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Le 5 regole auree del buon trader di Borsa


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Quali sono le qualità del buon trader, quelle che permettono – non garantiscono! – il successo delle operazioni in Borsa? Andiamo a leggere che cosa ci dice The Big Picture, che stila un elenco di 5 qualità che denotano il “grande trader”.

1. Tagliare le perdite. Tutti i grandi trader hanno sempre condiviso un orientamento di fondo: le perdite vanno ridotte al minimo, perché preservare il proprio capitale è l’unico modo per continuare a stare in gioco. Bisogna ricordarsi, infatti, che quando un titolo perde il 25%, poi deve guadagnare il 33% per tornare al livello di partenza; e così un calo del 33% richiede un rally del 50%. Se poi si perde il 50% per tornare in pari occorre un guadagno del 100%.

Mica facile, no? Per questo è necessario porsi un limite di perdita e ridurre al minimo le perdite. Anche per Warren Buffett, la regola numero uno per guadagnare è “non perdere denaro”; e la numero 2 è “ricordarsi della regola n. 1″.

2. Fiducia. Bisogna avere il coraggio di cogliere le occasioni e non lasciarsi spaventare dal rischio, altrimenti meglio lasciar perdere.

Non c’è niente di peggio che vedere una grande opportunità, ma non avere il coraggio di “premere il grilletto” e di comprare.

Bloccarsi per la paura non è un comportamento da grande trader di Borsa, perché per operare bisogna aver fiducia nelle proprie intenzioni e sapere come andrà a finire; se invece non va bene sapere come comportarsi. La fiducia non si insegna, ma viene dall’azione e dall’esperienza.

3) Niente ego. Un trader di successo può avere grande personalità, ma tiene separato il suo ego dalla sua attività. Va bene avere convinzioni solide, ma quando il mercato dimostra il contrario, non bisogna litigarci: piuttosto accettare “la lezione” e andare avanti.

4) Solidità. I migliori sono migliori perché sono solidi e si confermano nel tempo, come i grandi giocatori che non sono grandi perché segnano una domenica, ma perché fanno 20 gol a campionato. Non bisogna concentrarsi su una singola seduta, ma controllare i risultati mese per mese, trimestre per trimestre e ano per anno. I risultati si ottengono confermandosi sia nei momenti di boom sia in quelli più complicati.

5) Studiare il mercato. Chi vuole essere grande non si accontenta mai, ma ha sempre voglia di imparare e di migliorarsi. Un buon sistema è analizzare le operazioni effettuate e verificare che le perdite siano inferiori ai guadagni; altrimenti c’è qualcosa da correggere. E poi conoscere l’andamento dei mercati e delle aziende su cui si vuole investire.

Le 5 regole auree del buon trader di Borsa é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:04 di mercoledì 22 febbraio 2012.



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Warren Buffett e le previsioni sull’andamento dell’oro


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Nella sua ultima lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, Warrren Buffett ripercorre il suo bilancio del 2011 e, fra le varie indicazioni e osservazioni, non si può dire che sia uno sponsor dell’investimento nell’oro, di cui sottolinea in particolare che è un investimento che non produce nulla e che, in pratica, si basa sull’aumento costante degli aspiranti investitori, disposti a pagare un prezzo sempre pià alto.

Eppure chi compra un’oncia di oro, alla fine anche dopo una vita intera si ritrova in mano sempre un’oncia d’oro! Il discorso di Buffett parte dalla scarsa fiducia che si può accordare agli investimenti in valuta, visto che con il passare degli anni la “tassa occulta” dell’inflazione consuma praticamente l’intero valore di molti investimenti, anche per le divise più solide come il dollaro. Ma sull’oro il vecchio “Oracolo” cerca di mettere sull’avviso gli investitori.

A dire la verità, come si legge in questo articolo, non è del tutto corretto scrivere che gli utilizzi industriali e quelli legati alla decorazione sono marginali: di fatto l’oro è uno degli elementi meno diffusi sul nostro pianeta e la corsa ad accumularo non si è mai veramnente fermata, anche perché nonostante l’aumento della domanda e la corsa dei prezzi, la produzione non è riuscita a incrementarne la disponibilità: non sono serviti né i nuovi investimenti né l’aumento delle esplorazioni.

Per di più non si può mettere tutti gli investitori in oro sullo stesso piano, come se fossero tutti speculatori. In particolare fra chi punta sempre sull’oro per garantire le sue riserve non si possono escludere le Banche centrali, che utilizzano il metallo giallo per proteggere la propria liquidità.

L’oro, quindi, non può essere considerato e valutato come un qualsiasi investimento azionario o altre forme di investimento in Borsa: piuttosto si tratta di un bene rifugio che può essere una sicurezza in momenti di difficoltà e di volatilità dei mercati. Certo: nessuno può garantire una crescita costante, specie quando i prezzi sono già alti e non appare ancora consolidata una tendenza al rialzo.

La difficoltà di procurarselo e la scarsa disponibilità ne fanno comunque un bene molto desiderato che diventa ancora più interessante in tempi di difficoltà per le valute, anche quelle più solide. In definitiva l’oro funziona come alternativa alle monete, soprattutto se, come è logico, viene scelto non in un’ottica speculativa, ma piuttosto di conservazione e mantenimento del capitale.

Warren Buffett e le previsioni sull’andamento dell’oro é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:59 di martedì 21 febbraio 2012.



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Buoni risultati per Zynga, ma il titolo è troppo caro


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I risultati di Zynga sorprendono il mercato e superano le attese, ma il prezzo delle azioni è già abbastanza alto da non lasciare spazio a ulteriori apprezzamenti. Anzi, nell’immediato dopo l’uscita dei risultati trimestrali e sulla base delle previsioni per il 2012 il titolo ha perso terreno.

La perdita netta è salita a 435 milioni da 311, l’Ebitda nell’ultimo trimestre 2011 ha raggiunto i 37,2 milioni e il totale del fatturato è cresciuto dell89% in un anno fino a 1 miliardo e 140milioni di dollari. Ma le aspettative mderate sulla crescita nel 2012 hanno messo in allarme gli investitori.

