle vendite che certamente sorrideranno al nuovo iPad, o meglio New iPad, appena lanciato da Tim Cook in quella sorta di rito di cui Steve Jobs era maestro. Il punto è se questo nuovo prodotto, insieme alle altre novità annunciate dalla Mela, riuscirà a trainare ulteriormente il titolo della società.

Nell’ultima settimana Apple ha superato ormai con convinzione la soglia dei 500 dollari per azione, anzi sembra puntare a quota 550: un guadagno superiore al 50% in un anno, mentre la società capitalizza più di 500 miliardi di dollari. più di Google e Microsoft messe assieme. C’è davvero spazio per crescere ancora?

Uno dei fondatori di Apple, Steve Wozniak, sembra crederci, anzi è convinto che – come alcuni favoleggiano – la società possa raggiungere il record dei mille dollari per azione: un prezzo che fa girare la testa al solo pensarci. Wozniak, però, non parla tanto come esperto di finanza e di Borsa, quanto come intenditore di tecnologia: più che l’iPad per lui la vera chiave potrà essere la Apple tv.

Nella mente di Jobs, Apple tv avrebbe dovuto costituire la quarta gamba della gamma di prodotti della Mela, insieme ad iPhone, iPod e iPad; a meno di non considerare a parte il settore computer e quindi parlare di “quinta” gamba. In ogni caso, nonostante il successo, la scatoletta per collegare le funzioni Mac al televisore è ancora lontana dal rappresentare qualcosa di simile agli altri prodotti di punta.

Anche se Apple tv da sola rappresenta il 32% del mercato nel suo settore, secondo Strategy Analytics, si parla solo dell’otto per cento delle famiglie americane. Ancora presto per parlare di fenomeno di massa, ma anche uno spazio tutto da conquistare e in grado, potenzialmente, di offrire ampi margini di crescita. Se così fosse si aprirebbe un nuovo straordinario rubinetto di vendite e di fatturato per la società.

Poi non si deve dimenticare il mercato che, bene o male, ha sostenuto la domanda mondiale negli ultimi anni, quello cinese. Secondo alcuni osservatori, sarà proprio la Cina e l’accoglienza che riserverà in particolare all’iPad a permettere, eventualmente, di raggiungere la quota galattica di 1000 dollari per azione.

Se la Cina, com’è possibile, diventerà il più grande mercato per Apple, che comunque nel 2011 ha quadruplicato il fatturato da 3 a 12 miliardi, i 1000 dollari potrebbero addirittura diventare stretti. E gli ultimi prodotto della Mela lanciati in Cina sonbo stati accolti con grande entusiasmo.

Risolte le questioni legali sul nome dell’iPad, l’azienda di Cupertino può e deve rafforzare la propria presenza nel paese e cominciare a sfruttare quelle straordinarie opportunità di crescita che le vengono offerte. La Cina è la chiave per vedere la mitica quota 1000 dollari.

Apple: col New iPad parte la rincorsa ai mille dollari per azione? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:35 di venerdì 09 marzo 2012.



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Yahoo si prepara a tagliare migliaia di dipendenti


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Un colpo di mannaia sta per calare sui dipendenti di Yahoo, che secondo alcune indiscrezioni si prepara a tagliare migliaia di posti di lavoro secondo la volontà del nuovo Ceo Scott Thompson.

Non sarebbe di certo la prima volta che il colosso di Internet ricorre a licenziamenti in larga scala per ridurre i costi e accontentare azionisti e investitori, ma stavolta sarebbe il taglio più ampio mai deciso dalla società. Ma dove andrà a ridurre il personale il nuovo Ceo?

Gli osservatori considerano le scelte anticipata dal precedente capo-azienda, Carol Bartz, che poi è stata licenziata: il suo piano puntava a rafforzare gli investimenti nel settori dell’intrattenimento e dei media, puntando su un ritorno economico grazie ai banner pubblicitari; adesso però quella strategia non sembra così scontata.

Yahoo si prepara a tagliare migliaia di dipendenti é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:35 di mercoledì 07 marzo 2012.



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Wall Street 2012: la grande fuga dagli hedge fund?


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Tempi bui in vista per gli hedge fund? Fino all’anno scorso sembrava che i fondi speculativi fossero in grado di superare qualsiasi crisi, finanziaria economica valutaria, qualunque cosa accadesse ai mercati nella loro complessità. Persino dopo il crollo spaventoso del 2008 che ha messo in difficoltà e ha costretto a chiudere molti hedge, il business nel suo complesso si è ripresa velocemente e l’anno scorso i capitali investiti hanno raggiunto un massimo storico di 2 trilioni di dollari.