I più ottimisti sperano che l’azienda sia in grado di sfornare almeno 12 nuovi titoli all’anno – com ha fatto nel 2011 – per sostenere la domanda e conquistare nuovo pubblico: ma non bastano i numeri, bisogna anche che arrivi qualche successo importante come FarmVille. In ogni caso, però, non ci sono grandi spazi di apprezzamento per le azioni e questo lo dichiara la stessa compagnia.

In Borsa Zynga sta quotando già circa 200 vole gli utili e anche buoi risultati non garantirebbero un’ulteriore valorizzazione del titolo.. Francamente Zynga è già ben pagata e ha bisogno che il suo business vada bene solo per giustificare e mantenere i livelli attuali del titolo: per salire ancora ci vuole ben altro.

Il problema numero uno è la concorrenza, fortissima nel settore dei videogiochi online: il settore è molto esposto all’ingresso di nuovi attori, le barriere all’entrata sono basse e i clienti sono estremamenti esigenti. D’altro canto, come dicevamo l’altro giorno, la stretta connessioni con Facebook – che garantisce in pratica il fatturato della società guidata da Pincus – è al tempo stesso una condanna e una garanzia.

Zynga ha bisogno di ampliare le sue possibilità di produrre flussi di cassa al di là degli accordi stretti con Facebook, in particolare nel settore dei cellulari, anche perché Facebook stesso non ha prospettive di crescita straordinarie nel numero degli utenti. Per il 2012 il Ceo Mark Pincus immagina una prima parte dell’anno più fiacca con una crescita modesta delle attività.

In pratica gli investitori non hanno la garanzia che le attività di Zynga extra Facebook siano in grado di aprire nuovi spazi di mercato alla società, visto anche che deve competere con colossi come Google e Amazon. Il rischio che si sia creata una bolla destinata presto o tardi ad esplodere – specie per titoli come Groupon, Pandora e la stessa Zynga – rimane alto.

La capitalizzazione di Zynga ha raggiunto i 10,04 miliardi di dollari: basta confrontarli al fatturato di circa un miliardo e agli utili operativi da 35 milioni per sospettare una valutazione eccessiva della società. A meno di nuovi spazi di manovra e nuovi mercati, il prezzo di Zynga è davvero troppo alto.

Buoni risultati per Zynga, ma il titolo è troppo caro é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:10 di venerdì 17 febbraio 2012.



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Corsa a vendere azioni per Ceo, dirigenti e grandi azionisti


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Che sta succedendo ai dirigenti delle grandi aziende americane? A quanto pare tra la fine di gennaio e febbraio è cominciata una corsa a vendere azioni e stock options, a un ritmo che non si vedeva da luglio.

Secondo il Vickers Weekly Insider Report, calcolato da Argus Research, gli “insider” hanno venduto molte più azioni delle proprie società di quante ne abbiano acquistate: il rapporto, la settimana scorsa, è stato di 5,77 a 1. Addirittura fra le società quotate al New York Stock Exchange, il rapporto è ancora più clamoroso, con un 8,2 a 1.

Un dato del genere non lascia ben sperare, se si guarda ai corsi e ricorsi storici. A luglio, dopo un movimento simile da parte degli amministratori e grandi dirigenti delle società quotate, tra l’ultima settimana di luglio e la seconda di agosto l’indice Dow Jones ha perso circa 2000 punti. È vero che in mezzo all’estate 2011 molti motivi hanno giustificato una situazione di debolezza sui mercati: dal downgrade degli Stati Uniti alla crisi greca; sta di fatto che il comportamento degli insider ci dice qualcosa delle aspettative generali dei mercati.

In altre parole: se i dirigenti, i Ceo, i direttori finanziari e i consiglieri di amministrazione vendono le azioni che possiedono nelle società che gestiscono, come si deve comportare chi conosce quelle società certamente molto meno di loro?

Come segnala Market Watch, a novembre lo stesso rapporto fra azioni vendute e azioni comprate era di 0,8 a 1: da allora il Dow Jones ha guadagnato oltre 1500 punti; se adesso il comportamento degli insider è cambiato così tanto, non possiamo concludere automaticamente che la tendenza dei mercati sarà al ribasso, ma di certo è molto più facile prevedere una fase di debolezza che una di rafforzamento degli indici.

C’è da dire anche che in un momento di pagamento delle tasse e in una fase di apprezzamento delle azioni – che garantisce un discreto guadagno – è più naturale che anche gli insider vendano azioni proprie più che comprarne. Potrebbe trattarsi anche solo di una breve correzione, ma in un momento così complesso – con il default della Grecia sempre dietro l’angolo – è davvero complesso provare ad anticipare le tendenze dei mercati.

Corsa a vendere azioni per Ceo, dirigenti e grandi azionisti é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:09 di martedì 14 febbraio 2012.



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Facebook si è già quotata: e noi non eravamo invitati


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Il titolo era troppo bello per non tradurlo e in una battuta Fortune sintetizza che cosa è successo finora con Facebook e che cosa rappresenta in concreto la quotazione “ufficiale” del numero uno dei social network.

Sì, è vero che Facebook ha presentato alla Sec un’istanza per il collocamento in Borsa, è verp che i giornali finanziari, e non solo quelli, non hanno parlato d’altro, è vero che il pubblico ormai aspetta con trepidazione la “madre di tutte le Ipo”; ma in realtà Facebook è già una “public company” e ha già raccolto capitali sul mercato, solo che nessuno ci ha “invitato alla festa”.

In origine la quotazione in Borsa era una specie di “esame di maturità” per un’azienda che, dopo aver consolidato la propria attività, si presentava al pubblico per attrarre nuovi investitori, farsi valutare da una platea ampia e raccogliere risorse sul mercato, invece di farsi finanziare a caro prezzo dalle banche. Ma Facebook tutto questo lo ha già fatto da tempo!

Concretamente Facebook è stata costretta a quotarsi dalle regole della Sec, che impone di stare sul mercato a chi ha più di 500 soci; dal punto di vista dei benefit, del finanziamento e dei passaggi di capitali, invece, Facebook è virtualmente già quotata e si comporta esattamente come gli altri titoli che sono già in Borsa.

Facebook ha già raccolto miliardi di capitali, fra angeli, venture capitalist e banche d’affari; ha già migliaia di (teorici) azionisti dal momento che ha ceduto parte di azioni a Goldman Sachs e a DST Partners, che a loro volta hanno riservato quei titoli ai loro migliori clienti secondo un meccanismo opaco e basato sul privilegio.

Sotto il profilo della liquidità, le azioni sono state già scambiati per oltre 600 milioni di dollari in volume – centinaia di migliaia di pezzi al mese – su piattaforme come SharesPost e SecondMarket fin dall’estate scorsa. Per fare un paragone ci sono quasi 500 titoli sul Nasdaq che il mese passato hanno registrato scambi inferiori a 200mila azioni. Non parliamo della visibilità che il titolo ha avuto in questi mesi pur non essendo su un listino ufficiale.

In qualunque altra epoca storica Facebook sarebbe già quotata da tempo, perché non avrebbe avuto alternative: pochi soci privati avrebbero fatto pressione per accrescere la liquidità attraverso la quotazione e la dirigenza avrebbe avuto bisogno di raccogliere nuovi capitali. Non è stato questo il caso per la società di Zuckerberg, che ha avuto già tutto ciò che le serviva senza passare dall’Ipo ufficiale: adesso si tratta solo di formalizzare una situazione che esiste de facto. E al “‘parco buoi” rimarranno solo le briciole.

Facebook si è già quotata: e noi non eravamo invitati é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:15 di venerdì 10 febbraio 2012.



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E se Apple fosse stata accolta nel Dow Jones nel 2009?


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Facciamo un po’ di fanta-finanza sull’onda di un interessante post di SeekingAlpha. Che sarebbe successo se nel 2009 – per sostituire General Motors in amministrazione controllata – le autorità di Borsa avessero scelto Apple?

A quell’epoca l’azienda fondata da Steve Jobs quotava circa 143 dollari e sul momento la sua inclusione nell’indice industriale non avrebbe creato sconquassi; adesso, però, Apple ha aggiornato il suo record di tutti i tempi e si avvicina a un prezzo di 500 dollari per azione. Al posto di General Motors fu scelta Cisco, invece di Apple, ma se la decisione fosse stata diversa qualcosa sarebbe cambiato.

La simulazione di SeekingAlpha mostra che adesso il Dow Jones è a quota 12.865 punti, cioè poco più del 10% in meno rispetto ai massimi di ogni tempo, registrati con la quota 14.198,10 toccata a ottobre 2007. Se però Apple fosse stata inserita nel listino e il suo andamento fosse stato effettivamente quale abbiamo osservato in questi anni, l’indice sarebbe il 14% più alto rispetto ai valori attuali.

Del resto, Apple – un po’ come General Motors – avrebbe rappresentato un pezzo dell’America reale nel listino più rappresentativo: quale famiglia non ha a casa un iPhone, un Mac o almeno un iPod, video, Nano o Shuffle che sia?

Con Apple sul listino, il Dow Jones adesso avrebbe raggiunto un nuovo massimo storico, a 14.636. Ovvio, è fanta-finanza e, come si dice, la storia non si fa con i “se” e con i “ma”; eppure come sarebbe l’atteggiamento e lo stato d’animo degli investitori se il Dow Jones in questo momento quotasse ai suoi massimi? In realtà non lo sapremo mai.

E se Apple fosse stata accolta nel Dow Jones nel 2009? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di giovedì 09 febbraio 2012.



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Sugli smartphone, Microsoft saprà uscire dall’angolo?


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Microsoft riuscirà a recuperare un ruolo centrale nel mondo dell’informatica? La società fondata da Bill Gates – che ormai si dedica alla beneficenza insieme alla moglie e ha affidato la sua creatura a Steve Ballmer – sta cercando di recuperare terreno nel settore che adesso sembra più promettente e, di certo, con maggiori spazi di crescita: gli smartphone.

Al di fuori del dominio Apple con il suo iPhone, la battaglia sembra vinta da quell’Android finanziato in primis da Google, mentre anche un nome storico come Rim sembra arrancare, con il BlackBerry che perde terreno rispetto ai concorrenti. E Microsoft che fa? Finora il suo Windows non ha scaldato i cuori, ma il 2012 potrebbe segnare il momento della svolta.

In Borsa Microsoft non è più la regina dei titoli tecnologici, ma le sue azioni veleggiano comunque poco sopra i 30 dollari, dopo un 2011 deludente che aveva visto il titolo scendere anche sotto i 24 dollari. Le prospettive commerciali schiuse dalle nuove alleanze con i produttori di cellulari, però, possono spingere ulteriormente le azioni di Redmond e ridare appeal a una società che comunque è ben gestita e può contare sempre sui software per pc e sulla console per videogiochi Xbox. Senza un aiuto dal ricco settore degli smartphone, però, Microsoft è destinata a un lento, ma inesorabile declino.

A marzo negli Stati Uniti usciranno due prodotti spinti da At&t ed equipaggiati con Windows Phone: sono l’HTC Titan 2 e il Nokia Lumia 900. Se il secondo è il prodotto più interessante in linea generale, At&t puntano molto sul modello targato Htc per dimostrare l’appeal di Windows Phone anche al di là di un marchio di prestigio come Nokia, che ovviamente può contare su un ampio pubblico di estimatori.

La vera sfida, però, si giocherà sulla prossima generazione di Windows Phone, che deve cercare in tutti i modi di tenere il passo di Android e dei suoi progressi; e ancor di più sulla capacità di integrare i cellulari a marchio Microsoft con tutti i servizi online, come Zune, che ancora è troppo limitato come penetrazione territoriale. La struttura di e-commerce, come iTunes insegna, è fondamentale per il successo di un prodotto e può diventare una fonte di introiti notevole. Microsoft deve riuscire a integrare i suoi sistemi operativi mobile con tutto il mondo di Redmond, compresi i videogiochi e Xbox: da qui dipenderà buona parte del suo futuro.

Sugli smartphone, Microsoft saprà uscire dall’angolo? é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:14 di mercoledì 08 febbraio 2012.



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General Electric pronta a saltare sulla ripresa Usa


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A Wall Street sta tornando l’ora dei titoli ciclici? Gli Stati Uniti sembrano prepararsi a una nuova fase di espansione dell’economia, che probabilmente potrebbe favorire la rielezione del presidente Barack Obama; a parte le prospettive politiche, gli ultimi dati sulla ripresa rilanciano i titoli ciclici, quelli cioè che vanno bene quando il ciclo economico è in crescita.