Nel 2011 però si è manifestata in pieno la debolezza degli hedge fund, che in media sono scesi del 5%; quelli specializzati nel settore azionario sono scesi addirittura dell’8%. Anche colossi come il fondo del miliardario John Paulson hanno lasciato sul terreno somme impressionanti, mentre lo S&P 500 metteva a segno un rialzo del 2%. Risultato: molti investitori hanno cambiato cavallo.

Secondo un’analisi condotta da Hedge Barclays e TrimTabs, solo a gennaio gli investitori hanno ritirato dagli hedge fund 15,2 miliardi di dollari, il flusso più alto dalla crisi del credito nel gennaio 2009. Ma se le cose non migliorano c’è il rischio che questo sia solo l’inizio e che la grande fuga porti via dagli hedge buona parte delle risorse con cui esercitano la loro speculazione.

Pur andando bene, a gennaio gli hedge fund hanno messo a segno, in media, un +3,1%, peggio dello S&P 500, che ha registrato un +4,2%. Non va meglio a febbraio: Bank of America Merrill Lynch sostiene che nel secondo mese dell’anno il suo indice degli hedge fund composite è aumentato del 1,19%, ancora una volta peggio dello S&P500 e del suo +2,87%.

Se le cose non si mettono meglio sarà dura riuscire a convincere gli investitori a tenere i loro soldi negli hedge fund: secondo la società di Chicago Hedge Fund Research il guadagno per le compagnie del settore, dall’inizio dell’anno fino al 1° marzo, è del 3,35%, ma i risultati devono migliorare e di molto per garantire la sopravvivenza stessa degli hedge.

Wall Street 2012: la grande fuga dagli hedge fund? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:35 di martedì 06 marzo 2012.



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L’Ipo di Facebook un’occasione per la California


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L’Ipo di Facebook non sarà un affarone solo per Mark Zuckerberg, per gli azionisti che si sono già accaparrati i titoli della società prima della quotazione, per le banche finanziatrici e per i vari incubatori e angeli che hanno fornito i capitali iniziali. Anche lo stato della California – sede della Silicon Valley – farà il colpaccio: 2,5 miliardi che incasserà dalle tasse nei prossimi anni.

Lo sbarco in Borsa del re dei social network, infatti, genererà una nuova piccola folla di milionari e miliardari, che in parte contribuiranno a riempire le casse della California, che è finita in default anche se in Europa non ce ne siamo accorti, perché gli Stati Uniti – a differenza dell’Ue – hanno un bilancio federale. In ogni caso i 2,5 miliardi dollari di entrate sono stati calcolati da un rapporto dell’ufficio di Analisi legislative dello stato: i dipendenti di Facebook e gli investitori, infatti, dovranno pagare l’imposta sulle plusvalenze sulle stock options che convertiranno.

Le nuove entrate tributarie arriveranno nell’arco di alcuni anni: la California si aspetta circa $ 500 milioni in questo anno fiscale e 1,5 miliardi il prossimo; il resto arriverà nel tempo. L’Ipo di Facebook, del valore di almeno 5 miliardi di dollari, è attesa da parecchi mesi e anche se non arriverà fino a 10 miliardi sarà comunque il debutto più ricco di una società americana di Internet da Google piazzò la sua offerta da 1,7 miliardi dollari nel 2004.

L’Ipo di Facebook un’occasione per la California é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:36 di giovedì 01 marzo 2012.



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Acquisizioni in vista e un nuovo Ceo per l’azienda di Buffett


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Warren Buffett lascia E raddoppia. Nell’annuale lettera agli azionisyi della holding di partecipazioni Berkshire Hathaway, l’oracolo di Omaha ha annunciato che la società è “a caccia” di nuove acquisizioni per investire l’abbondante liquidità generata dalle partecipazioni. Ma non basta: in arrivo c’è anche un nuovo Ceo che guiderà il gruppo al posto dell’anziano miliardario che comunque non si fa da parte.

Per quanto riguarda le acquisizioni, Buffett è stato piuttosto esplicito:

adesso la società ha otto controllate che, se fossero autonome, farebbero parte del Fortune 500; ne mancano solo 492!

In effetti gli utili record ottenuti grazie agli ottimi risultati nel settore delle ferrovie e in quello dell’energia devono essere nuovamente investiti e ulteriori importanti acquisizioni sono uno sbocco logico. Non sono arrivate, invece, indicazioni sul settore o i settori cui Buffett sta guardando con maggiore attenzione.

Dalla fine del 2009 il multimiliardario del Nebraska ha allargato il suo raggio d’azione dal settore delle assicurazioni e ha investito circa 35 miliardi di dollari in acquisizioni e salvataggi, rilanciando parecchie aziende che poi lo hanno ripagato con abbondanti utili.

Anche lui – come scrivevamo ieri – è comunque a caccia di occasioni nel settore azionario, dal momento che le obbligazioni non coprono a sufficienza dal rischio dell’inflazione.