È il caso di General Electric, che è di nuovo vicina a quota 20 dollari per azione, dopo che da maggio 2011 il titolo era rimasto sotto questa soglia, mentre nel 2009 aveva toccato un minimo sotto i 7 dollari.

Ge, in effetti, produce di tutto – da motori per i jet a torbine a gas, locomotive e apparecchi elettromedicali – e nei periodi di debolezza per l’economia risente del clima generale; allo stesso modo quando l’economia riparte, anche i suoi risultati migliorano, con un riflesso che dai conti aziendali si sposta sulla quotazione.

Nel caso di Ge, alcuni osservatori puntano a un valore del titolo che possa riavvicinarsi ai massimi degli ultimi 5 anni, quelli toccati nel 2007 a 42 dollari: lo giustificano l’andamento recente della società e la sua gestione in questi ultimi anni.

Per esempio il titolo per adesso vale meno della somma delle sue attività, il flusso di cassa è rimasto costantemente alto negli ultimi dieci anni, con un fatturat superiore ai 140 miliardi di dollari negli ultimi 8 anni; e il dividendo è al 3,57%. Senza contare come Ge possiede il 49% di una joint venture con Comcast, attiva nel finanziamento ai privati e al commercio, oltre all’Nbc Universal.

In questo momento la società appare forte in diversi settori, come energia, industria e trasporti e, dopo l’ultima trimestrale, sembra nelle condizioni migliori per ottenere risultati eccellenti nel 2012 secondo diversi analisti. Un’idea diffusa è che adesso le azioni di Ge siano sottovalutate: se davvero l’economia americana è all’inizio di un nuovo ciclo espansivo, Ge sembra in ottima posizione per approfittarne.

General Electric pronta a saltare sulla ripresa Usa é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:31 di lunedì 06 febbraio 2012.



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Facebook: Ipo da 5 miliardi di dollari, ma non per tutti


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Un’offerta pubblica di vendita da 5 miliardi di dollari, con il supporto delle più importanti banche d’affari, da Morgan Stanley a J.P. Morgan e Goldman Sachs. Dopo tanta attese, tanti annunci poi rimandati, alla fine Facebook ha presentato alla Sec un’istanza per la quotazione in Borsa.

Dopo soli 8 anni di attività, il social network più famoso al mondo ha una base di 800 milioni di utenti attivi mensilmente: nel 2011 il fatturato ha raggiunto i 3,7 miliardi di dollari. La crescita futura, però, non potrà mantenere i ritmi registrati finora e la società stessa, nei documenti presentati alle autorità di controllo, ammette i propri punti di debolezza, come sottolinea TechCrunch.

Innanzitutto Facebook ha già quasi saturato i suoi mercati chiave nel mondo occidentale, in termini di utenti. E poiché finora la redditività della società è legata al numero di iscritti attivi, in futuro un rallentamento nella crescita dell’utenza potrà riflettersi anche sui risultati economici. Ma non basta: fra gli altri fattori di rischio ci sono la carenza di prodotti dedicati all’utenza via cellulare, la pressione dei concorrenti come Google+, Twitter e Microsoft, la censura dei governi e la normativa sulla privacy, la dipendenza da un solo cliente, Zynga, per il 12% dei ricavi.

Facebook: Ipo da 5 miliardi di dollari, ma non per tutti é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:43 di venerdì 03 febbraio 2012.



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Xerox: un’opportunità dopo il calo delle quotazioni


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In quasi due anni il titolo Xerox ha perso circa un terzo del suo valore e dai 12 dollari di dicembre 2010 è crollato a meno di 8 dollari di questi giorni. Per tutto il 2011 la società non ha centrato le attese e gli obiettivi annunciati, per cui è fisiologico che le quotazioni ne hanno sofferto, ma anche dopo l’ultima trimestrale – che pure ha rispettato in gran parte le previsioni – il titolo ha perso quasi il 10% e poi ha continuato a galleggiare sugli stessi livelli.

Eppure a questi prezzi potrebbe essere interessante mettere una fiche anche su Xerox, per alcune ragioni che leggiamo su SeekingAlpha. Innanzitutto l’andamento degli utili nell’ultimo anno è stato fortemente condizionato dalla debolezza della domanda in Europa, dove come sappiamo l’economia è in difficoltà. Quindi non si tratta tanto di scelte manageriali, quanto di un quadro globale più difficile.

È vero che l’indebitamento a lungo termine è di 8,6 miliardi di dollari, cioè circa l’80% della capitalizzazione e la crescita degli utili è tutt’altro che eccezionale, ma il dividendo è comunque del 2,2% e ci sono anche da considerare le prospettive di apprezzamento del titolo e la capacità di generare flussi di cassa.

A 7,8 dollari per azione, Xerox quota ancora sotto i suoi valori di libro e soprattutto negli ultimi anni ha dimostrato una strordinaria capacità di generare cash flow: dal 2009 al 2011 sono stati oltre un miliardo di dollari all’anno, per una società che ai valori attuali capitalizza poco più di 10 miliardi.

In definitiva, non c’è da aspettarsi una crescita clamorosa o un apprezzamento da favola: ma in una prospettiva di medio-lungo termine un titolo come Xerox, se l’azienda continua ad essere gestita come negli ultimi anni, può garantire un ritorno accettabile e la possibilità di ottenere un buon capital gain.

Xerox: un’opportunità dopo il calo delle quotazioni é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:18 di mercoledì 01 febbraio 2012.



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Per Gm forse è l’ora di liberarsi di Opel (o no?)


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C’eravamo tanto amati? Questo, secondo un articolo di Forbes è il destino più auspicabile per il matrimonio, onestamente sempre problematico, fra General Motors e Opel. La tesi di fondo è che la società americana, che è appena uscita fuori dall’amministrazione fallimentare, dovrebbe concentrarsi sulle attività nella madrepatria, molto più redditizie rispetto a quelle del Vecchio Continente.

Gm conquistò Opel all’inizio degli anni Novanta, quando l’ambizioso piano dell’azienda di Detroit era diventare un vero e proprio colosso con due piedi, uno negli Stati Uniti e l’altro in Europa: quest’ultimo, oltre a Opel, avrebbe dovuto comprendere anche la Fiat dei tempi dell’Avvocato Agnelli; ma poi sappiamo che le cose non andarono esattamente così.

Dopo il fallimento del matrimonio con Torino – che tra l’altro costò piuttosto caro agli americani – Gm dovrà fare marcia indietro anche su Opel. Secondo Micheline Maynard sì, e per almeno tre buoni motivi, tanto più che General Motors si prepara ad incassare il secondo anno consecutivo di perdite in Europa e che la politica della moltiplicazione dei marchi sotto lo stesso cappello sembra spesso poco efficace.

Innanzitutto Opel distoglie risorse, attenzioni e menti di Gm dagli obiettivi principali, cioè il rafforzamento sul mercato domestico e la massimizzazione dei risultati in Asia e in America Latina. Per di più agli americani – che hanno contribuito con le loro tasse al salvataggio di Gm – non è semplice da spiegare perché i loro soldi debbano essere investiti in un’azienda in difficoltà; e per di più europea!

In secondo luogo, uno dei principali motivi per cui Gm aveva conquistato Opel era impadronirsi di tecnologie e risorse ingegneristiche importanti per fare un salto di qualità e competere con i principali concorrenti. Ormai Detroit ha preso quello che poteva prendere, ha sviluppato ciò che gli faceva comodo e gli serviva e adesso può trovare sul mercato singoli ingegneri, designer o interi team senza tenere in piedi una compagnia come Opel.

Da ultimo l’Europa è molto avanti rispetto agli Stati Uniti per quanto riguarda il mercato dell’auto, cioè qui si vendono veicoli più innovativi e soluzioni d’avanguardia che arrivano negli Stati Uniti con anni di ritardo. Se però l’Europa anticipa le tendenza americane, c’è da dire che Opel non sta andando bene affatto; e dunque non potrebbe contribuire neppure nel futuro prossimo ai risultati positivi di Gm.

Che dovrà fare dunque General Motors con la sua branca europea? Potrebbe tentare di fonderla con le attività cinesi, ma qui troverebbe la fiera resistenza di IgMetall, il potentissimo sindacato dei metalmeccanici tedeschi, e della politica tedesca tutta intera; in alternativa invece potrebbe studiare una cessione. Ma chi proverebbe a conquistare Opel? I giochi sono per adesso tutti aperti.

Per Gm forse è l’ora di liberarsi di Opel (o no?) é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:11 di martedì 31 gennaio 2012.



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Portogallo: nuovo record per lo spread, oltre i 1500 punti


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L’Italia sembra entrata – almeno per adesso – in una situazione più tranquilla, con i rendimenti dei Titoli di stati scesi a un livello accettabile e lo spread in picchiata rispetto ai Bund tedeschi. Per il Portogallo, invece, si annunciano tempi cupi e la situazione sembra allarmante: il rischio default sembra più vicino in assenza di nuovi aiuti dall’Unione Europea.

Lo spread tra i titoli di stato decennali emessi da Lisbona e i Bund hanno toccato un nuovo record sopra quota 1.500 punti. Ricordiamoci che l’Italia era considerata “a rischio” già sopra i 500 punti. Anche i credit default swap, titoli con quali ci si assicura contro l’insolvenza del paese, raggiungono un nuovo massimo storico a 1.458 punti.

Ieri, secondo Markit, i cds sui bond a cinque anni avevano raggiunto i 1365 punti base, un livello mai visto prima. Questo, sommato al fatto che il rating del Portogallo è stato declassato a livello “junk” (spazzatura) dalle tre principali agenzie di rating, delinea un quadro fosco.

Sembra sempre più improcrastinabile un nuovo intervento dell’Unione Europea, magari con la collaborazione del Fondo monetario internazionale, quindi anche il cambio di governo, in seguito alle ultime elezioni, non ha modificato granché la situazione. Oltre ai titoli a lunga scadenza, anche i bond a tre anni sono diventati costosissimi: i rendimenti sono balzati del 21% nella giornata di ieri.

Nemmeno l’intervento della Bce di Mario Draghi – quel credito illimitato concesso alle banche europee per tre anni – sembra aver giovato al Portogallo, che in pratica è stato l’unico paese periferico dell’Eurozona che, da dicembre, non ha goduto di un recupero per i suoi bond. Anzi, da allora i rendimenti a cinque anni sono balzati di 268 punti base, al record di sempre pari al 18,71%.

Al contraria per l’Italia l’effetto-Draghi c’è stato e sembra essersi rafforzato negli ultimi giorni, anche sull’onda degli interventi decisi dal governo Monti. I rendimenti dei bond del Tesoro italiano a cinque anni sono calati di 177 punti base, più del calo della Spagna (-141 punti base). Restando agli altri paesi periferici, i rendimenti dei bond irlandesi sono scesi di 265 punti base al 6,08%, grazie anche agli sforzi di Dublino per raggiungere i propri obiettivi di equilibrio dei conti e ridurre il deficit.

Portogallo: nuovo record per lo spread, oltre i 1500 punti é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:35 di venerdì 27 gennaio 2012.



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Roche punta alla terapie geniche e vuole Illumina


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Roche vuole a tutti i costi conquistarsi una posizione importante nel promettente settore delle terapie basate sulla sequenza del Dna; con questa prospettiva ha messo nel mirino la società farmaceutica americana Illumina, con sede a San Diego in California. Dopo mesi di trattative infruttuose con la dirigenza, gli svizzeri hanno deciso di lanciare un’offerta ostile direttamente agli azionisti.

Il colosso farmaceutico svizzero è disposto a pagare 44 dollari e 50 per azione, con un premio del 19% rispetto agli attuali valori di Borsa. Per il management californiano, però, l’offerta non è sufficiente, per cui c’è da aspettarsi una lunga battaglia tra potenziale preda e cacciatore.

Già un anno fa, infatti, il cda di Illumina – nell’ambito delle trattative per un ingresso importante di Roche nella compagine azionaria – aveva fissato un prezzo accettabile in 79 dollari per azioe, quasi il doppio rispetto all’attuale somma che i rivali sono disposti a pagare.

In campo farmaceutico la grande conquista scientifica rappresentata dalla sequenza completa del genoma umano costituisce una prospettiva di portata enorme per le possibilità di cura e, già adesso, per le somme che i pazienti sono diposti a pagare per ottenere una mappa completa dei propri geni.