Il risultato netto del 2011 è sceso a 10,3 miliardi, rispetto ai 13 del 2010, a causa del minore apporto delle assicurazioni, che hanno risentito delle calamità naturali come lo tsunami in Giappone. In ogni caso la liquidità del gruppo è alta e le acquisizioni sono una necessità.

Di questi dossier si occuperà anche il nuovo Ceo, di cui i più stretti collaboratori sono entusiasti, a sentire Buffett. Ma chi sarà il nome nuovo in arrivo? L’oracolo – mantenendo in parte fede al suo soprannome – non si è sbilanciato pubblicamente, ma a quanto pare il prescelto è già in pectore, anzi il suo nome è stato già anticipato al vicepresidente Charles Munger, un altro giovanotto di 88 anni: i due si preparano a lasciare le redini a una nuova generazione di manager.

Acquisizioni in vista e un nuovo Ceo per l’azienda di Buffett é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di martedì 28 febbraio 2012.



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Con i tassi attuali meglio la Borsa dei bond Usa


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Se guardiamo ai Buoni del tesoro sembra quasi che la Germania sia dalla parte sbagliata dell’Atlantico. Le emissioni di quasi tutti i paesi europei continuano a offrire rendimenti interessanti, a partire proprio dai cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma senza dimenticare stati come la Francia e il Belgio.

I Bund tedeschi, invece, come ci ripetono in continuazione i rendiconti sullo spread, danno una remunerazione molto vicina alla zero, che si annulla se consideriamo l’effetto dell’inflazione. Lo stesso avviene in questo momento negli Stati Uniti, dove il Tesoro ottiene in prestito il denaro di cui ha bisogno a un tasso ridicolmente basso, tanto che mettere i propri soldi in Borsa è diventato molto più economico che investirli in buoni del tesoro.

In base alle rilevazioni di Bloomberg, il rapporto fra l’indice S&P 500 e i Treasury Bond a 10 anni è vicino ai minimi di sempre, dopo le ultime emissioni; non parliamo poi della remunerazione dei conti correnti: la politica dei tassi di interesse bassi, mantenuta dalla Fed con il beneplacito della Casa Bianca, serve a favorire una ripresa dell’economia, ma punisce i risparmiatori.

Chi aveva 10mila dollari a dicembre 2008 e li ha messi in un conto corrente ha guadagnato circa 185 dollari; se li ha investiti in Bond del Tesoro Usa ne ha ottenuti 1.644; invece chi li ha investiti in azioni dell’indice S&P 500 ha guadagnato – in teoria – 5.690 dollari, compresi i dividendi.

Nonostante lo stimolo all’economia e i tassi di interesse bassi, però, la ripresa stenta a decollare e, al contrario del passato, quando dopo una recessione la crescita era ancora più forte, stavolta la locomotiva americana riprende a un ritmo ridotto. Su quasi 9 milioni di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi ne sono stati recuperati 3,2 milioni, secondo i dati del Dipartimento del Lavoro: la percentuale di persone in età lavorativa attive nel mercato del lavoro è al livello più basso in 29 anni.

Le imprese dello S&P 500 imprese hanno aumentato le spese di capitale del 35 per cento da giugno 2010 fino alla fine del 2011, il tasso più veloce dal giugno 2006, secondo i dati Bloomberg e gli utili nello S&P 500 sono più che raddoppiati a 96,58 dollari dal 2009 e si prevede di raggiungere un record di 104,28 dollari quest’anno, più di 11.000 analista stime compilate da Bloomberg show. Il rendimento degli utili (earning yeald) – cioè i profitti annuali divisi per prezzo delle azioni – è salito al 7,1 per cento, 5 punti percentuali in più rispetto al tasso a 10 anni del Tesoro.

Nonostante questo, però, i volumi di scambio restano bassi e anche se la Borsa sembra poter offrire rendimenti interessanti e le azioni sono quotate a sconto rispetto ai livelli storici, non sono arrivati nuovi investitori sui mercati azionari. Anzi, anche se l’indice S&P 500 è quasi raddoppiato, molti investitori hanno ritirato parte dei soldi impegnati nei fondi comuni di investimento che comprano azioni degli Stati Uniti per il quinto anno nel 2011: i prelievi sono stati 135 miliardi dollari l’anno scorso, il secondo totale più alto dopo il 2008.

In pratica l’andamento della Borsa non rispecchia quello dell’economia reale: questa si riprende a piccoli passi, l’altra corre. Ma se l’economia non riparte e le risorse non vengono redistribuite, la platea degli investitori in Borsa è destinata a restringersi sempre di più.

Con i tassi attuali meglio la Borsa dei bond Usa é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di lunedì 27 febbraio 2012.



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Banche commerciali e d’affari di nuovo separate in Usa?


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Le riforme volute dal presidente Obama per frenare la speculazione finanziaria produrranno forse la fine della “banca universale”? Per chi non se lo ricorda, ci fu un tempo in cui le banche d’affari si occupavano di affari, trading, investimenti, fusioni e acquisizioni; invece le banche commerciali si occupavano di depositi e di gestire i risparmi della clientela. Poi arrivarono gli anni Novanta e la deregulation e quelle commistioni che in parte hanno portato alla speculazione e alla crisi attuale.

Le nuove regole contenute nella riforma Dodd–Frank su Wall Street e relative alle banche riportano alcuni paletti che potrebbero dividere di nuovo il mondo del credito: è la cosiddetta Volcker Rule, da Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e scelto da Obama per guidare il comitato consultivo Economic Recovery Advisory Board formato il 6 febbraio 2009.

Il paradosso è che alcuni simboli della finanza e degli affari, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, potrebbero finire dalla “parte sbagliata” del muro ed essere considerate banche commerciali e non di investimento, visto anche come sta andando il mercato in questi anni. A quel punto si potrebbe creare lo spazio per l’arrivo di nuovi concorrenti, magari più piccoli e agguerriti che prenderebbero il posto di queste istituzioni centenarie. Non sappiamo, però, con quali conseguenze.

Per esempio nel 2007 Goldman aveva registrato un fatturato di 7,6 miliardi dalle attività di investment banking tradizionale, ma 31,2 miliardi dollari in ricavi grazie alle operazioni di trading, che invece l’anno scorso hanno portato appena 17,3 miliardi dollari di entrate.

In base alla Dodd-Frank i derivati ​​devono essere negoziati su agenzie centrali di compensazione piuttosto che tra le banche di investimento come avveniva prima della crisi finanziaria; d’altra parte il rafforzamento dei requisiti patrimoniali richiesti aumenta il costo del finanziamento. Poi c’è la regola Volcker, che rischia di ridurre sostanzialmente la maggior parte dei profitti che le banche ottengono dal trading: un vero colpo al cuore per realtà come Morgan Stanley.

Banche commerciali e d’affari di nuovo separate in Usa? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:03 di giovedì 23 febbraio 2012.



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Le 5 regole auree del buon trader di Borsa


Quali sono le qualità del buon trader, quelle che permettono – non garantiscono! – il successo delle operazioni in Borsa? Andiamo a leggere che cosa ci dice The Big Picture, che stila un elenco di 5 qualità che denotano il “grande trader”.

1. Tagliare le perdite. Tutti i grandi trader hanno sempre condiviso un orientamento di fondo: le perdite vanno ridotte al minimo, perché preservare il proprio capitale è l’unico modo per continuare a stare in gioco. Bisogna ricordarsi, infatti, che quando un titolo perde il 25%, poi deve guadagnare il 33% per tornare al livello di partenza; e così un calo del 33% richiede un rally del 50%. Se poi si perde il 50% per tornare in pari occorre un guadagno del 100%.

Mica facile, no? Per questo è necessario porsi un limite di perdita e ridurre al minimo le perdite. Anche per Warren Buffett, la regola numero uno per guadagnare è “non perdere denaro”; e la numero 2 è “ricordarsi della regola n. 1″.

2. Fiducia. Bisogna avere il coraggio di cogliere le occasioni e non lasciarsi spaventare dal rischio, altrimenti meglio lasciar perdere.

Non c’è niente di peggio che vedere una grande opportunità, ma non avere il coraggio di “premere il grilletto” e di comprare.

Bloccarsi per la paura non è un comportamento da grande trader di Borsa, perché per operare bisogna aver fiducia nelle proprie intenzioni e sapere come andrà a finire; se invece non va bene sapere come comportarsi. La fiducia non si insegna, ma viene dall’azione e dall’esperienza.

3) Niente ego. Un trader di successo può avere grande personalità, ma tiene separato il suo ego dalla sua attività. Va bene avere convinzioni solide, ma quando il mercato dimostra il contrario, non bisogna litigarci: piuttosto accettare “la lezione” e andare avanti.

4) Solidità. I migliori sono migliori perché sono solidi e si confermano nel tempo, come i grandi giocatori che non sono grandi perché segnano una domenica, ma perché fanno 20 gol a campionato. Non bisogna concentrarsi su una singola seduta, ma controllare i risultati mese per mese, trimestre per trimestre e ano per anno. I risultati si ottengono confermandosi sia nei momenti di boom sia in quelli più complicati.

5) Studiare il mercato. Chi vuole essere grande non si accontenta mai, ma ha sempre voglia di imparare e di migliorarsi. Un buon sistema è analizzare le operazioni effettuate e verificare che le perdite siano inferiori ai guadagni; altrimenti c’è qualcosa da correggere. E poi conoscere l’andamento dei mercati e delle aziende su cui si vuole investire.

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