Illumina è riuscita a rafforzare la propria posizione nella sequenziazione del Dna umano per tutto il decennio scorso, eclissando la concorrenza dei rivali fra cui una società sussidiaria di Roche, 454 Life Sciences, che pure in un primo tempo aveva compiuto progressi enormi nella riduzione dei costi e nella possibilità di ottenere risultati sempre più precisi e affidabili.

Roche ritiene che Illumina – nonostante la concorrenza – sia in grado di mantenere la sua posizione di leader del mercato ed è disposta a pagare caro la conquista della società; ma forse non abbastanza per convincere management e azionisti. La partita è solo cominciata.

Roche punta alla terapie geniche e vuole Illumina é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:45 di giovedì 26 gennaio 2012.



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Apple supera le attese e si prepara a usare la liquidità


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La Borsa festeggia i risultati di Apple, che ha messo a segno un importante rialzo sull’onda dell’ultima trimestrale, in cui la società ha superato le previsioni praticamente in ogni settore: ieri il titolo ha chiuso poco sopra i 420 dollari, ma nell’after-hour ha superato anche uota 450.

Nell’ultimo trimestre del 2011 Apple ha registrato un fatturato di 46,3 miliardi di dollari, in crescita del 73%, mentre le previsioni degli analisti puntavano a poco meno di 39 miliardi. Merito soprattutto dei 37,04 milioni di iPhone venduti e dei 15,43 milioni di iPad. E secondo molti osservatori siamo ancora ben lontani dal punto di saturazione, quindi la società ha ancora margini di progresso.

Il titolo Apple, che proprio di recente aveva toccato un record di 427 dollari, può salire ancora, considerato che l’utile netto per azione ha sfiorato i 14 dollari. Ampiamente superati dunque gli obiettivi previsti dagli osservatori. In particolare questi risultati portano la liquidità che l’azienda conserva in cassa a livelli stratosferici: quasi 100 miliardi di dollari.

Proprio questo tesoretto, suepriore al deficit degli Stati Uniti (!) è fonte di estremo interesse, tanto pià che le parole del Chief financial officer, Peter Oppenheimer, lasciano intendere che la compagnia ha intenzione di investire almeno parte di questa somma.

Come sottolinea Forbes, Oppenheimer ha detto che Apple sta “valutando attivamente” che fare con il capitale di 97,6 miliardi di dollari in cash e altre risorse. Basicamente sono tre le opzioni più probabili: 1. riacquisto di azioni proprie sul mercato; 2. distribuzione di un dividendo straordinario; 3. acqusizioni esterne.

In ognuno di questi casi è prevedibile un rafforzamento del titolo, quindi per il momento l’opzione Apple, anche se non proprio a buon mercato, merita di essere presa in considerazione.

Apple supera le attese e si prepara a usare la liquidità é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 12:07 di mercoledì 25 gennaio 2012.



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Per Google la pubblicità cresce meno del previsto


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L’ultima trimestrale di Google ha deluso in parte gli analisti: sia il fatturato sia gli utili per azione sono stati lievemente inferiori alle attese, anche se l’ordine di grandezza non si è discostato dalle previsioni.

8,13 miliardi di fatturato – invece di 8,41 – e 9,5 dollari di utili per azione, invece dei 10,5 preventivati. Da un lato questo risultato è stato spiegato con la debolezza dell’economia europea e con il calo dell’euro rispetto al dollaro, con la conseguenza che il fatturato realizzato in Europa è stato condizionato dai cambi valutari. Ma c’è un altro punto che in molti hanno sottovalutato, ma che sia Business Insider sia Forbes si sono affrettati a sottolineare.

Un segnale – che potrebbe lanciare un primo allarme – viene dall’attività più profittevole di Google: AdSense, cioè la pubblicità online da cui la società trae circa il 96% del suo fatturato. In questo settore – quello decisivo finora per le fortune di Google e certamente vitale per mantenere le posizioni – la crescita è stata inferiore al trend, cioè i tassi di crescita hanno rallentato vistosamente, molto più del previsto.

Intendiamoci: non è che Google abbia visto ridursi il fatturato pubblicitario o che il meccanismo si sia inceppato, ma quella che finora sembrava – ed era – una gallina dalle uova d’oro ha smesso di sfornare fatturato a un ritmo crescente.

Da un lato c’è un calo di fatturato anche sei i click aumentano negli Stati Uniti, perché gli unici click che portano soldi sono quelli che poi conducono a un acquisto; e forse in tempi di crisi economica la propensione all’acquisto – persino tra gli americani – è meno forte che in passato.

Dall’altro ci si mette il mercato delle ricerche online da cellulare. È vero che Google ha trovato una nuova fonte di click e di traffico sulla propria pagina attraverso gli smartphone, ma sembra che questi click siano meno remunerativi rispetto a quelli ottenuti da computer. Chi naviga da cellulare, almeno finora, porta più traffico, ma realizza meno acquisti rispetto a chi naviga seduto alla scrivania.

Google quindi ha un’opportunità grazie al traffico generato dagli smartphone, ma ha anche una sfida da affrontare: trovare il sistema per rendere questi click più remunerativi in qualche modo. Da come uscirà da questa situazione dipenderà molto del suo futuro.

Per Google la pubblicità cresce meno del previsto é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 08:28 di martedì 24 gennaio 2012.



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I creatori del Blackberry lasciano la guida di Rim


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Le difficoltà nelle vendite, il ritardo nel lancio di nuovi prodotti, la delusione per i risultati del tablet lanciato alla fine del 2011, l’incapacità di rinnovare la società e tenere il passo dei principali rivali, Apple e i produttori di smartphone Android. Sono tra i motivi centrali dell’addio di Mike Lazaridis e Jim Balsillie, finora a capo della società del Blackberry.

I due capiazienda (Lazaridis contribuì alla fondazione di Rim nel 1984, Balsillie entrò nel 1992) hanno appena presentato le loro dimissioni da co-amministratori delegati di Research In Motion, la società che produce e commercializza appunto il Blackberry. I due comunque non tagliano del tutto i legami con l’azienda: Lazaridis diventa vicepresidente e Balsillie sederà ancora in consiglio di amministrazione. Del resto i due sono ancora tra i principali azionisti della società canadese, con il 12% delle azioni detenuto in comune.

Il punto è che se Rim non cambia passo, il valore di queste azioni è destinato a ridursi, dal momento che la società sembra subire in modo troppo netto la concorrenza dell’iPhone di Apple e degli smartphone Android, come quelli di Samsung, Google e Htc. In particolare l’andamento degli ultimi mesi ha mostrato una preoccupante perdita di terreno nel settore business, quello dove fino a poco tempo fa Rim manteneva una posizione privilegiata

I colpi inferti dai concorrenti, invece, hanno dato l’idea di un’azienda troppo lenta nel rispondere alle sfide della concorrenza e non sufficientemente in grado di rilanciarsi e di investire nella ricerca per rinnovare i propri prodotti.

Per questo motivo – con una qualche analogia con la vicenda di Yahoo! – era ormai necessario che i due fondatori si facessero da parte per lasciare spazio a qualcuno che sia più di loro in grado di far crescere la società e rispondere colpo su colpo ai giganti Apple e Google. L’anno scorso Rim aveva scommesso molto sul suo nuovo tablet, il BlackBerry PlayBook, ma i dati di vendita non hanno minimamente confermato le attese, anzi hanno complicato ancora di più la situazione dell’azienda.

Le quote di mercato nel settore dei tablet, infatti, si sono ridotte notevolmente, mentre l’introduzione del sistema operativo BlackBerry 10 è stata rinviata per mesi: in questa situazione è naturale che i vertici dell’azienda debbano rispondere e farsi da parte. Rimane aperta la questione se ci sono margini per un recupero rapido o se Rim deve rassegnarsi a un periodo più o meno lungo di sofferenza.

I creatori del Blackberry lasciano la guida di Rim é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:26 di lunedì 23 gennaio 2012.






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Il mercato delle sigarette non teme la crisi


L’economia non riparte, i conti pubblici dei paesi occidentali – Europa e Stati Uniti – arrancano, addirittura si potrebbe avvicinare lo spettro di una recessione mondiale. In un quadro del genere, quale settore industriale potrebbe dare garanzie di profitti costanti anche in un quadro recessivo? Il tabacco, ovvio!

Anche se il mercato delle sigarette non è più da tempo in espansione nelle economie avanzate, quello del tabacco rimane comunque un settore solido con volumi costanti e un buon ritorno economico, in particolare per i marchi più prestigiosi e storici, come Marlboro e Philip Morris.

In particolare vale la pena dare un’occhiata ad Altria, la conglomerata che produce e vende, oltre a vino ed altri prodotti, le sigarette a marchio Marlboro, Virginia Slims e L&M: una società con un basso indebitamento, margini solidi e soprattutto un ricco dividendo. Il titolo Altria, quotato a Wall Street, vanta una bassa volatilità – inferiore alla media dell’indice S&P500 – e un dividendo del 5,7%.

I continui flussi di cassa consentono alla società di mantenere alta la remunerazione per gli azionisti ed, eventualmente, potrebbero consentire operazioni di buy-back per sostenere il valore delle azioni.

Negli ultimi 12 mesi l’utile lordo (Ebitda) di Altria ha raggiunto i 6,6 miliardi di dollari, cioè 3,17 dollari per azione; il rapporto prezzo/utili invece è a 17,3 per cui a valori costanti il titolo non ha grandi margini di apprezzamento: in pratica vale la pena di investire per la politica dei dividendi, visto che non ci sono grandi margini di apprezzamento delle azioni.

Qualcosa di più in questo senso, invece, ci si potrebbe aspettare da Philip Morris, che ha registrato ultimamente un’ondata di vendite per cui il titolo dopo aver sfiorato gli 80 dollari alla fine di dicembre ha perso terreno dall’inizio dell’anno ed è scivolato sotto quota 74.

In effetti sui massimi del 2011 erano arrivati alcuni downgrade da parte degli analisti finanziari, ma in ogni caso le valutazioni di Citigroup, Goldman Sachs e Bank of America oscillan tra i 75 e gli 85 dollari. Se aggiungiamo a questo – anche per Philip Morris – il valore di un ricco dividendo, che valeva quasi il 4% annuo sull’investimento anche ai prezzi massimi, allora si può dire che vale la pena di farci un pensiero. Se la crisi non finisce, mi sa che purtroppo in molti si daranno almeno al fumo: una consolazione costosa nel lungo periodo, ma alla portata di molte tasche.

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E’ fallita la Kodak


Alla fine l’ora del fallimento è arrivata per Kodak: la società ha portato i libri in tribunale e ha chiesto la protezione del Chapter 11, la norma del codice degli Stati Uniti in base alla quale è possibile ristrutturare i debiti di un’azienda continuando a mantenere in piedi le attività. L’obiettivo dichiarato è rimettere in sesto i conti e ritornare a operare regolarmente nel 2013.

Dopo 131 anni la società americana si è dovuta arrendere a una crisi di liquidità senza precedenti provocata in primis dal successo della fotografia digitale con il conseguente declino delle pellicole che per oltre 100 anni sono state l’attività principale della compagnia. Non è andato in porto, d’altro canto, il tentativo di trasformarsi in produttore e rivenditore di macchine fotografiche digitali: in questo campo era troppo forte la concorrenza di altre società dell’elettronica.

Per sopravvivere Kodak ha già ottenuto da Citigroup un finanziamento da 950 milioni di dollari e ha nominato Dominic DiNapoli, vice presidente di FTI Consulting, nel ruolo di Chief Restructuring Officer. Secondo il presidente della società Antonio P. Perez, l’obiettivo di questa operazione è riuscire a superare il momento di difficoltà e valorizzare i due principali asset di Kodak: da un lato i brevetti digitali su cui la compagnia ha investito molto nell’ultimo decennio, dall’altro le tecnologie di stampa che sono sempre state un punto forte nella storia del gruppo.

Durante la protezione del Xhapter 11 la compagnia – che comunque negli ultimi anni ha realizzato un importante piano di riduzione dei costi e della capacità produttiva – continuerà a pagare i propri dipendenti e mantenere gli impegni con i clienti. Alla fine della ristrutturazione dovrebbe emergere una nuova compagnia attiva nel settore delle immagini digitali, dopo aver valorizzato tutte le attività estranee al core business.

Kodak non è la prima società americana a fare ricorso al Chapter 11 per tentare la via della ristrutturazione al riparo dai creditori. La sfida è riuscire a mantenere le attività e provare a ricostruire un business redditizio. Nella richiesta di bancarotta, la società ha presentato asset per $5,1 miliardi e debiti per $6,8 miliardi. Ieri a Wall Street il titolo ha chiuso a 55 centesimi di dollaro, in rialzo del 4%.

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L’addio fondatori di Yahoo fa decollare le borse


A quanto pare in tanti stavano aspettando il momento dell’addio di Jerry Yang, uno dei fondatori di Yahoo! insieme al suo collega e socio David Filo. Anche se privo della carica di amministratore delegato, Yang sedeva ancora nel consiglio di amministrazione di Yahoo e anche in quelli di Alibaba e Yahoo Japan: da tutte e tre le cariche si è appena dimesso, uscendo per la prima volta dalla stanza dei bottoni dell’azienda che fondò ormai 17 anni fa.

Era ora! si devono essere detti molti azionisti di Yahoo e tutti quegli investitori che ieri hanno premiato il titolo, quotato sul Nasdaq, dopo l’annuncio delle dimissioni: nell’ultima fase di contrattazioni le azioni hanno recuperato terreno rispetto all’andamento dell’intera giornata fino a dopo le 15 e i volumi sono stati elevatissimi. Yahoo ha comunque chiuso a 15,43 dollari, ai minimi del 2012 appena cominciato, ma ancora lontano da agosto 2011, quando scese sotto i 12 dollari.

In ogni caso l’addio del “Chief Yahoo”, come era stato soprannominato Yang a causa del suo ruolo di Ceo-ombra, sembra schiudere nuove prospettive all’azienda che da mesi è sotto osservazione, sia per i tentativi poco chiari di valorizzare alcune partecipazioni strategiche sia per la possibilità che divenga preda di qualcuno dei grandi concorrenti come Google o come Microsoft, già in passato pretendente respinto proprio con l’intervento decisivo di Jerry Yang.

Senza il co-fondatore, scrive Forbes, Yahoo si libera dell’ostacolo che, a detta di molti, finora ha in qualche modo immobilizzato i vertici aziendali e impedito di muoversi con agilità e rispondere alle numerose giravolte del mercato Internet, cui Google, Apple e la stessa Microsoft sono stati molto più attenti.

Parecchi analisti vedono adesso prospettive migliori per Yahoo, in grado adesso di cogliere le eventuali occasioni di crescita o di alleanza: la prospettiva più credibile in questo momento è che Yahoo ceda le sue attività più remunerative e meglio valorizzate per divetare poi preda di un concorrente, come Microsoft. Uno scenario di questo tipo, probabilmente, era indigeribile per Yang che, a quanto pare, ha fatto di tutto per ostacolare questo tipo di conclusione.

Dopo di lui è probabile che anche gran parte del cda venga rinnovato, proprio per dare un segnale di cambiamento deciso e segnare un nuovo corso. Per chi ci crede, è questo il momento di entrare e vedere che succede.

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Sorpresa: un banchiere che rinuncia a 2,9 milioni di bonus


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In tempi di vacche magre e di piani di austerità i compensi stratosferici dei manager, le retribuzioni da favola e i bonus milionari, specialmente quelli pagati ai dirigenti delle grandi istituzioni finanziarie, sono ancora più stridenti: da un lato migliaia di persone, di semplici dipendenti, perdono il loro lavoro e vengono mandate a casa per esigenze di riduzione dei costi, dall’altro le società – a volte persino quelle salvate grazie all’intervento pubblico – insistono a strapagare i vertici aziendali.

Fa notizia quindi che un amministratore delegato, a capo di uno dei più noti e antichi gruppi bancari, rinunci a un bonus da 2,4 milioni di sterline, cioè 2,9 milioni di euro, cui avrebbe avuto diritto per il 2011: è la decisione sorprendente di Antonio Horta-Osorio, Chief executive officer di Lloyds Banking Group.

Il banchiere portoghese è alla guida del gruppo inglese da marzo dell’anno scorso, ma verso la fine dell’anno ha goduto di un paio di mesi di pausa, a causa di una forma di insonnia legata allo stress da super lavoro; nonostante questa assenza avrebbe avuto diritto al bonus da 2,4 milioni di sterline, oltre al salario da 1,06 milioni, ma al rientro sul posto di lavoro ha comunicato al cda che avrebbe rinunciato all’incentivo.

È interessante scoprire che oltre al periodo di assenza, Horta-Osorio spieghi il suo gesto anche con un’altra motivazione: “la difficile situazione finanziaria della gente” in questo particolare momento. Era da tempo che i banchieri e in genere i grandi manager sembravano completamente scollati dal resto della società, per cui un gesto in fondo così ovvio e quasi dovuto dà l’impressione di una piccola rivoluzione; o almeno di un primo cambiamento di rotta.

In effetti parecchi osservatori e diversi giornali hanno messo in evidenza come questa decisione rischi di ripercuotersi sull’intera categoria dei top manager o comunque chiami in causa anche gli altri alti dirigenti che si trovano in una posizione analoga. Se il Ceo dei Lloyds ha decisio di rinunciare allo stipendio, forse anche i suoi colleghi – a capo di banche e istituzioni finanziarie che hanno goduto spesso di sovvenzioni pubbliche – possono fare altrettanto e dare almeno un segnale di realismo e di buonsenso.

Ovviamente non è che Horta-Osorio si sia tagliato lo stipendio al livello di uno dei suoi dipendenti, ma finora non risultavano casi simili di auto-limitazione delle retribuzioni e dei benefit accessori: 1 milione di sterline è già un compenso di tutto rispetto, ma in genere chi guadagna tanto non è mai disposto a rinunciare neppure a una parte della sua retribuzione e spesso è convinto di meritare tutto ciò che gli viene riconosciuto.

Un gesto di responsabilità di questo tenore potrebbe indicare da un lato la gravità di una situazione che minaccia di scuotere gran parte della società, a partire dalla classe media; dall’altro una nuova consapevolezza da parte degli uomini (e di quelle poche donne) che guidano le massime istituzioni finanziarie. Voi che ne pensate?

Sorpresa: un banchiere che rinuncia a 2,9 milioni di bonus é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 07:54 di martedì 17 gennaio 2012.



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